Faccio l’avvocato.

Faccio l’avvocato…

Non è un lavoro facile, ma questo vale per tanti lavori. Non è neppure difficile a paragone di altri. A volte è intrigante, a volte mi mette una tristezza infinita, a volte mi fa arrabbiare, altre volte – e per fortuna raramente – mi mortifica.

Ultimamente è diventato più difficile, sarà che dopo un po’ ci si stanca del lavoro, sarà che la famiglia impegna, sarà … che “stai diventando vecchia” come dice mio figlio maggiore, ma ultimamente il lavoro “mi sta più stretto” del solito.

È un lavoro che comporta un contatto continuo con le persone e questa è la parte più difficile, perché sono persone che hanno un problema e che sperano di risolverlo scaricandotelo addosso.

L’evento più importante è il primo contatto con il cliente.

Il cliente.

Il cliente sa già tutto; si è preparato in anticipo. È vestito con cura, ma non si è cambiato appositamente per l’occasione (raccontano gli avvocati anziani che, secoli fa, prima di andare dall’avvocato i clienti facevano la doccia e mettevano il vestito della festa), arriva dal lavoro. È impaziente e agitato, non sa che cosa lo aspetta.

Arriva, si siede, osserva lo studio, fa due complimenti di circostanza, piazza sulla scrivania il malloppone di carte: fogli volanti, fascicoli, fotografie e quant’altro. Si mette a raccontare con frenesia, infarcendo la situazione di particolari per me insignificanti per lui importantissimi. Salta da una situazione a un’altra e a volte devo fermarlo per chiedergli di spiegarmi meglio. Si spazientisce un po’, poi rispiega con più calma.

Infine ti dice quello che va fatto: cosa va scritto sulla lettera, cosa si deve rispondere, come va fatto l’atto. L’ha visto a “Forum”, la vicina di casa gli ha già spiegato tutto perché c’è passata prima oppure, dulcis in fundo (un avvocato usa sempre il latinorum!), ha trovato le dritte giuste su internet.

Il tempo passa e lui si rilassa e mentre racconta prende confidenza con l’ambiente nuovo, è meno frenetico, più disposto a ripetere. Cerca di far capire la gravità della situazione e vorrebbe avere dall’avvocato una parola di conforto, vorrebbe sentirsi dire “lei ha assolutamente ragione!”.

L’avvocato (io).

Prima che arrivi ripenso al problema che in genere mi ha anticipato quando ha preso l’appuntamento. Guardo qualche articolo del codice e un po’ di giurisprudenza. Attendo con timore/ansia il suono del campanello.

Suona. Vado ad aprire. Dal videocitofono vedo la faccia sconosciuta piena d’angoscia, sarà forse per rassicurarmi che vedo in loro l’angoscia o in realtà sono io angosciata?

Presentazioni. “Prego si accomodi”…

Paf! La montagna di carte sulla scrivania. Ho un mancamento, le devo leggere tutte? Boh.

Sorrido “Mi racconti …”. Inizia. Prendo appunti, faccio domande, riprendo appunti.

“Ha capito avvocato? Ho pensato di chiedere anche il risarcimento per danni morali! Mi stanno facendo perdere il sonno! A Forum per questo hanno liquidato…”.

Si, si, ho capito, ho capito… ‘Sta storia dei danni morali; il “danno morale” è gettonatissimo lo vogliono tutti. “Liquidato”… sanno anche questo parolone tecnico.

E ancora il loro racconto poi: “Ecco, signora, lei deve scrivere che … ma non scriva che … solo che … e mi raccomando, chieda il risarcimento almeno di… euro!”.

Siamo passati al “Signora”. Ma signora è meglio o peggio di avvocato?

Ecco, è il mio turno, spetta a me entrare in scena. Respiro, mi concentro e mi tuffo nel mio ruolo.

Ripeto a grandi linee il problema che mi hanno esposto, cerco di capirlo meglio. Scelgo con cura le parole, non esprimo giudizi nei confronti della controparte. “La capisco perfettamente. Mi rendo conto della situazione che lei sta affrontando”.

