Il punto di vista di: Marco Longo

“E tu, che lavoro sei?”

Parlare di se stessi è sempre la cosa più difficile, anche se in teoria dovrebbe essere l’argomento che meglio conosciamo. La domanda “mi parli di lei” (che equivale a “chi sei?”), posta in contesti non solo professionali, provoca scene di mutismo e occhi la cielo, oppure alzate di spalle, contrazione dei muscoli facciali in smorfie più o meno pittoresche, tutto questo per proferire poi tutto d’un fiato risposte del tipo “in che senso?” (tanto per prendere altro tempo) o, alla meglio, “mah… sono un tipo normale!”.

Vi devo confessare che, per quanto mi riguarda, la domanda che maggiormente mi preoccupa, quando incontro nuove persone o sono tra amici, è questa: “ma tu, che lavoro fai?”. Concorderete con me che arriva, prima o dopo, ma arriva! Sempre! Perché sapere che lavoro svolge una persona, nella nostra società, serve a capire anche chi è quella persona o, meglio, a “incasellarla”. Ed infatti, se ci pensate, spesso si risponde: “sono un….” e non “faccio il…”. In sostanza ci identifichiamo con il nostro lavoro: siamo quello che facciamo. Parafrasando Cartesio, “lavoro quindi sono”.

Credo che facilmente si possano intuire le ripercussioni che tutto questo può avere sulla personalità di un individuo: se sono quello che faccio, nel momento in cui non faccio più non sono più, cioè perdo la mia identità. Pensiamo a coloro che vivono una fase di passaggio in ambito lavorativo: pensione, licenziamento, demansionamento… Perdono molto di più di un lavoro!

Tornando alla domanda che tanto turbamento mi crea, io non so mai cosa rispondere. O meglio non so che risposta dare per essere capito. O forse, e soprattutto, non esiste – ancora – un nome per quello che faccio. Forse perché è strettamente legato a quello che sono. Ma in questo caso non sono io ad “essere” un lavoro, ma il lavoro è una parte di me, nel senso che nasce da dentro di me.

A questo punto vi starete chiedendo: “ma tu, che lavoro fai?”! Come dicevo, questa domanda prima o dopo arriva sempre!

In genere rispondo “consulente area RU”… agli sguardi dubbiosi cerco di specificare: “ma sì selezione…. formazione… organizzazione aziendale…”. Tanto per dare nomi, riferimenti.

In realtà sono solo parole, che rischiano di essere vuote convenzioni, pallidi punti di riferimento per   qualcosa di più e di diverso.

Qualcosa che in realtà non è definibile, per lo meno con i termini che il mondo del lavoro oggi utilizza, quelli ufficiali per dimostrare che effettivamente “lavori”. Perché se non produce, se non è identificato in una bella targhetta sulla porta dell’ufficio, che razza di lavoro è?

È proprio di questo che mi occupo: dell’impalpabile, dell’incorporeo, di qualcosa che non si tocca né si vede, ma chissà come influenza moltissimo la nostra vita: la conoscenza di noi stessi, del nostro “essere”. Ecco che torniamo a quell’”essere” iniziale, quello che ognuno di noi dovrebbe conoscere per non rischiare pericolose sovrapposizioni o identificazioni con qualcosa di esterno.

Risvegliare l’autoconoscenza, sviluppare la consapevolezza, mettere in moto la responsabilità e raggiungere la libertà: possiamo chiamarlo orientamento, counselling, coaching, all’origine troveremo sempre il lavoro su se stessi, lo sviluppo di quelle capacità “trasversali” di cui tanto si parla, ma che ancora poco si conoscono.

Pertanto, quando vedo i visi stupiti e poco persuasi circa l’attività che svolgo, ma anche la curiosità, l’interesse e le domande che questo suscita,  mi rendo conto del grande bisogno che quegli stessi visi mi trasmettono, bisogno di affrontare tali argomenti, di scoprire o ri-scoprire una parte di se che troppo è rimasta lontana dalle quotidiane conversazioni e che, raramente, ci hanno insegnato a conoscere e usare.

Marco Longo nasce trentacinque anni fa a Milano, dove vive e lavora. Laureatosi in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Milano, ha conseguito due Master, in Gestione delle Risorse Umane e in Orientamento e Outplacement. Ha sempre lavorato come consulente per lo sviluppo e la valorizzazione delle Risorse Umane, occupandosi di selezione, formazione e orientamento per aziende e privati.

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3 risposte a Il punto di vista di: Marco Longo

  1. Riccardo ha detto:

    Sono un target group manager nel settore automotive & Transport, e lavoro per un’importante multinazionale Tedesca!!!! e allora? tutte le volte che qualcuno me lo chiede vado nel panico perchè effettivamente oltre a chiederti cosa fai di specifico, vieni inquadrato, si perchè un manager deve avere certe caratteristiche.
    Io purtroppo non mi ritrovo molto in questa figura, sono più per l’essere che per l’apparire e quindi la domanda mi spaventa, mi spaventa a tal punto che spesso rischio di banalizzare fin troppo la mia persona (in termini di capacità), con il rischio di passare per quel simpaticone/amicone.
    Ma non è forse meglio banalizzare e sdrammatizzare, vendendosi in primis a se stessi e poi agli altri per quello che si è come persona?
    Ai posteri l’ardua sentenza!!!!

  2. Agnese ha detto:

    Trovo particolarmente interessante il passaggio dall'”essere il proprio lavoro” al fare del proprio lavoro una parte del proprio essere, o, meglio ancora trovare un lavoro in linea con il proprio modo di essere, cioè un lavoro che non faccia violenza all’essere della persona. Potrebbe essere la formula della felicità? Io penso che sia perlomeno un grande passo nella direzione del benessere e della serenità.

  3. roxeli ha detto:

    Concordo: in alcuni casi raccontare in poche parole di cosa ci si occupa non è semplice.. affatto! Fino a circa 5-6 anni fa mi occupavo prevalentemente di analisi e reengineering di processi organizzativi e già non era semplice da spiegare, ma da quando mi occupo anche di competenze trasversali e consulenza al ruolo, come te Marco, la situazione è anche peggiorata!
    Devi raccontare in due parole il tuo lavoro, senza banalizzare e neppure diventare incomprensibile o dover chiedere “quanto tempo hai?” inforcare un pennarello e fare uno disegno alla lavagna.. a qualcuno che magari te l’ha chiesto senza sospettare cosa stia scatenando.
    Ma il passo più difficile è quando a farti la domanda è uno dei tuoi figlioletti, che dovranno poi raccontarlo ai propri compagni di classe o scriverlo sul compito che la maestra ha dato loro!
    Alla fine, quando ancora mi occupavo di riprogettazione ed i miei figli andavano una alle elementari e l’altro alla materna, avevo deciso di cavarmela così, con un po’ di umorismo: “guardo come lavorano le persone e cerco di aiutarle a capire come posso farlo meglio”!!

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