A proposito di potere: duplice regalità nel mondo miceneo

Dal passato ci può venire qualche spunto per ragionare su potere e autorità?
In questo post Paolo Dagazzini ci propone un salto nell’epoca micenea per considerare esempi di potere condiviso.
Ne viene qualche sollecitazione per il presente?

Regalità duplice, gradazioni di regalità: i re del mondo miceneo

“Regalità” è una parola che, nel nostro immaginario collettivo, evoca sovente la sovranità di un unico individuo che, insignito di un’ampia autorità, esercita un potere più o meno assoluto su una popolazione; ma non è, o perlomeno non è stato, sempre così. La regalità può designare anche qualcosa di sensibilmente diverso.

La civiltà micenea si sviluppa in Grecia a partire dal secondo millennio a.C. per raggiungere la sua maturità ed il suo massimo splendore tra il 1600 e il 1200; poi, improvvisamente e, almeno in parte ancora piuttosto misteriosamente, scompare verso il 1150 quando, a seguito di una serie di distruzioni dei centri di potere, lascia il posto ad un lungo periodo di gestazione che porterà, all’alba del nono secolo a.C., alla nascita della civiltà propriamente greca, arcaica prima e classica poi.

Nell’età micenea il territorio ellenico era costellato di regni, la cui memoria è sopravvissuta, pur “mitizzata”, nella poesia epica di Omero, e tali organizzazioni erano controllate da un potere centralizzato che le gestiva dagli “ombrosi portici” di ampie e complesse strutture, i cosiddetti palazzi: Pilo in Messenia, Micene e Tirinto in Argolide, Tebe in Beozia, Cnosso e Festo nell’isola di Creta ce ne hanno restituito gli esempi più celebri e spettacolari, ma numerosi altri minori sono disseminati in quasi tutta la Grecia continentale ed insulare. L’archeologia ha permesso di ricostruirne con una certa precisione la struttura, evidenziando come la loro disposizione interna denoti delle costanti precise.

Il palazzo di Pilo, in Messenia: il mégaron principale (in rosso) e il mégaron secondario (in azzurro)

Spazi d potere
Il complesso palaziale si struttura attorno ad una corte centrale, sulla quale si affacciano tutti i principali ambienti della costruzione; uno di questi, presente in tutti gli esempi a noi noti, è di particolare importanza nella ricostruzione del sistema di governo di questi regni. Elemento che anche nella sua disposizione evidenzia una chiara centralità, il complesso detto mégaron era la sede dell’esercizio del potere: si tratta di una struttura costituita da tre vani, ovvero un portico d’accesso, un vestibolo, ed una vera e propria sala del trono che conteneva al centro un focolare circolare, incorniciato da quattro colonne, e sulla destra, appunto, il trono del sovrano. Fino a questo punto, dunque, non sembrano esserci grandi differenze con gli apparati sviluppati all’interno della moderna concezione della monarchia, sennonché in quasi tutti i siti l’esplorazione dei palazzi ha portato alla luce l’esistenza di un secondo mégaron, più piccolo, solitamente in posizione defilata, la cui sala del trono normalmente manca di uno dei tre elementi tipici. In altre parole, il palazzo miceneo sembra denunciare chiaramente la presenza di due diversi centri di potere, in correlazione diretta tra di loro.

Questi, per ora, i dati archeologici: ma chi popolava ed utilizzava questi due spazi? Per rispondere a questa domanda possono venire in soccorso alcuni documenti molto importanti, delle tavolette di argilla iscritte che sono state rinvenute negli archivi dei palazzi. Si tratta di brevi testi in Lineare B (sistema scrittorio di tipo sillabico), scritti in un arcaico dialetto greco, redatti da funzionari di palazzo o dai loro scribi, che annotano in modo estremamente sintetico dei dati riferibili all’amministrazione: non vi sono pertanto documenti politici, trattati o magari costituzioni di questi stati, ma nondimeno vi si rintracciano degli elementi molto utili per delineare la fisionomia del governo di questi regni. All’interno di liste di contribuzioni, di documenti catastali, di elenchi di personale o di vari tipi di risorse e di altri documenti di questo tenore sono citate diverse cariche dell’organizzazione dello stato, ma ne emergono in particolare due, che si distinguono per la loro ricchezza, la loro posizione e la loro importanza, dato che possono vantare molti beni e che soli hanno diritto ad un témenos (un appezzamento di terra pubblica ad essi consegnato) ed ad altri privilegi: il wánax ed il lawagétas. In altre parole, nelle tavolette sembrano essere registrati due diversi personaggi entrambi investiti di un potere in qualche modo regale.

