Quanto sporgersi?

Lo spunto per questo post mi viene da due episodi molto diversi tra loro, che però si sono succeduti l’uno dopo l’altro, a brevissima distanza di tempo.

Il primo episodio è avvenuto una sera, tornando a casa. Lungo la strada, a qualche metro da me, un gruppo di quattro ragazzi sedeva su una panchina. I quattro decidono di alzarsi e andarsene, lasciando sulla panchina un mucchietto di sporcizie varie: sacchetti di patatine, lattine, pacchetti di sigarette vuote ed altre. Se ne vanno indifferenti e incuranti, passandomi di fianco. Per un istante, mi prende l’istinto di richiamarli e chiedergli di fare pulizia. Poi però mi trattengo, con rabbia. Come mai? Bah, forse penso che sono quattro contro uno e non mi conviene, ma soprattutto mi frena quel mantra moderno che è il “farsi gli affari propri”. Sto zitto, li lascio sfilare, inerte, arrabbiato e impotente. Nemmeno però mi prendo la briga di buttare in un cestino i loro rifiuti: non é roba mia…

Il secondo episodio ha invece un risvolto più professionale. Non ha nulla a che vedere con il precedente, se non che si è succeduto pochissimi giorni dopo quell’episodio. Dovevo infatti organizzare un lavoro con un collega, che però da giorni non sentivo. Stupito del suo “silenzio” (in genere era una persona molto solerte), decido di contattarlo, telefonandogli sul cellulare. Il mio stupore aumenta quando, anziché la sua voce, sento quella del partner dall’altra parte dell’apparecchio. Il messaggio è laconico: non sta bene, non può rispondere al telefono, per il progetto mi ha detto di riferirti di andare avanti tu… Non ho osato chiedere che tipo di problema ci fosse, se fosse qualcosa di grave, quando avrei potuto richiamare ecc.

Al di là dell’impasse sul piano professionale, quello che mi disorienta è, nuovamente, la mia inerzia e il mio silenzio. Giustamente, mi dico, mentre sento quelle parole, non è il caso di indagare: è evidente che c’è una situazione difficile e devo rispettare il desiderio di riservatezza del collega.

Conclusa la telefonata, ripenso quindi a questa situazione e la accosto, non so perché, alla precedente: in entrambi i casi, sono rimasto fermo, inerte, silente e incapace della minima reazione. Forse nel secondo caso il mio comportamento è stato corretto e rispettoso, mentre nel primo episodio, chissà… Il succo è che però non ho osato sporgermi: chiuso in me stesso, ho visto scorrere, come diapositive, frammenti di vita che mi lambivano ma che, al tempo stesso, mi respingevano.

Al di là di queste specifiche situazioni, quanto però possiamo e dobbiamo sporgerci oggi? E verso dove? Me lo chiedo sempre più spesso. L’inerzia è pacifica e tranquilla, sorniona e rassicurante, forse però vigliacca; ogni movimento è fatica e incertezza e implica rischi e coraggio.

E mentre continuo a pensarci, seduto davanti al monitor, mi chiedo: quanto sporgersi con un semplice post in un blog, con un messaggio su face book? Ma questo sarà il tema della prossima puntata…

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3 risposte a Quanto sporgersi?

  1. laura ha detto:

    Forse il problema non è “quanto ci si sporge”, ma piuttosto “come ci si sporge”. Ciò che spaventa è cadere, no? E allora bisognerebbe essere un tantino creativi, senza tirare dritto per la nostra strada con i paraocchi ben saldi in testa, ma anche mettendosi al riparo da dolorose cadute.
    Ai ragazzotti della panchina forse avresti potuto ostentare il tuo gesto di pulitore di parco milanese, raccogliendo e gettando abbastanza teatralmente la monnezza prodotta da quei maleducati; al partner del tuo amico avresti potuto parlare molto onestamente, col cuore in mano, spiegando che eri preoccupato per l’amico, che non avevi intenzione di violare la sua riservatezza, ma nonostante questo eri molto in pena per lui, e così… A quel punto non ti restava che attendere un’ulteriore parola del tuo interlocutore che avrebbe anche potuto sbottonarsi un po’.
    Anche per me quello del girarsi dall’altra parte rappresenta un dilemma, ma penso che non sia giusto e che bisognerebbe allenarsi, appunto, per sporgersi con furbizia, senza rischiare di farsi troppo male.

  2. Pingback: Razionalità e disordini e-voluti « Mainograz

  3. vittorio ha detto:

    nel vivere in effetti sono tante le volte in cui non ci si sporge. c’è un bel cilindro che ci delimita e lì nessuno si avvicina più di quello che deve ed io prima di uscirne devo valutare ben bene conseguenze, reazioni, ricadute, risacche emozionali, rossori, balbettii. Mentre valuto, il treno è passato, la scimmietta è tornata in alto e la coda non l’afferrerò più, il discorso ha già preso una piega diversa e non ha più senso parlare.
    del resto, quando ci siamo mai sporti, ce n’è rimasta addosso, sulla pelle che vibra, una traccia evidente -almeno a noi. tracce che ci fanno addirittura cambiare. di quelle che danno pensieri che da quel giorno ci soccorreranno in altri momenti di sporgenza. o di rientranza.

    vittorio

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