Il lavoro (sociale) non è una vocazione

Leggendo il post di Anna Omodei ho provato empatia iniziale, preoccupazione e speranza: “venerdì ho il terzo colloquio, lavoro da 12 anni, da 3 nel sociale, la posizione è interessante, arriverà un’offerta interessante”…

Pensa e dice che sarà una collaborazione coordinata continuativa

Penso e dico che non è un problema, è un modo per conoscersi, iniziamo così…

Pensa e mostra una bozza di mansionario: rapporto con i Comuni del territorio per promuovere i servizi della cooperativa e trovare nuovi potenziali utenti, fund raising e progettazione, organizzazione di un evento annuale che ha un peso importante per l’organizzazione. Aggiunge che risponderò direttamente al CdA, lavorando al fianco degli altri coordinatori.

Penso che siamo sulla buona strada, qui iniziamo a lasciare la trincea, ci spostiamo in cabina di regia. Contatti con i servizi sociali, ricerca di fondi e progettazione. Questo è il cervello dell’organizzazione.

Pensa e dice, dandomi del tu, che le prospettive future sono buone e che il mio CV è molto interessante.

Penso e dico che ha ragione, sia sul CV che sulle prospettive. Queste ultime sono importanti ma ancor più lo è il presente.

Pensa e dice che un educatore guadagna circa 1.400,00 € lordi/mese e che quindi moltiplicando la cifra per 14 mensilità e calcolandone il 52% relativo al part time che dovrei fare sarebbero circa 10.000,00 € da marzo a fine dicembre.

Penso e dico che facendo l’assistenza domiciliare (lavoro bello, difficile e pagato poco) guadagno di più.

Pensa e dice che credeva mi pagassero meno.

Penso che due anni fa un amico ha lasciato l’Italia: ora vive a Dubai, fa lo psicologo, tempo fa mi ha invitato a seguirlo.

Penso che se deve essere business forse è meglio chiamarlo business; penso che sia meglio un emirato di una democrazia che delude quotidianamente.

Penso e concludo che se fossi un pò più coraggioso (forse non è una questione di coraggio) andrei all’estero, mi batterei per un lavoro analogo a quello che faccio qui, tornerei in Italia e proporrei il social work: che è uguale al lavoro sociale, ma vende di più.

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Informazioni su Alberto Ponza

Lavoro in due cooperative sociali: presso la Cooperativa Luciano Donghi di Lissone coordino un servizio di “Residenzialità leggera” per persone con diagnosi psichiatrica, ad Arcore per La Piramide Servizi mi occupo di progettazione, sviluppo, supporto gestionale. A questo affianco attività di counseling e supporto psicologico oltre alla ricerca e consulenza nell’area della psicologia delle organizzazioni, del lavoro e della salute. Vivo in provincia di Monza e Brianza Telefono: 388 6072790 Mail: psicologodibase@gmail.com
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8 risposte a Il lavoro (sociale) non è una vocazione

  1. mainograz ha detto:

    Ciao Rossella,
    sai cosa servirebbe nel prossimo futuro… (no, non mi azzardo a voli rivoluzionari, a sortite iperboliche)… volevo dire che servirebbe un pensiero su come usare profittevolmente Linkedin:
    – gruppi di aggiornamento…
    – circolazione di informazioni…
    – contatti…
    Sì, va bene.
    Ma come stare lì con una qualche ipotesi proattiva (con quali ipotesi proattive: anche solo guardarsi in giro)?

    • albertoponza ha detto:

      Curioserò su LinkedIn, il confronto (differente dal consiglio…Maino’s suggestion) è (è stato) importante.

      La nottata è passata, rileggo il post e rivedo la mia arrabbiatura; parlare con diverse persone mi ha permesso di cogliere le diverse sfumature della situazione.

      Il post ha una componente provocatoria, una di stanchezza, una di speranza; il dato importante è che ho potuto negoziare il compenso e vedere così riconosciuto il ruolo richiesto (non diventerò ricco, ma è il segnale che cercavo).

      Vi sono delicatezze organizzative talvolta difficili da cogliere (nell’immediato e da soli:-)

  2. rossella ha detto:

    Come venirne fuori è un tema, per i giovani che si chiedono del proprio futuro, del proprio desiderio di realizzarsi, di praticare le proprie passioni, di dare attuazione già che si è studiato.
    Poi ci sono anche i 50enni pre-pensionato o senza lavoro, per altri motivi, che pensano al proprio presente ed al futuro dei propri figli.
    A volte guardo preoccupata Martina (16 anni) e Tommaso (11) e mi chiedo di loro: già un compagno di Martina ha lasciato il liceo milanese ed è andato a studiare in Inghilterra.
    Su Linkedin, rete professionale in internet, hanno aperto una pagina Job rumors, una sorta di socializzazione delle opportunità di lavoro che le persone intercettano e segnalano a chi può essere interessato: in un mese ha già 3200 iscritti!