PY Er 312. Tavoletta in lineare b, parte del catasto di Pilo, che delinea i témena dei re (riproduzione)

Non si può parlare però esattamente di due re, intesi come due sovrani posti allo stesso livello, dal momento che appare chiaro come il wánax sia gerarchicamente superiore al lawagétas che si configura quindi come la seconda carica dello stato. Poco, a causa della natura delle nostre fonti, è possibile dire sulle prerogative di costoro. Il wánax, parola che etimologicamente prelude a quella del greco classico hánax che significa “signore, sovrano”, sembra essere effettivamente il titolare della sovranità sul popolo, la figura a cui fa capo l’intera struttura del potere, quello che, impropriamente, potrebbe essere considerato il monarca; tra l’altro, la presenza di tale personaggio in contesti cultuali sembra assegnargli anche un ruolo religioso, compatibile con la concezione antica del sovrano. La parola lawagétas, composta dalle radici delle parole láos, “popolo”, e ágein, “condurre”, sembra designare “colui che comanda, conduce il popolo”, e sembra quindi designare una posizione di comando particolarmente influente; alcuni studiosi hanno collegato a láos il significato di “popolo in armi”, ovvero l’esercito, vedendo così in questa figura un altissimo comandante di tipo militare. Oramai gli studi hanno mostrato in modo abbastanza sicuro che tale etimologia non può ritenersi valida, ma questo non implica ipso facto che un ruolo di questo tipo non possa essere stato ricoperto dal lawagétas. Null’altro, per ora, sappiamo su costoro, né i rapporti tra i due, né le dinamiche di successione o di elezione.

Guerra e pace
I due re del palazzo miceneo sembrano comunque distinguersi nettamente nelle loro funzioni: se quello in qualche modo principale è legato alla sfera del culto ed al tempo di pace, l’altro, seconda carica dello stato, potrebbe effettivamente avere a che fare con la guerra. Ma torniamo all’archeologia: i due
mégara sembrano effettivamente rispecchiare questa duplicità del potere, ma c’è anche qualcosa di più. Il sito di Pilo ha conservato anche una buona parte della decorazione pittorica interna al palazzo, ed è proprio questa che può fornire qualche informazione in più.

Palazzo di Pilo. Affresco del "Cantore" nel mégaron principale (ricostruzione)

Il mégaron principale di tale struttura è riccamente adornato da un ciclo affreschi che, nel vestibolo, rappresenta una serie di attività di culto, in particolare una processione che culmina in un sacrificio, che viene eseguito da un personaggio che spicca sugli altri; ma, ancora più interessante, è la decorazione della sala del trono. Ai due lati del trono sono dipinti due grifoni, e due leoni, in posizione araldica, che sono un chiaro simbolo di potere regale; sulla stessa parete, al centro di una serie di rituali, campeggia un personaggio conosciuto come il “cantore di Pilo”. Un uomo, assiso su una pietra, in vesti di tipo sacerdotale, suona una lira a sette corde, lo sguardo rivolto ad un uccello crestato. Come ha mostrato Massimo Cultraro (L’affresco del cantore di pilo e l’investitura del potere, Ostraka, anno IX n. 1, 2000, pp. 9-30), molti sono gli elementi, tipici delle rappresentazioni del mondo antico, che identificano questo personaggio come sovrano, dotato di prerogative di tipo politico e religioso. Come il wánax, quindi. La decorazione del mégaronsecondario, invece, non è nota, ma all’interno di questo sono stati rinvenuti i frammenti della decorazione del piano superiore, una sala da banchetti probabilmente, sicuramente strettamente correlata

Palazzo di Pilo. Affresco della "Battaglia" del mégaron secondario (ricostruzione)

con le attività del vano sottostante. Si tratta in questo caso di un ciclo di affreschi di tenore completamente diverso da quello dei precedenti: quella che è rappresentata è, infatti, una battaglia presso un fiume, nel corso della quale dei guerrieri che indossano armamenti di foggia micenea trionfano su altri, diversamente connotati. Se questa struttura è realmente la sala del trono del lawagétas allora sembrerebbe che le attribuzioni di tipo militare supposte possano essere in qualche forma fondate. Il palazzo di Pilo rispecchia quindi questa struttura di duplice regalità, e il mondo miceneo sembra quindi reggersi su una sorta di diarchia gerarchizzata.

