In quanto a piangere sul latte versato…

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…non ci batte nessuno…in questo siam bravi, nel mondo non profit, e la settimana appena trascorsa ci ha offerto numerose occasioni per poterci esercitare.

Lavoro Bene Comune Cooperativa Sociale Inserimento Lavorativo

Si scopre che la 381 non ci copre più

L’avevamo usata come una coperta, la legge 381/91 istitutiva delle Cooperative Sociali; in particolare quell’art.5 che consentiva all’Ente Pubblico, anche in deroga  alla  disciplina  in materia  di  contratti  della  pubblica  amministrazione,  di stipulare convenzioni con le cooperative  di inserimento lavorativo,  purchè finalizzate  a  creare  opportunità  di  lavoro   per   le   persone svantaggiate.

Quella deroga alla disciplina della contrattualistica pubblica era già stata più volte temperata dagli interventi dell’Autorità per la Vigilanza sui Contratti Pubblici (ora ANAC) ma sembrava metterci al riparo, a volte in modo non giustificato e giustificabile (diciamo la verità), da procedure concorrenziali.

Questo fino alla Legge di Stabilità dello scorso dicembre, quando, sull’onda dello scandalo di Mafia Capitale e della 29 Giugno, un piccolo comma si aggiunge all’art.5…

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Dov’è il non-lavoro?

E’ visibile, palpabile, dicibile quello nelle manifestazioni di piazza di questi giorni, nei cortei per il diritto alla casa, nei numeri delle statistiche, nelle riviste – come per es. questa, nei blog – come per es. questo, nei romanzi. Ce n’è anche di impalpabile, indicibile, invisibile. Fra i genitori che aspettano l’uscita dei figli a scuola o dall’attività sportiva, fra i vicini che abitano sopra e sotto i nostri appartamenti, in mezzo alla strada e vicino alle stazioni, nelle sale d’attesa dei centri per l’impiego e dei patronati.

Ho accompagnato recentemente un parente disabile – la cui ditta ha licenziato 30 persone – nelle varie tappe burocratiche che seguono il licenziamento. Salto i due mesi di procedura di mobilità: la ditta apre la procedura, fa una lista di mansioni in esubero, vari incontri con i sindacati per contrattare la proposta di accordo, talvolta mobilitazione dei dipendenti, definizione dell’accordo, incontri individuali con i dipendenti, prefirma, firma presso conciliatore. In un clima carico di rabbia, preoccupazione, paura, angoscia, rassegnazione. Lo salto perché richiederebbe un post a parte. Continua a leggere

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Mal di lavoro, I-Phone e Lavoro Bene Comune

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Dio è morto, Marx è morto, il posto fisso non c’è più e, per dirla alla Woody Allen, anch’io non mi sento tanto bene…

Credo che sull’immagine, suggerita dal titolo ed evocata dal nostro premier alla Leopolda (parlare di articolo 18 è come cercare di mettere un gettone nell’I-Phone) sia già stato scritto di tutto e di più.

lavoro bene comune

Metafora potente, che in un attimo ha relegato il sindacato nel ruolo di soggetto fuori dalla storia, anzi peggio, di soggetto contro la Storia (con la S maiuscola).

Chi non comprende l’I-Phone, potentissimo simbolo di progresso e benessere, è colui che vuole riportarci indietro, ai tempi (il Signore ce ne scampi!) delle cabine telefoniche a gettoni.

Tutto bene, o forse no.

Val la pena di approfondire l’efficacissimo universo di Matteo Renzi in almeno tre focus, cruciali per la sua visione del mondo del lavoro.

La tecnologia

Come rilevato in questo interessante articolo del…

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Bulimia da profilo professionale

Se guardo in rete mi rendo conto di quanto in quest’ultimo periodo tutti curino molto il proprio profilo professionale: chi sei, quanto hai studiato, dove, come, con chi. Dove hai lavorato, come, con chi, perchè. A differenza di un tempo passato nel quale, per reperire informazioni su una persona si chiedeva in giro, oggi nel momento in cui mandi una mail a qualcuno è meglio assicurarsi che i tuoi profili online siano coerenti, sistemati, ordinati, aggiornati.

