Democrazia e sviluppo: cosa sta accadendo nel mondo?

“Nella terribile storia delle carestie mondiali è difficile trovare un caso in cui si sia verificata una carestia in un paese che avesse una stampa libera e un’opposizione attiva entro un quadro istituzionale democratico.” Amartya Sen

 

Nelle ultime settimane il mondo pare sia stato colto di sorpresa dagli eventi in Nordafrica e in Medio Oriente. È vero che è molto difficile prevedere quali nazioni insorgeranno contro i propri dittatori per ottenere più democrazia; ci sono però alcune variabili che storicamente sono correlate alla democratizzazione: il reddito pro capite, il livello d’istruzione medio del paese e il tasso di natalità di una popolazione.

Lo sviluppo, sostiene Amartya Sen, premio Nobel 1998 per l’economia, deve essere inteso come un processo di espansione delle libertà reali di cui godono gli esseri umani: tutte le conquiste, nella sfera privata come in quella pubblica, sono mezzi per accrescere la libertà dell’individuo, che rimane, allo stesso tempo, il fine primario e il mezzo principale per conseguire lo sviluppo.

Eliminare gli ostacoli che limitano o negano all’uomo l’opportunità e la capacità di agire secondo ragione e di costruire la vita che preferisce diventa un passaggio obbligato per aumentare il grado di sviluppo di un paese. Occorre ridurre la fame e la miseria materiale al pari della tirannia, la precarietà economica così come l’intolleranza o la repressione, il sottosviluppo non meno dell’autoritarismo delle classi dirigenti. Il concetto di sviluppo è ovviamente più ampio e articolo di quello di “semplice” crescita economica.

Già Aristotele aveva teorizzato che lo sviluppo economico è la condizione necessaria per una democrazia stabile, infatti sono stati i paesi più avanzati economicamente a diventare democrazie prima di altri. Tentativi di democratizzazione in paesi molto poveri, ad esempio gli stati subsahariani resi indipendenti dalle potenze coloniali negli anni ‘50, invece non hanno funzionato proprio perché il livello di sviluppo di quei paesi non era sufficiente a mantenere istituzioni democratiche.

L’analisi è di certo molto più complessa perché ad esempio ci sono state fasi storiche con paesi sviluppati che hanno abbandonato la democrazia: si pensi al periodo tra le due guerre mondiali, e vi possono essere eccezioni alla regola, come l’India: una democrazia che è tale fin da tempi in cui il paese era poverissimo. Ma in generale la democrazia è stabile se collegata con lo sviluppo economico: il secondo rende la prima pressoché inevitabile, lo sviluppo e l’istruzione non sono compatibili con regimi dittatoriali soffocanti. Redditi pro capite più alti, sopra il livello di sussistenza, incoraggiano attività economiche più sofisticate, che richiedono più libertà d’azione e mercati più liberi. Un aumento del livello d’istruzione rende sempre meno tollerabile la censura e la mancanza di libertà di espressione, di partecipazione e di critica.

Dall’Africa all’Asia all’Europa, questo scenario rivela come molti dei paesi cosiddetti ricchi, nonostante l’opulenza, soffrano della violazione di diritti elementari che toccano la persona e minacciano l’ambiente. E che la via dello sviluppo si è rivelata più rapida ed efficace proprio in quegli stati che, nonostante la povertà e l’arretratezza economica, hanno saputo varare per tempo vasti programmi di interventi sociali come campagne di alfabetizzazione o piani di assistenza sanitaria.

In questo scenario i paesi nordafricani e mediorientali hanno raggiunto livelli di sviluppo tali per cui la mancanza di democrazia comincia a essere un vincolo pesante. E sono le classi medie in questi paesi a essere particolarmente presenti in queste insurrezioni. Sono abbastanza ricche e istruite per apprezzare, appunto, i benefici della democrazia. In un contesto democratico, il processo decisionale multilaterale consente di ottenere una crescita economica più stabile e duratura.

Diventa però a questo punto necessario che i Paesi più sviluppati seguano e accompagnino questi processi, senza interferire ma fornendo quelle collaborazioni utili a stabilizzare un quadro che per un Paese che esce da un regime non democratico può riservare anche sorprese negative (colpi di Stato, crollo dell’economia, guerre civili). Siamo in un mondo sempre più interconnesso, sia a livello economico che sociale, nessuno può rimanere semplice spettatore.

Ma facciamo anche un passo avanti. Vi è un altro regime che osserva da vicino gli eventi: quello cinese. Il regime in quel paese sopravvive, si dice comunemente, grazie alla straordinaria crescita economica, per cui i cinesi dovrebbero badare a diventare ricchi e non alla democrazia. Ma questo ragionamento funziona nel breve periodo. La crescita economica è un’arma a doppio taglio per il regime di Pechino: lo sviluppo economico dei cinesi li renderà meno tolleranti delle limitazioni alla loro libertà. Una transizione verso la democrazia è inevitabile. L’incognita è se sarà una transizione pacifica o violenta. E questa cosa, visto l’importanza e le dimensioni del gigante asiatico, deve non dico preoccupare ma almeno interessare il resto del mondo.

Informazioni su Giancarlo Ottaviani

Mi sono laureato in Economia presso l'Università Cattolica di Milano. Lavoro come consulente per gli investimenti presso la Banca di Credito Cooperativo di Carugate e Inzago. Mi interessano molto gli studi economici, in particolare lo sviluppo sostenibile in tutte le sue varie dimensioni. Adoro viaggiare, leggere, vedere serie TV.
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Una risposta a Democrazia e sviluppo: cosa sta accadendo nel mondo?

  1. mainograz ha detto:

    Ciao Giancarlo,
    l’analisi che proponi mi fa pensare che, in particolare rispetto ai paesi del Nord Africa che si affacciano sul Mediterraneo, è necessario sviluppare maggiori conoscenze e maggiore fiducia.
    E – a partire dalla attuale la fase di difficoltà umanitaria – maggiore collaborazione.
    Rappresentazioni inquietanti, che prefigurano invasioni apocalittiche, innondazioni di persone pronte a depredarci di tutto, non ci aiutano, mettono in circolo tensioni sociali e riducono la capacità di ragionare.

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