Diarchia gerarchizzata
Una suggestione [che mi è stata suggerita dalla dott.ssa Anna Miriam Biga, che ringrazio] in questo senso la si può ritrovare in Euripide. Nella sua
Antiope, tragedia per noi frammentaria e che quindi presenta una serie di problemi di ricostruzione, nel finale il dio Ermes stabilisce che la sovranità su Tebe in Beozia (centro palaziale miceneo…) debba essere riconsegnata da Lico ad Anfione e Zeto, due fratelli, che quindi dovrebbero regnare assieme sulla città. Ecco le parole che Ermes rivolge a Lico (fr. 42, vv. 68-70 e 78-79):

Io, Ermes, figlio di Maia, vi trasmetto gli ordini di Zeus, del quale sono venuto a portare il messaggio. […] Bisogna che tu gli obbedisca e che di buon grado tu renda loro la regalità sulla terra di Cadmo (cioè Tebe), signore.

Poco oltre, il dio annuncia, rivolgendosi direttamente ai due fratelli (fr. 42, vv. 86-97):

Quanto a voi, dopo che, purificati, avrete accesso alla città di Cadmo, entratevi e munitela di sette porte fortificate. Tu, che hai preso dei nemici… È a Zeto che ho rivolto queste parole. In secondo luogo, invito Anfione a prendere la sua lira tra le sue mani e a celebrare gli dei con i suoi canti: i blocchi di pietra ti seguiranno, catturati dalle tue melodie, così come gli alberi che lasceranno il suolo materno, alleggerendo così la fatica per le braccia degli artigiani. Zeus ti procura questo onore, ed io con Zeus, del quale tu possiedi questa invenzione, o signore (hánax!) Anfione.

Il mito racconta come Zeto sia, tra i due fratelli, quello dedito alla pratica militare, mentre Anfione è caratterizzato dall’esercizio della musica, ed Ermes stesso in questi versi rimarca queste attribuzioni. Nell’assegnare la doppia regalità su Tebe, quindi, il dio sembra mantenere la stessa dicotomia di funzioni emersa in precedenza. Ma c’è un altro particolare: è ad Anfione, caratterizzato fortemente dalla lira, che Ermes si rivolge con il titolo di hánax, parola che, come si è detto, è di fatto la stessa di wánax. Naturalmente, per la prima regola della filologia dove avrebbe dovuto trovarsi un termine chiave c’è una lacuna, nello specifico un buco sul papiro: intorno al verso 90, quando il dio parla a Zeto, sono andati perduti alcuni versi, e questo fa sì che non possiamo sapere come il “re guerriero” venisse chiamato. Sta di fatto, però, che nel corso di questo episodio Anfione, il “re con la lira”, riceve a più riprese il titolo del massimo sovrano miceneo, mentre l’altro no.

Come si è detto, è solo una suggestione: quasi certamente Euripide non aveva in mente nel vergare le sue carte con queste parole la gerarchia di un regno miceneo, ma non è da escludere che la tradizione di un tale sistema sia sopravvissuta nel mito, e che a quella il tragediografo facesse riferimento.

Fratelli al potere
Del resto, la tradizione mitica greca conosce anche diversi altri casi di regalità doppia; di particolare rilevanza, in quanto anch’essa riferita alla città di Tebe, è quella di Eteocle e Polinice. Costoro, guarda caso anch’essi fratelli, figli del celeberrimo e sventurato Edipo, in seguito al volontario esilio del padre (e fratello… Edipo li aveva generali da Giocasta, che però, anche se lui allora non lo sapeva, era sua madre), ricevettero il potere sulla città. Avrebbero dovuto esercitarlo congiuntamente ma, per timore di arrivare a contesa, si accordarono di regnare un anno ciascuno, alternativamente; il primo turno toccò a Eteocle, e Polinice lasciò la città. Dodici mesi dopo, però, al momento di rientrare per riottenere il proprio posto, Polinice si vide rifiutare quanto gli era dovuto, ed organizzò quindi una spedizione militare contro la propria città, Tebe, giungendo a scontrarsi direttamente con Eteocle in una battaglia nel corso della quale i due si uccisero vicendevolmente. Al di là dei tanti altri possibili risvolti di questa vicenda di litigi per l’eredità (forse non è poi cambiato molto da allora), è interessante come la regalità risulti in questo mito intessuta di due aspetti: da un lato la duplicità, di cui si è detto e si dirà ancora qualcosa, e dall’altro la rotazione annuale delle cariche, elemento questo “di innovazione”, che sarà la norma di molte città greche democratiche, e di Atene in primis.

