Andare avanti…senza paura di restare indietro

Mi racconta un amico che la cooperativa con cui collabora, e del cui consiglio di amministrazione è appena entrato a far parte, sta vivendo una interessante fase di cambiamento: un’altra associazione di volontariato, dopo dieci anni dalla sua fondazione, ha preso la decisione di sciogliersi e chiedere di poter entrare a far parte della cooperativa.

Si tratta di un evento piuttosto importante per la vita di un’organizzazione come quella di cui stiamo parlando; un evento che meriterebbe di per sé qualche riflessione relativa, ad esempio, a come la collaborazione possa diventare un antidoto potente a periodi di crisi e sfiducia.
Sono dinamiche, quelle cooperative, che viaggiano in direzione contraria rispetto alle naturali tendenze alla fuga e all’isolamento suscitate dall’incombere di momenti storici avversi, e che riescono a mettere in luce tutta l’importanza che il “fare rete” può rivestire per i gruppi ma anche per le singole persone.

Il tema, dicevamo, sarebbe degno di ulteriori approfondimenti, ma in questa occasione vorrei concentrare l’attenzione su un piccolo episodio riportatomi direttamente dal mio amico, e proveniente da una chiacchierata avuta con uno dei responsabili della associazione che è confluita nella cooperativa.
Interrogato sugli effetti che la nuova situazione aveva prodotto sul gruppo di volontari, l’elemento che emergeva con più forza era la presenza di una diffusa sensazione di insicurezza.
Queste persone, quasi tutte parte attiva dell’associazione fin dalla sua nascita, non erano più sicure di essere in grado di svolgere correttamente il lavoro che avevano svolto, giorno dopo giorno, per dieci anni. Ogni azione veniva trasformata in un banco di prova; un modo per dimostrare ai volontari e al CDA della cooperativa le proprie capacità o, nel peggiore degli incubi, la propria incapacità.
Il cambiamento che avevano vissuto, per quanto avesse toccato l’organizzazione della associazione solo a un livello molto “alto”, era stato in grado di generare profondi sentimenti di inadeguatezza, che erano poi penetrati nel tessuto del gruppo fino a rendere fonte di preoccupazione anche le operazioni più comuni.

Faccio un piccolo salto in avanti (ma anche un po’ di lato…)

Qualche giorno dopo incontro un altro amico, a sua volta investito da un cambiamento di portata enorme: la rottura di una lunga relazione amorosa e la nascita di un nuovo rapporto.
Ci sediamo a bere una birra, e mi racconta di come i primi mesi a fianco della sua nuova compagna siano stati un mix di entusiasmo e difficoltà.
Mi parla, da una parte, della gioia, della vitalità e della riscoperta di sensazioni che l’avevano abbandonato da tempo; dall’altra parte, però, mi riporta sensazioni di paura e di incertezza.
Il dubbio di non essere all’altezza, mi dice. Di non essere in grado di dare alla sua ragazza quello di cui ha bisogno. Il dubbio che lui, così com’è, non vada più bene.
Insomma, il timore di essere inadeguato.

I temi del cambiamento e degli avvicendamenti sono vasti e, soprattutto, rappresentano ancora in larga parte una terra incognita.
Personalmente non credo di avere né le competenze né l’esperienza utile a trarre conclusioni, per cui i due episodi che ho riportato vogliono essere dei semplici spunti; due piccolissime pennellate estrapolate da un quadro molto più grande capaci, spero, di suscitare qualche riflessione.
Mi permetto solo di comunicarvi quello che ci ho visto io, ovvero due diverse espressioni di un bisogno che accomuna tutte le persone e che mi sembra di aver notato sia nei volontari della cooperativa, sia nel mio amico.
La vita di ognuno di noi è costellata di avvicendamenti. Che siano professionali, personali o familiari poco importa. Quel che conta, credo, è avere la percezione che le persone che sono entrate a far parte della nostra vita riescano a riconoscerci e darci valore per quello che siamo, e per l’originalità del nostro apporto alla nuova “impresa” comune.
Abbiamo bisogno, insomma, di sentire che quello che facciamo, in amore o in azienda, è importante non solo perché è funzionale a un progetto ma anche, e forse soprattutto, perché a farlo siamo proprio noi.

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Informazioni su Luciano Barrilà

Sono nato nel 1984, ho una laurea magistrale in psicologia, da qualche anno lavoro a tempo pieno in una grande libreria di Milano. Mi interesso di politica, di editoria e tecnologia, dei figli del loro matrimonio e, in generale, di un po' di tutto quello che attira la mia attenzione. Potete scrivermi a questo indirizzo: luciano.barrila@gmail.com
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2 risposte a Andare avanti…senza paura di restare indietro

  1. Federica ha detto:

    Una riflessione che mi ha suscitato questo articolo, che può sembrare una frase fatta (dipende dal valore che le si da), è che spesso è molto più importante la strada che si percorre nel raggiungere l’obiettivo, che il raggiungimento stesso.
    Nel camminare ciò che conta sono le interazioni con le persone, l’arricchimento di dettagli, il cambiamento di sguardo con cui ci si rivolge all’esterno. In questo caso il restare indietro non conta più perché si è andati avanti su molti altri livelli, pur impiegandoci più tempo a raggiungere l’obiettivo che guardandolo bene forse non ha più lo stesso senso significato di quando si è partiti.
    Altre volte invece accade che durante il percorso qualcosa non vada come dovrebbe, allora bisogna contemplare il cambiamento: esso implica incertezza e instabilità, messa in discussione di quello che si è fatto, porsi domande circa ciò che è andato storto. A quel punto si fa rete; per non restare soli? per avere conferme? perché la diversità è un valore aggiunto utile in casi di instabilità? su questo continuo a riflettere..

    • Luciano Barrilà ha detto:

      Federica, mi scuso innanzitutto per il ritardo nella risposta! :)

      Condivido quello che dici e, a tal proposito, mi viene in mente una frase di Confucio che dice “Non esiste una strada verso la felicità. La felicità è la strada.”

      Anche qui, forse, cadiamo un po’ nel banale, ma credo che il cambiamento di prospettiva proposto dal filosofo cinese più di duemila anni fa sia in sintonia con quello che stiamo dicendo.

      Non si tratta, attenzione, di abbandonare gli obiettivi e vivere una vita centrata solo sul qui e ora, senza proiezioni verso il futuro.
      Credo, al contrario, che quello che ci è richiesto sia avere ben chiaro il punto di arrivo, per riuscire a dedicare un po’ di attenzione alla strada, cercando ogni giorno nuovi modi per riempirla di significato.

      E, per come la vedo io, non c’è portatore di significato più grande delle persone che ci circondano.

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