Valorizzare il lavoro dei servizi di assistenza domiciliare

Entrare nelle case delle persone anziane, conoscere i famigliari, attraversare le loro storie di vita, portare avanti un programma di assistenza e di cure, incontrare altri operatori (infermieri, medici, volontari, badanti). Sono le professioniste – donne per la stragrande maggioranza – delle molte cooperative che gestiscono i servizi di assistenza domiciliare per conto di enti locali, consorzi, distretti. Quotidianamente entrano in contatto con situazioni molto diverse: anziani soli, allettati, malati terminali, disabili adulti, persone con patologie psichiatriche, dipendenze pregresse.

Le assistenti domiciliari si confrontano con sofferenze molto consistenti. Famiglie provate da anni di assistenza, situazioni penose, improvvisi peggioramenti, deterioramenti cronici e continui, dall’esito imprevedibile. Esse stesse, probabilmente, hanno vissuto, stanno vivendo o dovranno occuparsi della cura dei propri cari. Molte sono straniere. Dall’America latina, dall’Europa dell’est, dalla Russia. Portano storie di vita, prospettive di lavoro, investimenti professionali molto diversi. Si trovano a lavorare con persone italiane. Molte passano da un’organizzazione all’altra. Molte altre diventano socie di cooperativa. Non sempre hanno chiaro che cosa questo comporti. L’importante è il contratto. Talvolta costruiscono insieme a responsabili, coordinatori, colleghe micro-contesti di vita insieme. E’ la prova che si può vivere con l’altro. Cercano di riprodurre la multiculturalità anche con i loro utenti. Alcune volte ci riescono. Altre no.

Queste professioniste apprezzano la possibilità di fermarsi e ragionare. Perché sembra non esserci né tempo né spazio per farlo. E in alcuni casi nemmeno l’interesse. Prese da turni che si sono polarizzati nelle prime ore del mattino e nelle ultime del pomeriggio per le alzate, l’igiene personale, il pranzo, la cena, il cambio dei pannoloni prima della notte. Spesso hanno ore buche in mezzo alla giornata. Ma non si può fare altrimenti. Le equipe costano. Alla cooperativa, all’ente locale. Chi può cerca comunque di mantenere dei momenti di dialogo e confronto. In questo modo si scopre che le assistenti domiciliari raccolgono un’enorme quantità di informazioni sull’utente, sulla famiglia, sull’evoluzione dei loro rapporti, che se  rimessa in circolo si rivela molto preziosa. Non solo consente di valorizzare il lavoro domiciliare, di dare senso a tanta fatica fisica e sofferenza emotiva, di consentire identificazioni con un mestiere a contatto con dimensioni di sofferenza e di morte. Ma anche sostiene e alimenta il lavoro di rete,  lo scambio fra operatori e professionisti diversi (assistente domiciliare, volontario, infermiere, medico, badante, …) che interagiscono con pazienti e famigliare.

I servizi di assistenza domiciliare, le organizzazioni pubbliche e del privato sociale, le operatrici e gli operatori che a diverso titolo concorrono a produrli,  costituiscono un grande patrimonio per le persone anziane e disabili, i loro famigliari, la comunità territoriale, i servizi. Un bacino di risorse da valorizzare, potenziare, irrobustire. Non solo attraverso il canale della formazione professionale, ma anche attraverso ricerche e attività formative, interne e fra organizzazioni, in grado di promuovere elaborazione delle pratiche, confronti, valorizzazione, pensieri ed apprendimenti.

Informazioni su matteoloschiavo

Psicosociologo e cuoco, svolge attività di formazione, consulenza e ricerca con organizzazioni lavorative, pubbliche e private, impegnate nel campo della produzione di servizi territoriali (sociali, socio-sanitari, sanitari, educativi, della sicurezza).
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3 risposte a Valorizzare il lavoro dei servizi di assistenza domiciliare

  1. Pingback: Valorizzare il lavoro dei servizi di assistenza domiciliare |di matteoloschiavo da Appunti di lavoro « POLITICHE SOCIALI e SERVIZI

  2. alessandro ziliani ha detto:

    articolo interessante! mi piacerebbe approfondire.
    le logiche economiciste e prestazionali, di lotta al ribasso camuffata, di accreditamenti a tutti i costi e per tutti indistintamente… parlano, non solo della scarsità delle risorse, ma anche della complicità delle varie organizzazioni (cooperative e associazioni) con l’Amministrazione Pubblica.
    Si riesce ancora a parlare delle équipe, di luoghi condivisi e di condivisione dei pensieri e delle pratiche, come se la logica economicista non avesse già devastato il campo? Quante organizzazioni garantiscono le équipe, che tipo di équipe, a quale prezzo?
    Credo che quello che viene deliberatamente taciuto è la costrizione antisindacale, il “ricatto morale” e l’autoreferenzialità (legata all’automantenimento) delle organizzazioni e come questo incida profondamente su una professione che forse molti non riescono più a fare proprio a causa delle condizioni economiche e lavorative (dagli orari devastanti, all’assenza di sedi, all’isolamento…).
    Possiamo parlare di qualità della vita di un comunità e delle persone fragili, bisognose, quando taciamo, deliberatamente, della qualità di vita degli operatori che di quella comunità, di quelle persone si occupano?
    Grazie Matteo per l’articolo, ci consenti di pensare e di riflettere su cosa accade davvero ogni giorno, al di là delle dichiarazioni dei vari presidenti o chi per essi delle grandi organizzazioni, a chi svolge quello che si spera sia un servizio per 700 euro al mese per un disponibilità di 45 ore settimanali a fronte delle 28 ore rendicontabili (e retribuite).
    “ça va sans dire” che condividere queste riflessioni nella propria organizzazione risulta piuttosto complesso, per usare un eufemismo.
    Brugherio è un’isola felice, ancora, per quanto ne so, ma non vorrei fosse sempre più sola.
    alessandro z.

  3. otta 2.0 ha detto:

    Molto interessante l’articolo di Matteo. Segnalo una piccola iniziativa curata a Brugherio dalla Caritas, dal gruppo di migranti Amici dal Mondo, con la collaborazione anche dell’Amministrazione Comunale: un corso per Assitenti Familiari (speso in maniera superficiale tradotto in badanti).Viene rilasciato un attestato di partecipazione, sarebbe interessante riuscire a lavorare in modo da arrivare a consegnare un qualcosa che accrediti della formazione. Anche nel versante RSA, dove conosco molte persone impiegate, come infermieri, ASA, animatori sarebbe bello dare piu’ spazio alla progettualita’ sia utenti residenti, sia per utenti che fruiscono solo di servizi o permenenze temporanee. Troppo spesso le Residenze per anziani sono viste come modo per far soldi alla svelta e le famiglie dei pazienti come “mucche da mungere”.

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