Vorrei e non vorrei, mi batte un poco il core…

Il post di Matteo Lo Schiavo “Lavorare attraverso i bandi: trappola o opportunità?” è arrivato mentre chiudevamo un progetto per la formazione di un Comune dell’interland, attività quest’anno, per la prima volta, messa a bando.
Ho iniziato a scrivere di getto.
Poi, però, ho dovuto soprassedere perché abbiamo ricevuto la richiesta di un preventivo per una cooperativa sociale di grandi dimensioni.
Bandi o preventivi, in qualcosa si assomigliano.
Per quel che mi riguarda sento una certa ambivalenza.
Fastidio e piacere.
Da dove nasce il fastidio, da dove nasce il gusto?

Partecipare ai bandi per me è faticoso.

Intanto ho l’impressione che l’organizzazione provi a tenere una certa distanza dalle agenzie (e mi chiedo perché). Non sempre è facile interagire e raccogliere informazioni sugli aspetti che necessitano di chiarimenti. Tuttavia ho notato che è vero che accade di imbattersi in bandi o richieste farlocche (già designate), ma accade anche che le ‘prefigurazioni d’esito’, allo sguardo attento e all’indagine (anche scoperta se ci si autorizza), saltano fuori. [E qui scatta il piacere di rompere le uova nel paniere, anche se non sempre ci sono le energie e il tempo, o, alla fine, ne vale la pena].
Una fatica nasce quindi dal dovere fare i conti con i propri preconcetti, che sono le prime zavorre. In più di una occasione, provando a capire le ragioni della messa a bando di lavori che potevano essere  affidati direttamente, è saltato fuori l’inaspettato. I committenti si servono dei bandi non solo per scegliere soggetti già conosciuti, ma anche per ‘far fuori’ soggetti fin troppo conosciuti. I bandi riaprono i giochi, e sono un buon modo per mettere in discussione rapporti che si roccificano nel tempo. O, almeno, sono il modo di cui il committente (Pubblico e Privato) dispone.
I bandi sono un modo che vieta il prevalere di contatti e vicinanze preesistenti, sono un modo per evitare che soggetti forti determinino il corso degli eventi: mettiamo a bando, e che vinca il migliore.

In altre occasioni i bandi sono un modo per raccogliere idee (con poca spesa). Qui, paradossalmente il comportamento mi sembra più subdolo. La mia reazione è lavorare per agganciare, convincere, persuadere (come dice Matteo), senza scorprisi troppo. Lasciare intravedere possibilità, catturare l’interesse, sollecitare il desiderio… ma non mollare a nessun costo i codici sorgente e le idee furbe. Non sempre si può, non sempre ci si riesce. Ma l’impegno ce lo metto tutto.

Una terza fatica nasce dalla quantità di lavoro che è necessario immettere. Progettare, scrivere preventivi, preparare proposte è laborioso.
Apparentemente è necessario sviluppare un processo di progettazione (ideazione, ripensamento, revisione, riscrittura, riconsiderazione…) con una scarsa possibilità dialogica. Non inesiste. Ma certo il committente si esprime (come può, vuole o sa) e ti consegna il ‘titolo del tema’ da sviluppare.
In ogni caso la progettazione deve trovare il suo spazio e il suo tempo, tra le altre cose già in programma. Per lo più si presenta come un compito incombente, con un termine perentorio, che richiede la risorsa di cui meno largheggiamo: il tempo.

Una quarta fatica (molto primordiale) scaturisce dall’urto dell’incomprensibilità della richiesta. Il bando, la mail, la telefonata, gli appunti sono pochissima cosa rispetto al compito, allo sviluppo che ne verrà. All’inizio le tracce sono minimali, confuse, insufficienti. Leggi una prima volta, leggi una seconda, cerca qualche informazione. Apri un file, fai la giravolta, falla un’altra volta, bevi un caffè, chiudi il file, prendi appunti, lascia perdere, tornaci su, viene un’idea scrivila da qualche parte, irritati, deprimiti, lascia perdere, riprova, lascia perdere, cambia sedia, postazione, posto, fai altro, lascia il file aperto in sottofondo, fai la cartella, fai uno schema, fallo un’altra volta. Demordi. Chiudi tutto. Ci pensiamo domani.

