Lavorare attraverso i bandi: trappola o opportunità?

I bandi costituiscono per chi offre servizi di formazione e consulenza alle organizzazioni pubbliche uno strumento per poter lavorare. Mi sembra che se ne abbia per lo più una visione negativa, artefatta, in cui le incognite sono così elevate che non sempre valga la pena partecipare. Se non conosci…. sicuramente è già preassegnato… vince chi offre di meno… Non credo (sempre) alle storie che i (o alcuni) bandi siano preassegnati o che il prezzo sia  l’unica variabile. Mi sembrano argomentazioni riduttive ed autoconsolatorie. E ammesso che alcune volte sia così, se non si partecipa con convinzione si rafforza questa rappresentazione con il rischio che assomigli alla realtà. Mi è capitato di partecipare a bandi definiti “preassegnati” o in cui il prezzo sembrava l’unica possibilità per vincere. Alla fine non è andata così.

Penso invece che, come ogni strumento, anche il lavorare attraverso i bandi nasconda risorse ed opportunità, nonché vincoli e criticità di cui è bene tenere conto. Così come succede con i lavori ad incarico diretto. Inoltre considero  i  bandi come  un’opportunità non solo per generare lavoro ma anche relazioni, riflessioni, sistematizzazioni che restano indipendentemente dall’esito.

Personalmente trovo molto intrigante la fase di progettazione. E’ un momento in cui si scrive qualcosa per qualcuno che non sempre si conosce ed è importante provare a a) attirare l’attenzione; b) costruire un minimo di fiducia; c) persuaderlo anche in minima parte che con quel progetto compra qualcosa che risponderà ai suoi problemi.

Mi piace pensare e costruire il progetto, prefigurarne lo svolgimento, valutare collaborazioni con altri professionisti e organizzazioni, partire dalle domande del bando per riformularle tenendo conto dei vincoli. Progettare conoscendo le risorse economiche ed i tempi è un gran vantaggio. Anche per decidere di non farlo se ci sono sproporzioni fra obiettivi, risorse e tempi.

Leggo e rileggo il capitolato. Mi informo su chi parteciperà. Cerco per parole chiave, ripenso a esperienze di lavoro su temi simili e diversi, mi confronto con i colleghi,  riprendo letture e articoli. Mi sforzo di entrare nella testa del committente, di rappresentarmi il suo problema, di scrivere qualche cosa di diverso e originale dagli altri. Scrivo in maniera semplice, chiara, che inviti alla lettura i commissari che dovranno aprire le buste. Certo rispettando il canovaccio della progettazione razionale (premessa… contesto … ipotesi … problema … obiettivi … metodologia … fasi … azioni … strumenti … l’immancabile cronoprogramma … prodotti … esiti attesi … staff … risorse …). Esemplifico quanto più possibile. Quando ho messo insieme alcune domande, contatto direttamente il committente per avere informazioni. Se sento disponibilità gli anticipo alcune ipotesi di lavoro. Percepisco reazioni.

Con i bandi c’è il grosso rischio di non poter costruire una relazione significativa con il cliente. Che poi è una delle condizioni per cercare di fare  un lavoro sensato dopo. Sotto questo punto di vista mi sono capitate esperienze diverse. Amministratori, dirigenti e funzionari desiderosi di partecipare al progetto e coloro che “appaltano” riducendo il proprio ruolo al controllo del rispetto del progetto. Nel primo caso ci sono possibilità di modificare la proposta, integrarla e adeguarla anche in funzione del lavoro sul campo; nel secondo caso si rischia di ingarbugliarsi  in un atteggiamento difensivo e di disinvestire rispetto all’oggetto di lavoro.

Sarebbe interessante raccogliere testimonianze ed aprire un confronto su che cosa succede una volta vinto un bando e quali sono gli accorgimenti, le attenzioni e le strategie adottate.

Informazioni su matteoloschiavo

Psicosociologo e cuoco, svolge attività di formazione, consulenza e ricerca con organizzazioni lavorative, pubbliche e private, impegnate nel campo della produzione di servizi territoriali (sociali, socio-sanitari, sanitari, educativi, della sicurezza).
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3 risposte a Lavorare attraverso i bandi: trappola o opportunità?