C’è però nel mito greco un’altra coppia di fratelli, più precisamente di gemelli, che pur non essendo ricordata per un regno congiunto, ad una duplice regalità, questa volta storica e reale, sono intrinsecamente collegati, ovvero i Dioscuri, i “figli di Zeus”, Castore e Polluce. Dato che mater semper certa est, è abbastanza agevole dire che sono figli di Leda; quanto al padre è più complicato, dato che, pare, nella stessa nottata costei si unì sia al legittimo marito, Tindaro, re di Sparta, sia al buon Zeus, per l’occasione trasformatosi in cigno. In seguito a questo, ella partorì due uova che, schiusesi, diedero alla luce Elena e Clitemestra, e – per l’appunto – Castore e Polluce. È proprio alla memoria dei due figli maschi di Tindaro, e quindi eredi al trono, che si rifanno le istituzioni spartane di epoca arcaica e classica: questa famosa città della Laconia fu governata da due re, appartenenti a due diverse famiglie dinastiche, che condividevano una duplice regalità che, sempre più nel corso dei secoli, assunse la fisionomia di una doppia monarchia “costituzionale”, dal momento che il loro potere è affiancato, ed in parte delimitato, da quello delle assemblee dei cittadini spartiati. Naturalmente sarebbe del tutto sbagliato affermare che la duplicità della regalità spartana è diretta discendente, o in qualche modo comunque un’immagine fedele, di quella micenea, però questo insieme di coincidenze porta a pensare che ci possa essere qualcosa, nella cultura greca, che caratterizza il ruolo del re in modo sostanzialmente diverso da quella che è la nostra idea di un’autorità monarchica.

Omero: basiléus e consiglio
Come si è velocemente accennato in precedenza, Omero è una sorta di scrigno che conserva i ricordi dei fasti del mondo miceneo, sfumati nella leggenda eroica. Sarebbe ancora più corretto dire che nei poemi epici, composti per via orale e formatisi grazie ad una gestazione di secoli, si sovrappongono e si stratificano elementi di epoche diverse. In questa congerie di tradizioni differenti è possibile individuare dei particolari che sono rilevanti per tentare una ricostruzione di tipo storico.

Per quel che concerne la regalità, Omero sembra essersi dimenticato della doppia regalità di Micene, dato che del lawagétas non v’è traccia, e che la parola greca hánax, che corrisponde linguisticamente a quella micenea che designa la massima carica, il wánax, è presente ma non ha il significato tecnico di “re”, ma è un titolo rivolto a chiunque eserciti un qualche tipo di autorità o potestà, sia egli un mortale o un dio: vuol dire, insomma, semplicemente “signore”. La figura del re, però, è presente nei poemi, e riceve il nome di basiléus. Costui è un monarca che esercita un potere su un popolo, ma non in modo assoluto, dato che pur avendo amplissimi poteri e privilegi è sempre affiancato da un consiglio composto dagli anziani e dai notabili del suo regno. Tale configurazione di poteri non è del tutto estranea al mondo miceneo dato che dai recessi della documentazione delle tavolette emerge la figura del quásireu (può non sembrarlo ma, fidatevi, etimologicamente è la stessa parola) che sembra una sorta di capo amministrativo locale, subalterno al potere centrale, che esercita una certa autorità su una comunità ristretta, affiancato da una gherusía, cioè l’assemblea degli anziani. Ciò che sembra trasparire da queste considerazioni è che, a seguito della caduta del potere palaziale centrale, ci sia stato una sorta di avvicendamento ai vertici dato che è venuta a mancare la regalità centrale e accentratrice che risiedeva nei mégara delle capitali dei regni, mentre al contempo ha resistito la “regalità” locale che, rafforzandosi progressivamente e raccogliendo maggiori prerogative non più ricoperte dal wánax, ha assunto un vero e proprio statuto monarchico in un mondo che, rispetto al precedente, era divenuto estremamente frammentato localmente. Ed è questo il mondo che Omero ricorda.

Ma anche in questo contesto non si può parlare di una sola regalità. Se presi singolarmente, infatti, i re dei vari stati greci dell’epoca eroica sono sovrani che esercitano un potere individuale, nell’ambito della coalizione di re che partecipa alla spedizione contro Troia si riscontra, ancora una volta, ad una certa gradazione della regalità, dato che c’è un sovrano, Agamennone, guida della spedizione, che è “il più re di tutti”: è il saggio Nestore a usare questo termine, basiléutatos, un superlativo, nell’Iliade (IX.69) rivolgendosi proprio all’Atride e specificando che, di conseguenza, sta a lui decidere. Lo stesso Agamennone lo ribadirà con forza, per sancire la sua superiorità su Achille, col quale i rapporti non erano del tutto distesi ed idilliaci (IX.160-161):

si sottometta dunque a me, dato che sono più re di lui (basiléuteros, un comparativo di maggioranza), e sono anche per età più anziano!

