Il Punto di Vista di: Elena Guerini

Il secondo prima di rassegnarti

Aprile 2011. Ero tornata da poco da un semestre passato a Copenhagen, in quella “high-trust society” danese che mi aveva rapita con i suoi torrenti di biciclette nonostante la pioggia, e i suoi parchi pieni di gente. Avevo appena discusso una tesi in Filosofia Politica, sugli attacchi contro l’Afghanistan e l’Iraq dopo l’11 settembre 2001, e più in generale sul tema della guerra giusta. Cominciavo già il mio sconsolato invio di curricula per mansioni di ogni sorta. Mesi spesi a leggere saggi e compilare bibliografie, ed ora giornate che scivolavano pregando che qualcuno rispondesse alla mia candidatura, per farmi portare cappuccini ai tavoli o adescare clienti dall’altra parte della cornetta con l’ultima imperdibile offerta della compagnia telefonica tal dei tali, “chiamate gratuite per un anno!”. Beh, in fondo alla maggior parte dei miei coetanei succede lo stesso, anni di studio per finire iper-specializzati a lavorare per 4/5 euro l’ora in qualche bar… o peggio, senza nemmeno questo. Magra consolazione. Comunque, se da un lato la media occupazionale del Paese mi aiutava a non sentirmi un caso marginale, dall’altro rischiava di gettarmi anzitempo in uno stato di rassegnazione senza fine, una specie di sindrome giovanile che fa tornare alla mente la cecità lattea di cui ci raccontava Saramago. Ma una proposta inattesa arriva a stemperare la disillusione: Olivia Guaraldo, professoressa di Filosofia politica all’Università di Verona, mi propone di affiancarla nell’organizzazione di una conferenza internazionale sulla non-violenza, dice che se sono disponibile crede che io sia la persona più adatta: conosco l’inglese, ho avuto esperienza in contesti di ricerca stranieri, ho familiarità con il dibattito recente sulla guerra globale… ci penso, mi chiedo se non è superiore alle mie capacità, non ho esperienza nell’organizzazione di eventi, e oltretutto in questo caso si tratta di un evento di portata internazionale. Ma mezzo minuto basta: accolgo al volo la proposta, penso che il tentativo di definire fannullona una generazione intera, e di far rientrare la filosofia nelle scienze non propriamente utili, forse non l’ha ancora avuta vinta. Così dal giorno stesso inizio a muovermi e buttare fuori abilità che non ricordavo, o non conoscevo, prendo contatti con gli ospiti (circa una cinquantina) che arriveranno a Verona dal 2 al 4 giugno per i tre giorni di “The Politics and Aesthetics of Non-violence”. Prenoto gli alberghi, le aule, il servizio catering per i coffee-breaks.  Divento il punto di riferimento per l’organizzazione, e con qualche aiuto preparo anche un blog dedicato alla conferenza dove pubblico tutti gli abstracts delle relazioni che ci saranno (www.veronanonviolence.blogspot.com), e decido anche di preparare un intervento mio, basato sulla tesi di laurea, in inglese ovviamente. Mi sento viva. Il pagamento sarà piuttosto esile, e probabilmente ci metterà più di due mesi per arrivare, ma in fondo mi sembra “secondario”, poiché così gratificante la possibilità di mostrare le mie capacità, di metterle in gioco. In un lampo eccoci al 2 giugno, la conferenza inizia, gli ospiti arrivano, incontro persone incredibili, che da anni si occupano della questione della non-violenza sotto le sue numerose forme: conosco Nourradin e Ricki, due rappresentanti dei Combatants for Peace, un’associazione che promuove la risoluzione nonviolenta del conflitto israelo-palestinese; conosco Louie Palu, un fotoreporter che dal 2006 segue la Guerra in Afghanistan come freelance, e che la guerra l’ha vista a un soffio dalla sua pelle; conosco molti altri, frammenti di realtà, testardi tentativi di testimoniare affinché la violenza sia attivamente ripudiata, e affinché si creino delle modalità alternative per strutturare “il politico”. Il mio ruolo all’interno della conferenza si intreccia con le emozioni che mi suscitano quegli incontri, dall’energia che passa in quella condivisione di valori. Ho l’impressione di vivere dei giorni in qualche modo surreali, una bolla che presto finirà e mi ributterà nella vita “regolare” di ragazza 27enne laureata, italiana, perennemente delusa. Eppure ho voluto tentare questa breve ma intensa battaglia contro la rassegnazione, ed ho intuito quanto invece sia importante buttarsi, quanta energia si può sviluppare quando si riceve fiducia, e si prova a spendere ogni millimetro di sé per dare il meglio, con passione.