Partecipare ai bandi è anche interessante (mi dà gusto).

Qualche ipotesi sul punto di vista che forse le organizzazioni assumono lo abbiamo accennato: e se non fosse un vuoto rituale, ma l’unico modo possibile, l’unica via praticabile per chiedere aiuto, per poter allargare il giro dei contatti, per fare spazio? Come si fa a capirlo? Conviene evitare partecipare a bandi con tempi corti? Conviene chiederlo con nonchalance alla figura che compare come contatto? Conviene far finta che sia così e sperarci?
Non lo so.
Ma dentro di me scatta un puntiglio.
Non riesco ad immaginarmi di lasciar perdere (anche se qualche volta è saggio farlo, e non pensarci più).
E il punto fermo (a me) dà piacere.

I bandi e le opportunità poi arrivano quando meno te lo aspetti, quando hai già molto da fare… Ma è divertente sottrarre tempo a cose già previste, trasgredire e (quasi di nascosto) scrivere bandi, al volo, con baldanza garibaldina, con sfrontatezza, con il gusto di alzare la mano e fare un intervento provocatorio.
Perché no?

Scrivere e riscrivere… Le prime frasi sono stentate, ma spesso quei nuclei ideativi tengono (a modo loro) nel tempo. Sono agglomerati, ma ci si può far conto: te li manda direttamente l’incoscio intuitivo-provvidenziale. Giacevano da tempo nelle tue proprietà e non lo sapevi e non li avevi raccolti. Poi la scrittura prende forma: per me si struttura ma mano che ne viene l’impalcatura. Se ho l’impressione di avere capito il titolo del tema, allora ce la posso fare. Se riesco a costruire una traccia, allora, davvero, ce la posso fare.

Tra i piaceri della progettazione ci metto anche il sentire che le domande e le incognite contenute nel bando (o nella richiesta di preventivo) mi fanno scattare pensieri, ipotesi, sussulti di creatività (con idee non sempre valide, ma spesso impensate prima). La domanda è un dispositivo che riscuote e rincuora.
Dai, forza, facciamo qualcosa… Dai usciamo (non si può star qui annoiati)!

Nella fatica c’è un pensiero che mi sorregge. L’idea di riutilizzare i materiali prodotti e le idee.
Nel piacere c’è un disappunto in agguato. Spesso si scrivono cose anche interessanti che qualcuno farà proprie, senza alcuna reciprocità, senza scambiare nulla (o poco).
Ma la partecipazione è libera. Le regole sono conosciute in anticipo. E se non si partecipa non si ha neppure la chance di portarsi a casa un qualche risultato. E in ogni caso i prodotti che il cliente non sceglierà (per quanto possa attingere alle mie/nostre idee) rimangono nella mia/nostra disponibilità, riutilizzabili, pubblicabili, trasformabili, ri/vendibili (rivedibili).
Un po’ come accade alle noiosissime relazioni, che ci attendono appostate alla fine di interventi di formazione o consulenza. Capita che diventino la base di articoli o contributi, magari che non rivoluzionano la storia della consulenza, ma che almeno si lasciano leggere.

C’è anche un altro gusto gustoso nell’aderire all’ingaggi di bandi e richieste di preventivi. Un piacere non garantito, ma quando c’è, appagante. Per me è lavorare con i miei soci, o con altre persone, confrontarsi. Chi l’ha detto che progettare è un’attività che rifugge le relazioni? Anzi, tante volte (la più parte) è proprio un’occasione per riprendere rapporti, per confrontarsi, per lasciare da parte dissapori e irritazioni (o per contenersi) e dare spazio alla collaborazione. Certo non sono rose e fiori, gli scazzi e le incomprensioni trovano il modo per far un salto e venirci in visita, ma tutto sommato, poi, dal lavoro progettuale ne viene qualcosa di inatteso. Le occasioni di progettazione sono opportunità per parlarsi e condividere, per rinsaldarsi. E non è poco.

Trovo molto divertente ragionare, progettare, prefigurare… sento la progettazione come una specie di gioco. Un rompicapo, la lettura di un giallo, la costruzione di qualcosa di inedito, una sfida, un’attività creativa, una ricerca, un’occasione di confronto, una preparazione…

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