Poi espongo il mio punto di vista, cosa a mio parere andrebbe fatto. Ecco i passaggi da affrontare, ecco i rischi a cui ci si espone. Potrebbe succedere questo oppure quest’altro, tutto dipende dalla reazione della controparte. Se succede questo allora si potrebbe fare… se succede quest’altro, invece… Poi c’è un terza possibilità…

Il cliente sta in silenzio, ascolta con attenzione. Quando finisco fa domande, il più delle volte pertinenti, in alcuni casi non so rispondere, non ho visto tutti i documenti che mi ha portato, sono domande troppo specifiche. Rispondo che vaglierò con cura tutta la documentazione che mi ha lasciato e poi in un secondo appuntamento risponderò meglio e con precisione alle sue domande.

È passata un’ora e mezza, siamo giunti alla fine e a questo punto la domanda che mi pongono è d’obbligo: “Ma quanto mi costa?”.

Spiego che inizialmente mi dovranno firmare un mandato (dare formale incarico) e versare un fondo spese che va a coprire le spese e il lavoro iniziale, poi in ragione di quello che succederà i costi potrebbero aumentare.

Non so quanto alla fine potrebbe spendere, tutto dipende dalla quantità di lavoro e di tempo impiegato; dalle lettere, dagli atti, dalle telefonate, insomma dipende dall’attività che dovrò svolgere, ma non solo, io dovrò tenere conto del valore della vertenza, se si farà una causa o no, se…

Il cliente vacilla, sbianca… “ma vinceremo?”.

Lo sapevo, ecco che non siamo più a Forum, che la cosa è diventata reale… Come faccio a saperlo subito se vinciamo, non sono una veggente, sono un avvocato.

“Vede, noi ci troviamo davanti ad una situazione complessa, sulla quale la nostra volontà … “ e giù parole di conforto e di chiarimento.

Fine dell’estasi, si ritorna alla realtà, il cliente mi guarda con occhi diversi: “Va bene avvocato, andiamo avanti”. Sono ritornata ad essere avvocato (ma la domanda se è meglio avvocato o signora mi resta).

Mi alzo, la seduta è terminata, si alza anche il cliente. Lo guardo, è provato dalla situazione, anche io mi sento stremata.

Spero di essere in grado di aiutarlo. Mi metterò subito a guardare le carte, con il racconto fresco magari mi verrà in mente qualcosa…

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Informazioni su mgsalaris

Altezza 1metro e 65, capelli scuri con qualche "punto luce", occhi color sottobosco, vesto "stile moderno" (lo dice Giacomo che se ne intende), sono una mamma "spremuta di frutti esotici" (lo dice Giosuè e spero se ne intenda).
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3 risposte a Faccio l’avvocato.

  1. Anonimo ha detto:

    Mi sono imbattuta quasi per caso in questo post, e lìho letto con piacere, trasmette vita vissuta con lealtà e buon senso. Faccio un altro mestiere, sono un insegnante, ma mi ha fatto sorridere la domanda sul “avvocato/signora”, perchè anche a me, al sentirmi appellare con “signora”, ne viene in mente uan simile. Buon lavoro!

  2. Anonimo ha detto:

    splendido racconto

  3. otta 2.0 ha detto:

    “All’avvocato bisogna raccontar le cose chiare: a noi tocca poi a imbrogliarle”. Alessandro Manzoni ci presenta così la figura dell’Azzeccagarbugli e spesso il pregiudizio o la visione di alcuni celebri avvocati italiani spesso parlamentari non aiuta a dare lustro alla professione. Le parole del post del “nostro” Avvocato, di certo gettano una bella luce sulla passione e l’umanità di chi si dedica al Diritto e alla difesa dei Diritti. Certo Grisham avrebbe usato altri toni ma sono proprio belle righe. In ogni caso per me quando il cliente si rivolge all’ “Avvocato” è come quando un bambino in mezzo al mercato o al centro commerciale non vede più la mamma e la chiama…

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