  1. Pingback: Vorrei e non vorrei, mi batte un poco il core… « Appunti di lavoro

  2. Alberto Ponza ha detto:

    Da un lato opportunità, al di là dell’esito un bando è un’occasione di pensiero/riflessione sul servizio che si svolge/sul progetto che si vuole realizzare.

    Sto lavorando a un bando promosso da organizzazioni profit e mi rendo conto delle difficoltà per chi opera nel sociale a comprenderne il linguaggio (quantificazione dei risultati, scalabilità, competività costo-risultato). Questa criticità è diventata occasione di apprendimento.

    Dall’altro frustrazione (in alcuni casi) quando a prevalere non sono dimensioni meritocratiche esplicitate…

  3. diletta76 ha detto:

    I cosiddetti “lavori grossi” negli ultimi anni li ho potuti seguire (e spesso poi inseguire) proprio passando dai bandi. Sono d’accordo, i bandi aprono a molte questioni, principalmente di rapporto con il committente. Ma anche con l’oggetto di lavoro: mi capita per esempio di comprendere che l’oggetto di lavoro non è solo nè principalmente ciò che è scritto nel capitolato del bando alla voce “obiettivi”, ma lo si comprende meglio solo dopo l’avvio delle attività, conoscendo le persone coinvolte, gli attori…il contesto insomma.
    Se il contesto istituzionale è delegante, cioè affida in toto attività di ricerca, monitoraggio, valutazione, analisi ad un ente altro, il lavoro è tutto in salita. Solo col procedere delle attività si può capire se si riesce a coinvolgere in qualche modo, ad interessare. Perchè magari con istituzioni che vivono di una forte pressione politica (tipicamente le Regioni) può essere non così produttivo collaborare da subito: le persone sono spesso sottoposte a forti pressioni e per paura di subire controlli e valutazioni negative si chiamano fuori. Magari piano piano rientrano, con il constatare che le attività procedono, ma se si presentano problemi sono gli enti (noi ricercatori, consulenti, formatori) a doversi tutelare per tempo. Per me, quando accade così, è doppio o triplo lavoro, con un forte rischio di fare scissioni e una fatica a tenere insieme e trattare anche questo elemento di criticità come un dato di ricerca.
    Probabilmente ci sono tematiche particolarmente difficili da trattare a livello istituzionale. E ci sono persone nelle istituzioni fanno fatica a riconoscere un proprio ruolo e a vederselo riconosciuto. Nè forse vogliono esporsi troppo.
    Un’altra esperienza di ricerca affidata tramite bando porta altre criticità: qui la collaborazione con l’ente è talmente forte e presente che mi ritrovo spesso a dover fare chiarezza sul nostro ruolo come ricercatori Irs, a fronte di un gruppo di lavoro regionale coeso, esperto, competente, profondo conoscitore della realtà locale, un gruppo di lavoro composto da collaboratori della Regione che ha il problema di essere riconosciuto dall’Istituzione per quello che produce da ormai 8 anni. Noi siamo stati vissuti all’inizio come gli “espertoni”, i “teorici”, quelli che assorbono risorse destinate al loro lavoro (forse elemento di criticità più forte e presente). L’oggetto di lavoro per me ha assunto nuovi significati: non solo monitoraggio e valutazione dei piani di zona, ma sviluppo di collaborazione, contratto continuo sulle attività, comprensione di processi in atto sui territori, nell’istituzione regionale, tra i collaboratori, con il rischio di “subire” piccoli maltrattamenti, agiti e non consapevoli, “scherzetti” difficili da gestire senza sbollire un pò di rabbia prima.
    Anche noi possiamo decidere di assumerci deleghe in toto, o, col tempo di provare a coinvolgere. Senza aspettarsi di riuscire. O provare piano piano a restituire passaggi. La fatica è tanta, mi sa che siamo noi a decidere dove vale la pena investire e fino a che punto e dove no.

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