Non come faccio io.

Dopo un’intervista al telefono la giornalista mi richiama per chiedermi come desidero comparire: e capisco che la presenza dei miei settanta profili in rete, ognuno diverso dall’altro, possa aver creato qualche confusione…

Allora mi si propone una riflessione più impegnativa: io, professionalmente, come mi chiamo?

Ritorniamo in qualche modo ad una considerazione del profilo professionale identitario: se io ho 70 profili differenti do l’idea di fare 70 cose diverse oppure di essere una professionista millefacce, non sempre in accezione positiva… Oppure ancora di fare tante cose talmente diverse da non riuscire a farne bene nessuna (sensazione personale molto vivida).

Pare, per fortuna, non sia così, ma credo che questo sia dovuto allo strano fatto che i miei interessi veri diventano, dopo un pò, attività lavorative. Cioè li coltivo a tal punto, da farmi delle vere e proprie nuove competenze da poter addirittura spendere in attività remunerate. E questo è un fatto che ormai si ripete da qualche tempo.

Non so dove metterlo nel mio profilo e non credo sia di qualche interesse per qualcuno. D’altra parte se nel 2002 scrivevo sociologa, oggi scrivo sociologa, ricercatrice sociale, consulente organizzativa, formatrice, blogger e, fra poco, social media strategist. Tutte cose diverse tra loro, tenute insieme dal fatto che sono sempre io a farle.

Insomma difficile riuscire a costruire il proprio profilo nel qui et ora, più facile trovare un filo conduttore definitivo. Finirò con lo scrivere “free lance”, individuando più o meno il campo (la ricerca sociale) e abbandonando definitivamente l’idea di poter descrivere compiutamente quello che si fa e come lo si fa.  Mi domando se non sia più importante oggi costruirsi una “reputazione”. In Linkedin per esempio: sono andata a dormire che ero sociologa e mi sono svegliata che un tizio, che naturalmente non conosco, aveva confermato le mie competenze come blogger e social media strategist.

Potrei sempre aspettare che qualcuno metta in ordine per me i miei profili.

Di fronte a questa fluidità penso a quali punti fermi costruirmi. Professionalmente parlando…

A proposito di indicibile del/sul lavoro.

 

 

 

 

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Le paure del primo mese di scuola – Diario minimo di un genitore qualunque

Quando un bambino ti dice:

<<Cara Maestra,

non sono nato per stare seduto,

son piccolo, e ho nel cuore una tempesta,

all’idea di essere a scuola, un poco cresciuto>>

Lavoro a scuola

 

<<Si, ma sei nato per imparare!>>

Rispondi, tu.

Ma vuol forse dire: pazientare?

Accomodare? Accontentare?

Quante ‘are! Arriveremo a sbadigliare?

 

Le rime, poi, son troppo semplici,

è difficile esserne complici;

ma, ricorda, la sedia, l’abc, il (saltin)banco

stanco…

 

…se ti prende la mano

E dimentichi i gabbiani,

cosa copre il manto?

La fede nel domani

O un sogno infranto?

 

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Condannati alla terza persona

diletta76:

Mi sembra davvero interessante proporre questo post di Igor Salomone.