È abbastanza chiaro, quindi, come ci sia una sorta di gerarchia tra questi re, formalmente indipendenti tra loro; la regalità, insomma, riconosce al suo interno delle gradazioni. Nella prassi della cancelleria Ittita del XIII/XII secolo a.C. viene fatta una distinzione nella titolatura dei regnanti a cui il sovrano scrive, dalla quale emerge un sistema di rapporti per cui ci sono una serie di Grandi Re che hanno autorità su una serie di Piccoli Re, che sono ai primi sottomessi, tanto che se tra pari questi sovrani possono chiamarsi “fratello”, tra re di diverso grado si utilizzano i termini, rispettivamente, di “padre” e “figlio”. Ora, dalle tavolette del palazzo di Hattusa, capitale dell’impero ittita, emerge un set di documenti che testimonia i rapporti più o meno conflittuali tra il Gran Re degli Ittiti ed un sovrano straniero, che riceve a sua volta i titoli di Gran Re e di Fratello, al quale il primo scrive una serie di lettere riguardanti degli scontri nelle vicinanze dei Dardanelli, la regione di Troia insomma. La cosa è interessante, e non è un’inutile digressione, perché, anche se mancano le intestazioni di tali lettere, e di conseguenza non è noto il nome di questo sovrano, nel corso dei documenti costui viene nominato come “re di Ahhijawa”, parola che pare la trascrizione ittita di un etnonimo greco, Acháioi, “Achei”, guarda caso il termine che Omero utilizza spesso per nominare nel complesso i Greci che combattono contro Troia. A parte il fatto che queste tavolette, assieme alle rilevanze archeologiche locali, sono alcune delle prove di un interessamento miceneo nella Troade che ha portato ad una serie di scontri bellici (probabilmente la verità storica che i poemi epici hanno reso mito), esse testimoniano anche che, perlomeno dal punto di vista dei rapporti con l’esterno, il mondo miceneo era forse organizzato per gradazioni di regalità. Difficile, per non dire impossibile, sapere se si tratta di una sorta di federazione di stati, magari legata effettivamente ad un evento militare, o di un vero e proprio sistema che potrebbe essere definito, molto impropriamente, “feudale”, col quale termine si intende semplicemente un rapporto gerarchico che veda al centro un re, che gode di maggior potere e che controlla con la sua autorità dei re minori, i quali mantengono però una certa indipendenza nell’amministrazione dei loro singoli territori. Non si può, senza uscire da una trattazione scientifica, andare oltre questo punto, e stabilire le rispettive prerogative e l’effettiva fisionomia del sistema.

Leadership plurale…
La regalità micenea, quindi, era qualcosa di piuttosto diverso dalla moderna concezione della monarchia: non legata alla supremazia assoluta di un singolo individuo, era piuttosto strutturata in una poliedricità della leadership, che veniva in qualche modo condivisa tra più soggetti, pur ciascuno individualmente insignito di uno statuto regale. Chiaro è che, ad ogni modo, i diversi sovrani avevano forse prerogative e livelli di potere differenti e specifici, ma ciò nondimeno appare in modo abbastanza coerente nelle varie testimonianze come la sfera della sovranità fosse vista come appannaggio di una pluralità più o meno articolata. Non il re, insomma, ma i re governano queste organizzazioni statali; tale particolarità resta nel sottofondo della cultura greca per riemergere talvolta nelle epoche storiche, ma soprattutto ne portano la memoria alcuni affioramenti nel mito. Mito che, come forse vedremo, delinea anche alcune particolarità nella successione dei regnanti che forniscono interessanti elementi di tipo antropologico sulla natura stessa del “diritto a regnare”.

[…]

Paolo Dagazzini

Paolo Dagazzini è nato nel 1986, vive in provincia di Verona nella zona del Baldo-Garda.
Laureato in Lettere Classiche presso l’ateneo di Padova, ha studiato letteratura e filologia greca, specializzandosi nella lirica eolica arcaica con due tesi sugli elementi di culto in Saffo, con attenzione agli aspetti di carattere antropologico, storico-archeologico, religioso e di storia del pensiero.
Sta frequentando il Master in Gestione di Imprese Sociali organizzato da Euricse e dall’Università degli Studi di Trento.
Membro del direttivo in un’Associazione di promozione culturale, collabora anche con un portale di informazione locale on-line e lavora in una Cooperativa Sociale che opera nell’ambito di servizi ai minori.

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2 risposte a A proposito di potere: duplice regalità nel mondo miceneo

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