Un non-lavoro a tutti i costi?

Studio di ingegneri. Provincia di Brescia. Ecco l’occasione di un colloquio nell’ambito della sicurezza nei luoghi di lavoro. Entro nell’edificio, una ragnatela di acciaio e vetro. Nessuna sala d’attesa, nemmeno una sedia per fermarsi ed aspettare; un ambiente asettico in cui tutto sembra funzionare in modo efficiente. Invece attendo un’ora, in piedi, il responsabile dello studio. Osservo questi grandi acquari “open – space” in cui la gente lavora cercando di ritagliarsi un proprio spazio, un angolo nell’acquario. Finalmente il colloquio. Due parole per dirmi che dovrò occuparmi di formazione, della ricerca di fondi europei per l’organizzazione di corsi rivolti ai lavoratori edili. L’inesperienza non è un problema. Interessante, ma qualcosa mi sfugge. Mi daranno più informazioni al secondo incontro.

Mi ripresento all’appuntamento con i documenti richiesti, rivolgo qualche domanda: “In cosa consiste esattamente il lavoro? Quanto tempo dovrò dedicare settimanalmente?” Non sanno rispondermi con chiarezza. Non capisco. Mi leggono il contratto: sarò responsabile della formazione.

Responsabile?

Sminuiscono: “Il responsabile non fa nulla, controlla. E poi fa curriculum; è un lavoro non impegnativo e molto flessibile”. Chissà, ma fin da bambina le strade in discesa non mi sono mai piaciute.

“Per la parte economica, le hanno spiegato? Ecco… mi dovrebbe dire quanto vuole?”

Per cosa?

“Per stare a casa. Lei qui può anche non presentarsi”.

E sono certa che con queste parole non intendesse parlare di telelavoro.

Dopo la laurea e, per gli psicologi, dopo 1000 ore di tirocinio ci si immerge alla ricerca di un vero primo lavoro. Questa non è stata l’unica esperienza che mi ha lasciato senza parole. Si scorrono gli annunci di lavoro sui quotidiani: AAA cercasi tornitore, commessa, cuoco, ingegnere junior:

“Perché non ho scelto un’altra facoltà?”

Ci vorrebbe una ricetta magica: mischiare Infojobs con Trovalavoro; aggiungere due cucchiai di Jobrapido, Lavoro.it quanto basta; unire mezzo bicchiere di Socialinfo.it. Lasciare lievitare (per molto tempo) e infornare. Per finire spolverare a 360° con autocandidature.

Alla luce di queste esperienze mi chiedo se in un momento in cui si perde la bussola si debba accettare un lavoro a tutti i costi o meglio un “non – lavoro” a tutti i costi. È sostenibile continuare ad accettare stàge, spesso totalmente non retribuiti? A volte non ci sono valide alternative per accumulare la tanto richiesta esperienza. Si può essere disposti a pagare per lavorare? Perché anche questo accade.

Per concludere vorrei ricordare il significato della parola contenuta nel nome di questo blog.

Il lavoro è uno dei principi fondamentali fissati dalla Costituzione Italiana valore addirittura fondante la Repubblica stessa (art.1).

Il lavoro è un’attività produttiva che implica un certo grado di fatica (dal latino labor = fatica) per raggiungere uno scopo preciso. Ci si può immaginare il lavoro come una strada in salita o al massimo un sali – scendi.

Serve a procurarsi beni o servizi, attraverso un valore monetario riconosciuto acquisito quale compenso. Aggiungerei che il lavoro serve per vivere, non è un’attività gratuita, anche se un po’ di volontariato sul lavoro, a volte è inevitabile.

Informazioni su Anna Omodei

Socia di Pares, società cooperativa di formazione, ricerca, consulenza e documentazione. Supporta le persone e le organizzazioni sui temi della conciliazione famiglia-lavoro (tempi di vita), sul benessere organizzativo e sulla qualità del lavoro. Lavora per facilitare gli avvicendamenti e le transizioni che investono le organizzazioni a livelli apicali e intermedi. Dal 2012 collabora con il Dipartimento di Sociologia dell’Università degli Studi di Milano Bicocca nel supporto alla didattica del corso di psicologia sociale e nella realizzazione di ricerche sul campo sui temi della salute e dei servizi socio-sanitari.
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4 risposte a Un non-lavoro a tutti i costi?

  1. Pingback: …Lavoro che c’è, lavoro che non c’è… | Appunti di lavoro

  2. Pingback: Il lavoro (sociale) non è una vocazione « Appunti di lavoro

  3. Otta ha detto:

    Le intense parole di Anna mi hanno fatto venire in mente una riflessione di J.Stiglitz: “In questo momento abbiamo l’opportunità di dar vita a un nuovo sistema finanziario che faccia ciò che gli essere umani pensano debba fare, di dar vita a un nuovo sistema economico che crei posti di lavoro utili e un lavoro dignitoso per tutti, e nel quale la differenza tra chi ha e chi non ha si riduca invece di allargarsi, e, soprattutto, di dar vita a una nuova società in cui ciascuno sia in grado di realizzare le proprie aspirazioni e potenzialità, in cui i cittadini condividano ideali e valori, in cui il nostro pianeta venga trattato col rispetto che esige. Ecco le vere opportunità. Il vero pericolo è che l’umanità non sia in grado di approfittarne.” Da un lato è proprio interessante il fatto che ci stiamo interrogando sulle stesse problematiche percepite da un Nobel (sono un po’ narcisista) dall’altro sono un po’ pessimista leggendo le ultime sue parole…

  4. roxeli ha detto:

    UN LAVORO A TUTTI I COSTI sembra il titolo di un film d’azione, in cui molti ormai si ritrovano improbabili protagonisti, con richieste che per i più sono un costante gioco al ribasso (vedi ultime caso Fiat).
    Oltre a ciò che già scrivi, aggiungerei che al lavoro vorremmo chiedere di costituire senso, mentre in questo surreale racconto il lavoro costruisce non-senso e quindi dis-senso, nell’incontro di dimensioni che il senso (l’orientamento) lo fanno proprio perdere.
    Il racconto è surreale perchè ciò che ci sta succedendo intorno supera il reale, sembrano ripristinarsi regimi di schiavitù che popoli e culture che si dicono evolute dovrebbero leggere solo sui libri di storia.
    In un modello di furbizia sempre più proposto come norma, devi essere sembrata proprio strana a non accettare l’incarico!!!!

    Rossella

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