Il linguaggio serve a pensare

Trovo che sia molto interessante ed utile, fare attenzione all’uso che le persone fanno delle parole perché in esse vi sono indizi curiosi e preziosi che dicono del pensiero che vi è sotteso ed in alcuni casi del pensiero che si desidera promuovere o rimuovere.

Fa parte dei ricordi di molti di noi aver simpatizzato con Michele Apicella, il burbero protagonista di Palombella Rossa, interpretato da Nanni Moretti.

“Come parla?” è la domanda che spesso mi trovo a condividere con  Moretti, anche se con maggiore curiosità e minor fervore di quello che appare nel frammento del film; “che parole usa?” e “cosa dicono quelle parole?” sono sassolini di piste curiose.

Nel mio lavoro di consulente è importante fare attenzione all’uso delle parole, sia alle mie, sia a quelle altrui, quelle delle persone e quelle con cui l’organizzazione si caratterizza e che in qualche modo “impone”, anche inconsapevolmente,  ai suoi appartenenti.

In un Sert, può capitare che ogni cosa venga “somministrata”:  riunioni, interviste, incarichi, consulenze come i farmaci e le terapie agli utenti.

In azienda spesso le mail si introducono con un sintetico FYI (acronimo di “for your information”) e può essere accompagnato da un ASAP (as soon as possible) – l’uso di questi acronimi costruisce spesso l’idea che nella loro sinteticità stia la chiarezza della comunicazione, che rende superfluo qualunque chiarimento, splendido esempio di comunicazione razionale e lineare, a volte purtroppo, illusione di efficienza ed efficacia.

Ricordo una splendida riunione di qualche anno fa in cui, dopo una presentazione ricca di acronimi del genere, la platea cominciava a dare seri segni di disorientamento (si trattava di persone mediamente prossime alla pensione con scarsa dimestichezza sia con l’inglese che con questo tipo di linguaggio) un mio collega, con un forte accento romano aveva esordito “ASAP … A SAPè  che vorno  dì?!?…” . C’era stata una sonora e liberatoria risata.  Era riuscito così a recuperare un incontro altrimenti perso, che avrebbe prodotto solo una sensazione di incompetenza, di schiacciamento e di impossibilità nelle persone: esattamente il contrario di ciò che serviva ed esattamente il contrario di ciò che questi professionisti portavano: una grande esperienza nel loro ruolo di coordinatori della rete di liquidazione sinistri di una compagnia assicurativa, allora, fra le prime in Italia.

Osservando l’uso delle parole, le si può guardare come  indizi del pensiero da cui si sviluppano … ma se ci svincoliamo da quest’ipotesi lineare pensiero-parola, dall’idea che  la parola sia una traduzione del pensiero e  proviamo ad invertire i fattori, allora possono esserci altre curiose implicazioni, in cui l’uso delle parole orienta o disattiva il pensiero.

Parola e pensiero si fondevano in un unico termine per i greci, “logos”, a testimonianza che pensare-parlare fosse una sola facoltà. Alcune teorie dello sviluppo infantile sostengono che il ragionare ad alta voce dei bambini piccoli sia un passaggio che precede e rende possibile l’interiorizzazione del pensiero. La parola costruisce e sostiene il pensiero.

Ho seguito alcune dinamiche all’interno della Casa del Grande Fratello (eh si! ognuno di noi ha le proprie inconfessabili debolezze) dove persiste il problema della costante sparizione di cibo e altri beni di proprietà dei singoli concorrenti (tristemente sembra che neanche in un ambiente ristretto, dotato di un certo comfort, si riesca a sperimentare un concetto diverso di proprietà: il bene comune).  Molti concorrenti ne parlavano, come di scherzi, atti innocenti che non venivano però mai né confessati, né riparati e nei quali chi era oggetto della sottrazione non pareva affatto divertirsi; le parole usate erano “le cose spariscono”, “non trovo più”, qualcuno ha preso”. Volendo essere più precisi si tratta di furti, ma vi assicuro che questa parola è stata difficilissima da pronunciare ed una volta che un ragazzo ha avuto il coraggio di usarla, la sensazione è che finalmente si potesse veder chiaro. Alcuni sembravano persino sollevati che finalmente quel pensiero fosse stato autorizzato. Ma la parola è stata poco sulla scena, immediatamente ritirata e mai più riapparsa né da parte delle “vittime” (tantomeno degli autori delle sottrazioni, spesso ripresi nelle loro incursioni dalle telecamere) forse perché, nonostante il problema sussista e crei non pochi attriti, la parola furto ha come conseguenza, la parola ladro e l’idea di convivere con un ladro è probabilmente troppo pesante da sostenere.

Come non ricordare il famoso “utilizzatore finale”, creativamente prodotto da Ghedini per  definire le azioni del suo cliente? Certo che male c’è ad “utilizzare”? L’uso della parola “utilizzatore” sposta e distrae il pensiero, allontana il pericolo dal cliente dell’avvocato e da chi nella società si sentirebbe minacciato dal pensiero di un Presidente del Consiglio coinvolto in faccende di prostituzione; se, provvisoriamente, non vogliamo tener conto del fatto che, in questo caso, l’oggetto utilizzato era una donna, “utilizzatore” è sicuramente rassicurante!

Molto interessanti, in questo senso, sono le analisi che propone Roberto Saviano, sull’uso delle parole che in alcuni casi la stampa sceglie per dare notizie sulla camorra, in cui un tempo verbale fa la differenza sul contenuto del messaggio e sui pensieri di chi scrive e di chi leggerà. Saviano parla de “il potere della parola che va a trasformare le cose”.

