Sulla costruzione di Distretti Produttivi Sociali

Una proposta: ragioniamo sulla costruzione di Distretti Produttivi Sociali

Il punto di vista di Davide Vassallo

Mi capita sempre di più, negli ultimi mesi, di incontrare Organizzazioni del Terzo Settore (per lo più Cooperative Sociali) e ragionare su nuove possibili modalità di rapporto con il proprio territorio, nuovi

Davide Vassallo

modi di porsi nei confronti di Enti Pubblici e altri portatori di interesse.
Modalità che, possibilmente, superino il tradizionale schema fornitore/cliente e si innestino su terreni comuni di co-progettazione, di assunzione di responsabilità condivise.
Un’idea ambiziosa (troppo?!) è quella di raccogliere i soggetti interessati attorno ad un tavolo e ragionare attorno alla possibile creazione di Distretti Produttivi Sociali.

Cosa sono i Distretti Produttivi?

In Italia
Il distretto produttivo si identifica in un’area territoriale con una marcata concentrazione di piccole e medie  imprese  industriali  ad  elevata  specializzazione  produttiva,  generalmente  caratterizzate da un’elevata interdipendenza dei loro cicli produttivi e fortemente integrate con l’ambiente socio-economico locale che le ospita.
Il distretto produttivo si caratterizza e si differenzia, dunque, da altri modelli organizzativi per il fatto che nasce e si sviluppa su un’area geografica circoscritta, caratterizzata da una particolare vocazione produttiva legata ad una tradizione artigianale o alla disponibilità di risorse naturali già presenti nell’area e da una serie di condizioni favorevoli di contesto.
Da un punto di vista giuridico, i distretti produttivi hanno ricevuto un primo riconoscimento normativo con la Legge 317/1991 (Interventi per l’innovazione e lo sviluppo delle piccole imprese).
In Italia esistono 156 distretti produttivi.

All’estero
Il modello del Distretto Produttivo italiano è molto studiato ed imitato all’estero (Cina compresa), dove si propone una definizione più flessibile e meno legata al settore manifatturiero.
I distretti sono definiti come sistemi locali di innovazione, esistono anche distretti culturali e distretti artistici.
Questa definizione più estensiva può essere utile volendo ragionare sulla nascita di un Distretto Produttivo Sociale.

Caratteristiche dei distretti
Le caratteristiche dei distretti sono essenzialmente tre (filiera, imprenditorialità, territorio) ed ognuna di esse può portare a parallelismi o spunti nel campo sociale:

Caratteristica del Distretto In campo sociale
Filiera: il Distretto produttivo si caratterizza per una filiera di prodotto (es. distretto del mobile) In campo sociale l’aspetto di filiera di servizi e di prodotti si unisce alla filiera sulla persona (con Enti ed organizzazioni che, a vario titolo e competenza) si occupano di persone (non solo svantaggiate) lungo tutto l’arco di vita.
Imprenditorialità Le caratteristiche dell’imprenditorialità (creatività, efficienza, gestione del rischio) sono ormai imprescindibili non solo nel privato sociale ma anche nell’ente pubblico.
Legame con il territorio In campo sociale il legame con il territorio è fondamentale e si esprime anche nelle tendenze legislative della sussidiarietà orizzontale e circolare proprie del welfare community.

Altri interessanti parallelismi e spunti di riflessione riguardano:

1)    Il capitale Sociale: il Distretto Produttivo si basa e rafforza la costruzione di fondamenta costituite dal Capitale Sociale, patrimonio di conoscenza e fiducia reciproca ed è caratterizzato da una governance diffusa e orizzontale.

2)    L’economia della conoscenza: la conoscenza reciproca favorisce lo scambio di informazioni, la conoscenza di best practices e di errori (economizzazione della conoscenza). Il fattore “conoscenza”, con i correlati della tecnologia della rete e dell’innovazione, è riconosciuto come uno dei fattori chiave del successo dei distretti.

3)    La possibile governance: Il Distretto Produttivo nasce inizialmente in modo spontaneo, da una filiera locale che inizia ad intensificare il lavoro di rete fino a giungere a dar vita a servizi comuni e a veri Comitati di Distretto (previsti dalla legge 317/91) che nascono dal basso (Bottom Up) con accordi di programma che riuniscono attori pubblici e privati.

Queste caratteristiche, se declinate in campo sociale, definiscono un modello che, ad oggi, non mi risulta granché perseguito (l’esperienza dei DES, Distretti di Economia Solidale, per quanto interessantissima per il Terzo Settore, non mi pare sovrapponibile ai ragionamenti di cui sopra).

La Proposta

Obiettivo: porre le basi, nei nostri territori, per la costruzione di un Distretto Produttivo Sociale, magari declinato su un focus specifico che integri, ma non si limiti ai soli soggetti svantaggiati, come definiti dalla legge 381/1991 (I giovani? Si, ma tutti i giovani, non solo i giovani svantaggiati. Le donne? Sì, ma tutte le donne, non solo quelle svantaggiate).

Metodologia: Gruppi di lavoro che mettano in comune esperienze, errori, successi, risorse e opportunità e inizino a ragionare su progetti di filiera a favore delle persone (svantaggiate e non) del territorio che integrino Formazione, Servizi, Opportunità lavorative, Progetti…
Possibile eventuale futura costruzione di protocolli di intesa pubblico/privato, di un sistema di comunicazione e di un marchio di qualità sociale.

Fase 1: Ogni idea, esperienza già in atto, critica, suggerimento è assolutamente richiesta e benvenuta:-)

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