    Un amico dice, citando Totò: “adda passà a nuttata”, ma quanto è lunga ‘sta notte? e se, come dice Alberto è anche una notte che toglie il sonno….?

  3. albertoponza ha detto:

    E’ vero, è illusorio pensare che una volta inseriti non ci sia il problema di trovare lavoro, così come è ancora più illusorio credere che in un paese diverso agiscano dinamiche radicalmente differenti.

    Ogni lavoro a cui penso prevede una componente imprenditoriale, ogni paese che mi immagino possa ospitarmi ha, già solo sulla carta, questioni problematiche.

    Forse è solo un discorso di opportunità, ho l’impressione che da altre parti possa essere più facile; forse è solo voglia di cambiare, c’è chi per staccarsi dai genitori prende in affitto un monolocale e chi cambia Nazione.

    tonight I’m not able to sleep (it will be a sleepy monday)

  4. mainograz ha detto:

    In Linkedin ci si può iscrivere a diversi gruppi di discussione (e aggiornamento).
    Alcuni di consulenza tecnica, altri su temi specifici, altri di confronto.
    L’impressione è che sembri prevalere un certo attivismo propositivo: è davvero così? Dipende dall’autoselezione di chi frequenta?

    Time to sleep!-)

  5. mainograz ha detto:

    Ciao Alberto,
    ho riletto due volte il tuo commento (e per la verità ho riletto anche quello che a mia volta avevo scritto).

    Non vorrei trasmettere l’idea che la complessità (e l’amaro disappunto) riguardino esclusivamente chi si sta inserendo (più stabilmente) nel mondo del lavoro, quasi che fosse un problema di dentro o fuori.

    Se considero quello che accade all’organizzazione per la quale lavoro e alle persone che ne fanno parte, questo processo di individuazione di opportunità di lavoro è continuo. In certo modo è come se le persone si trovassero ad agire sotto la spinta di dinamiche (solo?) di mercato simili a quelle di imprese più strutturate.
    A ciascuno è come se venisse chiesto di essere impresa di se stesso, anche se fa parte di un’organizzazione.
    E l’impegno potrebbe non bastare; si richiede spirito imprenditivo esuberante e capacità di fronteggiare condizioni avverse (una quasi-sfida mitologica legittimante?).

    Non è sempre negativo, ma certamente è molto faticoso.
    E farsi resilienti potrebbe non essere sufficiente.

  6. mainograz ha detto:

    Ciao a tutti/e,
    ho inoltrato il post su Facebook e ne ho parlato con alcuni amici…
    Lo spezzone di film mi ha ricordato una scena de “Gli occhiali d’oro”.
    Non ho trovato in youtube il video.
    Peccato.
    In ogni caso, la denuncia dello stato delle cose implica una responsabilità dell’università.
    Avrei in mente un progetto.
    Ma non sembra proprio il momento per proporlo in Unimib.
    Aggiungo poi un pensiero.
    Anche chi fatica ad accogliere e a fare spazio ha le sue ragioni (e forse legittime difese).
    Non è facile impegnarsi, poter dare continuità.
    Forse la prudenza non è solo un modo per tenere a distanza potenziali ‘insidiatori’.
    Forse la prudenza è dettata dall’incertezza sul futuro, che riguarda anche chi è (apparentemente) già inserito.

    • albertoponza ha detto:

      Ciao Graziano,
      speravo in un tuo commento.

      Concordo, anch’io mi guardo sempre le spalle: è difficile accogliere, è difficile accettare il valore dell’altro, è ancor più difficile comprendere il significato di cooperazione.

      Però c’è modo e modo:

      1_mortificare la persona (ultimo colloquio);

      2_parlarle apertamente, riconoscerne il valore ma chiarire lo scenario (trasparenza di una società di consulenza con cui ancora collaboro occasionalmente);

      Guardo i fatturati di alcune organizzazioni sociali e mi vergogno del mio compenso.

      Ieri ne parlavo con un amico: la cifra che mi hanno proposto è la stessa che lui versa, netta, alla collaboratrice domestica.

      A questo punto penso seriamente che andrò a servire ai tavoli oltremanica: palestra estiva per l’inglese, valigie pronte per uno Stato in cui il numero degli psicologi è pari a quello della sola Lombardia.

      Leggo sul sito dell’Ordine degli Psicologi che ci sono casi di tirocinii a pagamento (chiedevano i soldi al tirocinante!): http://www.opl.it/Allegati/news_download_280.pdf

      E io che mi lamento dello stipendio…

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