Il mestiere di “stagista”

Sollecitata dal post di Alberto Ponza – “Cena con Delitto” non riesco a trattenermi da qualche riflessione sul mestiere di stagista, ma anche sul privilegio del voler continuare ad imparare.

Sarebbe interessante provare a definire, restando in tema di cena con delitto, l’identikit dello stagista fra radici etimologiche, definizioni legislativo-teoriche, esperienze dirette, desiderata ed obiettivi della committenza e degli stagisti, lo stagista visto dal gruppo di lavoro in cui si inserisce (non sempre ben disposto: “con tutto quello che ho da fare mi arriva anche uno stagista!!”), interpretazioni legate al momento storico (un esempio per tutti: il noto episodio che ha coinvolto Clinton e la sua stagista).

Penso allo stagista che frequentemente rappresenta a mio parere (purtroppo)  una nuova forma di semi-schiavitù, come ben ritratto in questa scena tratta da Boris, una serie televisiva italiana sottotitolata La fuoriserie italiana:

Mi viene in mente anche una mia esperienza di vita vissuta (meno traumatica del povero stagista della serie televisiva).

Qualche anno fa,  già consulente in età matura,  ho partecipato ad un progetto da un cliente; avevo proposto la mia partecipazione a titolo gratuito in affiancamento ad una collega durante un intervento formativo che lei aveva già avviato. Mi interessava fare esperienza “sul campo” rispetto ad alcune questioni, per confrontare il mio modo di trattarle rispetto ad altre possibilità e punti di vista.
Il cliente naturalmente era stato informato e gli era stato comunicato che ci sarebbe stato un secondo consulente con il ruolo dell’osservatore senza che questo costituisse per loro un aggravio di spesa.

SCENA PRIMA- ATTO UNICO: i due consulenti, appena arrivati presso la sede del cliente, aspettano l’ascensore insieme al coordinatore interno del percorso formativo….quando all’improvviso…
Coordinatore – “pensavo fosse più giovane!?” guardando la nuova consulente
La nuova consulente – pur avendo notato lo sguardo rivolto verso di lei, si gira intorno per essere certa della sensazione avuta, e replica interrogativa “sta parlando di me?”
Coordinatore – “eh si! mi avevano detto che veniva una stagista… e sa, da mia moglie (che ha una stagista) si tratta di una ragazza giovane”
La nuova consulente – fra l’imbarazzato, il sorpreso e il divertito “effettivamente non sono giovane, e non sono neanche stagista; sarebbe interessante capire perchè lei si è fatto questa idea”
Coordinatore – “mi avevano detto che non era pagata e che doveva imparare”!

SCENA SECONDA – ATTO UNICO:  avvio della giornata di formazione, si comincia con un giro di tavolo in cui la nuova consulente si presenta…
La nuova consulente – “mi chiamo Rossella Elisio, mi occupo dei processi di lavoro, di apprendimento e di relazione nelle organizzazioni lavorative e mi interessava conoscere meglio la vostra esperienza ed approfondire insieme a voi il tema del funzionamento del gruppo di lavoro (tema della giornata). Stamattina al mio arrivo, ho avuto un interessante scambio con il vostro collega – (segue breve racconto). Nonostante non sia più alle prime esperienze professionali penso che sia importante, stimolante e forse un privilegio da assicurarsi, il continuare ad imparare e a sviluppare conoscenze e competenze… voi cosa ne pensate?”

Gli “incidenti”, le cose curiose, le note stonate se non vengono accantonati si rivelano spesso  fantastici momenti di apprendimento e riflessione. Poter commentare questo episodio ha consentito anche ai partecipanti di collocarsi in un ruolo più “robusto” ed autorevole e la giornata è stata molto interessante!!

SINTESI – Quindi lo stagista:
– è giovane
– lavora gratis
– deve imparare, quindi non sa
– è di proprietà di…
– personalmente aggiungo: è importante possieda sense of humor!

e l’elenco potrebbe continuare…

Ne consegue anche che chi nelle organizzazioni dichiara di voler imparare cose nuove, può correre il rischio di risultare sospetto; in alcuni casi mi pare che la competenza sembra essere intesa come un punto di arrivo definitivo e non un elemento che richiede continua cura, rivisitazione, messa in discussione… cose molto piacevoli da fare, soprattutto se si è curiosi e si crede in un approccio multidisciplinare.

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3 risposte a Il mestiere di “stagista”

  1. dicksick ha detto:

    “a meno di 25 devi essere in grado, secondo alcune campagne di selezione del personale di presentare in cv in cui una brillante carriera universitaria sia affiancata da master, esperienza ed approfondita conoscenza di almeno una lingua straniera”. Già, e nel frattempo invecchi… Ho sentito che negli uffici di collocamento preferiscono i non laureati. Dei titoli universitari, dei master e dei corsi di specializzazione se ne fanno una beneamata sega. Fatto sta che il dilemma è: laurearsi o non laurearsi? Lavorare sin da giovani (nel vero senso del termine) o trascorrere 10 anni ad apprendere prima di entrare nel mondo del lavoro?

    Sono d’accordo con te. Lo stage è uno strumento utile. Ma non qui, per ora. Qui, nella maggior parte dei casi, la “serietà” dello stage sfiora il ridicolo.

  2. roxeli ha detto:

    Concordo…
    “giovane”: fra una dimensione anagrafica oggettiva ed una dimensione soggettivo-sociale.
    Tralasciando la dimensione del “sentirsi giovani” (che sarebbe intrigante affrontare), nel mondo del lavoro essere giovani si traduce in età anagrafiche molto diverse, così:
    – a 35-40 se in azienda non hai fatto “il salto”, è meglio che ti dia una mossa
    – a 30-35 si incontrano ancora molti stagisti, ma ciò vuol dire che le organizzazioni lavorative considerano questa relazione professionale proponibile per quella fascia d’età
    – se consideriamo anche la politica un mestiere, ho sentito un recente dibattito sul rinnovamento del PD in cui i giovani di cui si parlava avevano una media di 40 anni
    – a meno di 25 devi essere in grado, secondo alcune campagne di selezione del personale di presentare in cv in cui una brillante carriera universitaria sia affiancata da master, esperienza ed approfondita conoscenza di almeno una lingua straniera alcune

    Ma forse occorre mettere anche un po’ di “lenti rosa” e pensare che in alcune situazioni quando lo strumento stage viene usato per le sue potenzialità e forse anche per com’è stato ideato, può costituire una buona occasione per le organizzazioni e per i giovani!
    Come tutti gli strumenti … dipende da come vengono usati.

  3. dicksick ha detto:

    “lo stagista è giovane”: e qui si pone un altro problema. Conosco stagisti di 30-35 anni. Lasciamo stare i discorsi sulla vita che si è allungata e sul fatto che si è giovani nell’animo, ma i 30-35enni non sono propriamente “giovani” (a volte la fascia si allarga anche ai 40).
    Fatto sta che il profilo dello stagista perfetto corrisponde ai requisiti da te elencati. Personalmente aggiungerei “servile” e “molto remissivo”, ma credo si possano sintetizzare nella caratteristica “è di proprietà di”.
    Un saluto!

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