Avvicendamenti ed emozioni…

Avvicendamenti ed emozioni: il punto di vista di Luisa Sironi

Il lavoro sugli avvicendamenti, sostituzioni, ricambi generazionali … attiva una pluralità di stimoli correlati che trovo molto contemporanei e interessanti da interrogare.

Quando si immagina di sostituire qualcuno che ricopre ruoli di autorità si dà voce a fantasie indicibili che serpeggiano nel cuore e nella menti di tutti noi e che ci richiamano al  fatto che siamo attraversati da paure, timori, speranze, aspettative poco narrabili.
Un ricambio può avvenire perché molto desiderato sia da chi se ne deve andare, sia da chi vuole trovare sostituzioni; può essere imposto, (il mandato dura un tot di tempo e poi decade, oppure il contesto organizzativo non può più attendere, c’è un’emergenza in corso …), può essere negoziato, può essere indesiderato (non ci se ne vuole andare, o non si vuole lasciare andare), può attivare angosce profonde.

Sempre, in tutti i casi, si deve fare i conti con la recisione di legami, con le chiusure, le fini. In sintesi col sentimento di morte che attraversa, inesorabile, ogni conclusione di vicenda umana.
Talvolta non volersene andare ha a che fare con la fatica ad accettare le parzialità, la nostra sostituibilità e non onnipotenza, cioè la nostra marginalità, ha a che fare con il nostro narcisismo ferito.
E cosa spaventa di più nel nostro tempo? Immagino la sensazione di non esserci, di non contare, di essere invisibili, appunto marginali; siamo così vulnerabili da non riuscire a contrastare (forse prima ancora riconoscere) il nostro narcisismo? Così incerti da mettere in discussione l’influenza decisiva degli altri nella definizione della nostra identità?

Credo che una risposta provvisoria che il nostro tempo si è dato consista nel valore attribuito alla costruzione di reti di tutti i tipi e con tutte le accezioni; non vi è dubbio che ciascuno di noi rinsaldi la propria identità sentendosi parte di questi circuiti reali o virtuali che siano.
Siamo tutti più isolati ma mai come adesso interconnessi.

D’altro lato sostituire qualcuno, prenderne il posto, ha a che fare con la nostra capacità di raccogliere l’eredità di altri, di sentirci permeati dall’esperienza altrui.
Ma se siamo così orientati a mettere al centro la nostra individualità, a evidenziare la nostra specificità siamo in grado di aprirci alla storia di altri, a raccoglierla in modo non predatorio ma riconoscente senza sentirci né inferiori né superiori, solo differenti?
O forse risulta più semplice costruire forti discontinuità, inserendo solchi ben delineati nella speranza di sottolineare la nostra singolarità?

Non ci sono risposte definitive.
Quel che è certo è che – nel groviglio di attese e aspettative che ogni giorno dobbiamo districare per non sentirci né inutili né indispensabili – il rischio di strumentalizzare gli altri o di esserne vittime è abbastanza presente e trovo sia corretto monitorarlo con attenzione.

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3 risposte a Avvicendamenti ed emozioni…

  1. Gianfranco Vitale ha detto:

    Da un mese sono un prof universitario in pensione. Nel mio ambiente la resistenza a ‘farsi da parte’ e’ fortissima. Una delle strategie piu’ comuni consiste nel non delegare nulla ai colleghi piu’ giovani, fino all’ultimo giorno, con l’illusione di essere condiderati indispensabili da persone che spesso non vedono l’ora di fare da soli.

    • matteoloschiavo ha detto:

      Gianfranco ciao,
      che piacere trovare un tuo commento sul nostro blog. So che i colleghi hanno preso contatto con te per approfondire il tema degli avvicendamenti partendo dal tuo spunto. Che penso non sia una caratteristica solo dell’università e che un po’ (per non dire molto) ci riguarda tutti nelle diverse organizzazioni che abitiamo. Continuiamo ad approfondire. In fondo appunti di lavoro vuole essere anche un piccolo spazio di ricerca.

  2. mainograz ha detto:

    Mentre Luisa pubblicava il post, stavo prendendo appunti per scrivere di una transizione in cui il figlio sembrava in grado di entrare in risonanza con le emozioni del padre e dello zio, proprietari insieme di un’impresa e in procinto di lasciarne la guida.
    Da dove nasce la sensibilità, la capacità di tenere conto delle emozioni individuali e delle conoscenze che si condensano in modi di operare, in ambienti strutturati, in linee di condotta definite?
    Nel racconto di quel passaggio di responsabilità alla conduzione dell’azienda di famiglia, una qualche indicazione emerge…
    ;-)

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