Il nostro lavoro ha fame di parole

Ne cerca continuamente, per mettere ordine alle emozioni o per dare luce a motivi e scelte. Cerchiamo pensieri compiuti ed immagini, che risucchino tante cose che gironzolano nel nostro orizzonte, ce le tolgano anche delle tasche e su su su…ecco che appaiono diverse, più maneggevoli, più afferrabili, più utili. Così adesso è estate e vi mando le parole qui sotto, che sono le dichiarazioni di principio allegate alla presentazione di un disco del gruppo musicale de I CAMILLAS.

Funzionali sotto l’ombrellone oppure registrate e messe nell’ipod (così da ascoltarle passeggiando in bicicletta lungo un qualsiasi canale lombardo), messe a contatto con la dimensione professionale mi hanno fatto uno strano effetto. Vediamo a voi cosa succede.

Noi non abbiamo dignità nascoste sotto terra – le teniamo fuori – appoggiate sul prato – come conchiglie al mare – sassi di montagna – occhi sulla faccia – unghie tra le dita.

Facciamo anche a meno di spazi diversi – ma lasciateci muovere in orizzontale – cosa ce ne facciamo di spazi immensi? – vogliamo cambiar posto a piacimento – essere in due posti nello stesso momento – non essere nel posto dove ci metti – chi sceglie dove appoggiare la coperta? Tanto poi noi rotoliamo via.

Credere nelle sorprese – non c’è altro da sapere – ogni lampo è una benedizione.

Ci illuminiamo tutti – e stiamo zitti senza nessuna difficoltà – fermi a pensare – con un leggerissimo din don dan din din din che ci accompagna sempre – in ogni silenzio – e ci fa sorridere.

Possiamo tirare la palla anche molto lontano – il vento contorce il suo volare – e ricade con rumore di plastica che è garanzia di un calcio ulteriore – abbiamo provato a tirare anche piatti e teiere – ma sembravamo inevitabilmente d’avanguardia.

Al pascolo al pascolo! – portate con voi tutti gli animali – il tacchino conoscerà la zebra e confronteranno le loro dinamiche in bianco e nero – la pulce farà solletico al camaleonte che timido accarezzerà con la lingua il maiale dietro alle orecchie – saremo le molte bestie che siamo.

Scendiamo anche per le discese – facciamo entrare il vento in bocca – e urliamo correndo più veloci della nostra voce – che rimane lì sospesa – in attesa del prossimo che passi veloce e se la mangi al volo.

E’ ora di mangiare – ci stiamo tutti – tutti – l’umidità non ci tocca e le formiche sorelline cantano ritornelli e pianificano il ritorno – poi tutti in piedi – quando cade il bianco – dritti e sepolti – ridacchiando come in chiesa – quando non si potrebbe – ed invece si può sempre – sempre – tutti.

Sudiamo in salita – pesano i piedi pesano i batticuore.

Occupiamo quel posto – ma non abbastanza da dimenticare – tutto era lì – prima di cominciare ad andarci – e rimarrà lì – sorridente ed indifferente – ma caldo – che bello! – ci possiamo tornare – oh sì – ma cambiare posto ci fa venire i brividi.

Stare in bilico – in equilibrio – che poco più in là c’è il fosso – saltiamo dentro saltiamo fuori – chi ha paura di cadere? – non dire niente conviene – se vuoi smettere di avere ragione – e magari volare via – poi risali e continui a dondolarti sul bordo – dai che cadiamo!

Siamo stati fermi – tirava vento – poi ci siamo mossi – decisi verso un punto, un punto qualsiasi – ridiamo – abbiamo preso a schiaffi la morte – con le lacrime agli occhi.

vittorio ondedei, 1 settembre 2011

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