Allora come utilizzatori di parole, mi sembra necessario fare attenzione alle parole, riflettere sui significati, non mortificarle, perchè le “parole sono importanti”, come dice Moretti, le parole sono potenti ed è importante essere attenti a che i nostri pensieri non siano succubi inconsapevoli dalle parole che ci circondano e che contribuiamo a far circolare o di cui favoriamo l’omissione.

E voi che parole incrociate, diffondete, schivate, ignorate?

E quali parole attrezzano i vostri pensieri?

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5 risposte a Il linguaggio serve a pensare

  1. Pingback: Il linguaggio serve a pensare, di Rossella Elisio, da appuntidilavoro « POLITICHE SOCIALI e SERVIZI

  2. rossella ha detto:

    Ciao Alberto,
    indubbiamente la complessità è parte della comunicazione, della connessione fra più parti, fra diversi che si ritrovano in movimento continuo fra comprensioni ed incomprensioni, fra accordi e conflitti, avvicinamenti e distanziamenti.
    Mi pare che un passaggio importante sia la consapevolezza, che pure non elimina la complessità ma la rende avvicinabile e più intrigante che spaventevole.
    Ciò che brevemente mi intriga della proposta di Watzlawick è non solo la questione dell’impossibilità di non comunicare ma il fatto che in questo concetto a mio parere, riunifichi corpo-mente, consapevole-inconsapevole, parola-pensiero-azione, micro-macro, individuo-contesto… riportandoci in parte al concetto di “logos” greco in cui pensiero e parola avevano un unica definizione!

    Bon 150° a tutti!

  3. albertoponza ha detto:

    Leggendo il post pensavo a quanto è difficile scegliere le parole giuste.

    Ho ripensato a Watzlawick e all’imposssibilità del non comunicare.

    Improvvisamente tutto è apparso più complesso.

    ;-)

  4. rossella ha detto:

    ciao Vittorio!
    Leggevo che tutti noi mentiamo almeno nel 30% delle nostre dichiarazioni quotidiane (non ricordo esattamente il dato e quindi mi tengo su una dimensione prudenziale). All’inizio mi sono stupita poi ho ripensato alla mia giornata, ed alle mezze verità/alle intere menzogne dette per fretta, per tagliar corto, per gentilezza, per autoinganno, per leggere ingenuità… d il dato sembrava molto più realistico.

    Per quanto riguarda Apicella… anche a me era sorto il dubbio, così condivido con te questa curiosità che ho trovato su Wikipedia:
    “Michele Apicella è un personaggio immaginario del cinema italiano, creato dalla fantasia del regista e attore Nanni Moretti e protagonista, da lui stesso interpretato, di cinque dei suoi primi sei lungometraggi.
    Michele Apicella (il cognome è quello della madre di Moretti, Agata Apicella) non è mai la stessa persona. In ogni film, infatti, ha una vita e una professione diversa, oltre naturalmente all’età progressiva dell’interprete.
    In Io sono un autarchico (1976 a 23 anni) è un disoccupato che impiega il suo tempo recitando in una compagnia teatrale sperimentale; in Ecce bombo (1978 a 25) è uno studente ex sessantottino fuori corso; in Sogni d’oro (1981 a 28) è un nevrotico regista in erba frustrato dall’incomprensione; in Bianca (1983 a 30) è un professore di matematica ossessivo e osservatore; infine, in Palombella rossa (1989 a 36) è un pallanuotista ex dirigente PCI con una significativa amnesia. Da una sintesi della figura dei vari Apicella – nevrotici, acculturati, critici (soprattutto della loro stessa fede politica) e a lor modo moralisti – deriva il tipico personaggio morettiano.”

    Buon blog a tutti!
    Rossella

  5. vittorio ondedei ha detto:

    condivido pienamente l’idea che tante volte siamo lì a NON chiamare le cose con il loro nome (prendetela così, letteralmente!), contribuendo così all’opacità delle relazioni interpersonali ed alla disfunzioni (funzionali?) organizzative.
    i vestiti nuovi dell’imperatore: se ne stava lì, abbindolato e spremuto, vestito di niente, e tutti a battere le mani e far complimenti. Poi arriva il bambino e dice le cose come sono ed il potere (quel miscuglio di obbedienza, riverenza, ambiguità, seduzione..) crolla. Credo che la nostra epoca non dia più credito alla parole dei bambini, alle parole che dicono le cose come sono. Non è più riconosciuta l’innocenza -perchè tanto tutti siamo sicuramente colpevoli di qualcosa e prima o poi qualcuno ci riprenderà mentre rubiamo una penna al supermercato o svolgiamo una prestazione senza fattura o scriviamo una parolaccia in un messaggio su facebook.
    Si consumerebbe le mani, Apicella (ma non era il bardo del cavaliere?!?), ai giorni d’oggi. Giorni in cui, nella noncuranza con cui sono trattate, le parole sono arrivate al massimo potere possibile: quello di significare e produrre cambiamenti reali nella vita, senza che a tali parole corrisponda qualcosa di reale.
    Alla faccia di De Saussure, significante e significato si sono fusi, mettendo da parte l’oggetto e la materia. SIamo tutti in mutande, felici di esserlo, e quando ce lo fanno notare (chi lo fa ancora?) sbraitiamo, ci lamentiamo e ci togliamo pure quelle!!

    grazie Rossella!

    vittorio

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