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comportamento-infantile-davanti-mamma

Di Igor Salomone

Ci sono gesti che urgono nel corpo e si compiono al di là della tua volontà. Anzi, remano decisamente contro. Anche se sei convinto di doverli evitare, quelli si presentano incuranti e anche un po’ stronzi sulla bocca, in punta di dita, nelle spalle, insomma, ovunque possano trovare un trampolino per uscire da te e presentarsi al mondo alla faccia tua. Lasciandoti a fare i conti con le conseguenze. Avete mai provato a imboccare un bambino, o chicchessia abbia bisogno di essere imboccato? Cosa fanno le vostre labbra mentre ci provate? Ecco, appunto. Per evitare di far smorfie mentre tenti di traguardare posata e bocca, finisce che sbagli mira. E di solito non ci riesci comunque. Persino mentre scrivo “imboccare” mi viene da fare le smorfie…

Mia figlia sta per compiere diciassette anni e le parlo ancora in terza persona. Papà fa questo, papà fa quest’altro, papà è stufo…

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Primo giorno di scuola – Diario minimo di un genitore qualunque

Primo tempo

Oggi è il primo giorno di scuola.

Anche mio figlio inizia il percorso nella scuola primaria.

Ho lavorato con la scuola, in qualità di educatore, per quasi quindici anni, ma, quando si tratta del tuo primo figlio, è inevitabilmente un passaggio…

Io e mia moglie siamo emozionati, abbiamo faticato a prender sonno, stanotte, e la sveglia è stata anticipata per non rischiare il ritardo che ci caratterizza da sempre.

Lui, il piccolo, ieri sera si è addormentato presto, ha dormito profondamente e, come al solito, ha faticato ad alzarsi.

La scuola di mio figlio consente ai genitori, per il primo giorno, di partecipare in classe alle attività e giochi di accoglienza.

Ci sembra una buona idea, accompagniamo entrambi il neo studente.

 

Tra bambini e genitori (presenti tutte le mamme, parecchi anche i papà), la classe è molto affollata.

La maestra chiede ai bambini: <<Allora, siete contenti che ci siano qui i vostri genitori?>>

Segue un silenzio imbarazzato…qualche sorriso ma nessuna approvazione convinta.

<<Non li facciamo rimanere molto…un’oretta?>>, rincara l’insegnante.

<<No, meno>> risponde sorridendo una decisa bambina, che non ha senz’altro cognizione di quanto durino sessanta minuti, ma che ha, evidentemente, fretta di liberarsi dagli ingombranti antenati…

Così, come da programma, prima dell’ora di merenda, i genitori sono congedati, senza rimpianto.

Nostro figlio, nel salutare la mamma, si raccomanda: <<Però tu aspettami fuori dal cancello finchè arrivo, va bene?>>

 

Secondo tempo

Sono un po’ turbato, non mi vergogno a nasconderlo…ed emozionato, preoccupato, un po’ commosso…

Poi, coincidenze della vita, capita che in radio ascolto la lettura di un testo, di Natalia Ginsburg: Non opprimere i figli con l’idea della scuola.

In verità la scuola dovrebbe essere fin dal principio, per un ragazzo, la prima battaglia da affrontare da solo, senza di noi; fin dal principio dovrebbe esser chiaro che quello è un suo campo di battaglia, dove noi non possiamo dargli che un soccorso del tutto occasionale e illusorio.

Pur con qualche distinguo, mi ci ritrovo; è un bel testo, vi invito a leggerlo e, nello stesso tempo, me lo appunto come pensiero caratterizzante di oggi, per un diario minimo del genitore, che mi disponga a tenere a mente che:

Quello che deve starci a cuore, nell’educazione, è che nei nostri figli non venga mai meno l’amore per la vita, né oppresso dalla paura di vivere, ma semplicemente in stato d’attesa, intento a preparare se stesso alla propria vocazione. E che cos’è la vocazione di un essere umano, se non la più alta espressione del suo amore per la vita? (Natalia Ginzburg, Le piccole virtù, pubblicato originariamente su “Nuovi Argomenti” nel 1960)

 

P.S.

Nel primo pomeriggio chiamo a casa, per sentire dalla voce di mio figlio come è andata la mattina.

<<Ciao papà, a scuola tutto bene, la maestra è molto dolce, abbiamo fatto un sacco di belle cose. Però ti racconto stasera, adesso sono troppo impegnato, sto giocando. Ciao…>>

Ecco, appunto.

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