Elena Guerini è nata 27 anni fa in un piccolo paese sul Lago d’Iseo. Ha conseguito la laurea magistrale in Filosofia Politica a Verona, dove attualmente vive e lavora. Si dedica all’insegnamento di italiano a donne e bambini stranieri residenti in Italia.

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5 risposte a Il Punto di Vista di: Elena Guerini

  1. Alberto Ponza ha detto:

    “Pensiero e azione” è una strada percorribile.

    “Politica” è un pensiero che pian piano prende corpo.

    Resistenze (sarà la parola giusta, uso sempre questa)…molte.

    Grazie per l’intervento illuminante, porta luce laddove dilaga rassegnazione!

    ;-)

    p.s. ho una cassetta in cantina che potrebbe fare al caso nostro…

  2. mainograz ha detto:

    E già che ci sono propongo di linkare il blog http://www.veronanonviolence.blogspot.com ad Appunti di lavoro.

    E propongo anche di stare in contatto.
    Credo di poter dire che in Appunti di lavoro c’è spazio per raccontare, riflettere e confrontarsi su esperienze e idee.

    E forse dal prossimo incontro potrebbe anche uscire una struttura del blog articolata in modo da favorire contributi e apporti…

  3. mainograz ha detto:

    OK la Danimarca, ma noi siamo qui!
    Cosa possiamo fare per costruire più opportunità?

    La mia proposta è di mettere 50 euro a testa.
    Affittiamo uno spazio aperto a “Fa’ la cosa giusta” (di quelli ad angolo, 6×6, non attrezzati).
    Al centro mettiamo una cassetta della frutta di legno, di quelle robuste.
    Come sfondo proiettiamo (su un lenziuolo bianco) i post che avremo pubblicati su Appunti di lavoro da novembre 2010 a marzo 2012.
    E poi facciamo una maratona di brevi interventi.
    (E se c’è nostalgia di biciclette di mettiamo una bici per pedalare e produrre l’energia elettrica per il faretto che punti su chi di volta in volta parla).

    Sono per il pensiero e per l’azione.

    Poi, in altra veste posso impegnarmi nella mia città a proporre un ciclo di incontri che valorizzino le ricerche e le esperienze di persone giovani.
    E propongo a Giancarlo Ottaviani di pensarci insieme…

    Cioè, detto altrimenti, propongo di fare proposte e di discutere progetti (certo a partire dall’analisi delle cose che non vanno) per sviluppare azioni di cambiamento.

    Insomma, propongo di fare politica.

    ;-)

  4. Elena Guerini ha detto:

    La Danimarca è un paese, come si sa, con un solidissimo ed imponente sistema sociale, che garantisce, in cambio di una tassazione molto alta, un benessere diffuso e i servizi alle persone gratuiti. L’assistenza ai bambini è garantita dallo Stato, e anche per questo si vedono tantissime coppie giovani con figli a seguito che percorrono in bicicletta le famose piste ciclabili della città. Parlando con giovani studenti danesi, inoltre, ho percepito che sono fiduciosi rispetto al loro futuro professionale, e si scandalizzavano quando raccontavo della mia paura di non trovare un lavoro coerente con gli studi fatti. Io invece rimanevo a bocca aperta nel sentire che il governo danese garantisce un assegno di circa 800 euro mensili a ogni studente per l’intera durata del corso universitario… forse questo piccolo staterello preso tra il Mare del Nord e il Mar Baltico ha qualcosa da insegnarci!

  5. Alberto Ponza ha detto:

    Mi chiedo se in Danimarca le cose vadano meglio, se questa sensazione di non esssere valorizzati e di avere scarse opportunità è un sentore tipico del “giovane” laureato italiano o se è globalmente diffusa: il 29,4% di disoccupazione giovanile (18-25 anni) in Italia a gennaio 2011 è un dato che fa riflettere (oltre che a preoccupare):

    http://www.istat.it/salastampa/comunicati/in_calendario/occprov/20110301_00/testointegrale20110301.pdf

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