Avvicendamenti e maternità 2 / Asso di coppe, asso di bastoni?

Leggo con piacere i commenti e le ipotesi che hanno animato il dibattito sull’argomento degli avvicendamenti nelle organizzazioni, tema su cui sta lavorando un gruppo di ricerca che ha in Appunti di lavoro una sede di dibattito e di visibilità. Proprio a questi ultimi post vorrei allacciarmi per riprendere e continuare il ragionamento interrotto.

All’interno del gruppo sugli avvicendamenti è subito venuta in evidenza la questione della maternità. Che cosa succede nell’avvicendarsi in un ruolo o una funzione quando la persona che lo ricopriva diventa madre? E al suo rientro? Il processo è accompagnato, curato, organizzato? Come? Dove?

Per arrivare alle risposte, che stiamo cercando in un lavoro collettivo, ho avviato il mio contributo a partire da un dettaglio per allargare poi gradualmente lo zoom. Nel post precedente, “Pennette o piccolini”, citavo infatti il caso di una grande azienda di prodotti alimentari per la prima infanzia che sceglie come target le mamme snobbando del tutto i papà. Giuseppe Mazza ha commentato la vicenda dal punto di vista del pubblicitario. Il linguaggio di questa azienda riflette dunque una percezione e allo stesso tempo la costruisce. in un circolo vizioso in cui il messaggio pubblicitario rispecchia le ingessature della società proprio mentre le rafforza. A noi l’esempio è stato utile per dimostrare che certi blocchi nei ruoli genitoriali esistono ancora. Che c’entra con gli avvicendamenti?

L’organizzazione familiare e gli avvicendamenti al suo interno sono un nodo cruciale e non una sottosezione del tema degli avvicendamenti nelle organizzazioni di lavoro (imprenditoriali, pubbliche, del terzo settore). Tutto il tema della conciliazione tra lavoro domestico e lavoro produttivo crolla come un castello di sabbia se le dinamiche non cambiano lì, nel mattoncino primario. La famiglia è la prima organizzazione di cui facciamo esperienza e la più resistente alle trasformazioni.

Luisa Sironi ha scritto di avvicendamenti ed emozioni osservando che:

Quando si immagina di sostituire qualcuno che ricopre ruoli di autorità si dà voce a fantasie indicibili che serpeggiano nel cuore e nella menti di tutti noi e che ci richiamano al fatto che siamo attraversati da paure, timori, speranze, aspettative poco narrabili.

Se, come dicevamo, la madre è la capitana della famiglia, e non solo la responsabile acquisti per come è riflessa e costruita dal linguaggio pubblicitario, ma anche colei che ha l’ultima parola sui fatti marginali e salienti nella vita di figli e figlie. Se insomma in famiglia è la madre a detenere l’autorità della cura. Allora vogliamo conoscere e raccontare le fantasie indicibili, le paure, le speranze e le aspettative poco narrabili implicate nel mancato avvicendamento dei padri in questo ruolo familiare apicale. Le donne raccontano da tempo difficoltà e stanchezza della doppia presenza (su questo blog Luisa Sironi e Laura Papetti). Ma la trasformazione non si fa senza il contributo del sesso maschile. Sì, è un invito esplicito agli uomini che ci stanno leggendo a mettersi in gioco e a togliersi dai panni di osservatori esterni. Vi sto invitando a sporgervi, come ha scritto Rossigap su questo blog.

Famiglia come organizzazione, continuiamo su questa linea. Sarebbe fuorviante leggere l’avvicendamento del padre nell’autorità della cura come un “cambio di vertice”. Correremmo il rischio descritto da Davide Vassallo in “Avvicendamenti e progetto“:

L’impressione è proprio che i momenti di avvicendamento portino i membri del gruppo a essere dominati da un “eccesso dell’io”, per usare una terminologia fenomenologica, che però, non rivelandosi adeguato rispetto ad un intenzionalità di azione nella realtà, non fa che aumentare angosce e frustrazioni.

Non si tratta di des-autorare la madre per far posto al padre (che forse non saprebbe da che parte cominciare, proprio come un/a nuovo/a dirigente). Ma si tratta di autorizzare entrambi, parafrasando Davide, ad “aiutare l’organizzazione – familiare, in questo caso – a centrare i processi di ricambio, in quell’avvicendamento prefigurato e accompagnato di cui parla Pierluca Borali, recuperando elementi di progettualità condivisa”. Di aiutare i membri del gruppo famiglia a non essere dominati dagli eccessi dell’io.

Insomma a che cosa servono le politiche di conciliazione se si rivolgono solo alle donne e se non favoriscono una “progettualità condivisa”? All’interno dell’organizzazione familiare non è necessario un avvicendamento al vertice ma un auto-avvicendamento, come scrive Vittorio Ondodei descrivendo la propria cooperativa,

impegnata non tanto in avvicendamenti tra una persona e l’altra, ma piuttosto in una specie di auto-avvicendamento. Si stanno cioè analizzando compiti ed azioni dei diversi responsabili, per cercare di trasformarli, nella direzione di una maggior efficienza/efficacia, rispondenza al contesto, innovazione rispetto ai mutamenti socio-economico-politici.

Analizzare compiti e azioni per trasformarli in direzione di una maggior efficienza/efficacia. Ecco. Così. L’asso di coppe e l’asso di bastoni devono imparare ad autoavvicendarsi, nella direzione di una maggior efficienza/efficacia.

Senza questo apprendimento preliminare, ogni avvicendamento per maternità nelle aziende e nelle organizzazioni sarà solo un procedere zoppo. Tamponare la falla. Svuotare il mare con il cucchiaino.

Autoavvicendarsi, “gestire il processo”. Si può proporre in una organizzazione, e allora perché no in una famiglia? Forse perché le emozioni sarebbero ingestibili? Perché le “fantasie che serpeggiano nei cuori e nelle menti” sono ancora meno narrabili di quelle che accompagnano gli avvicendamenti nei luoghi di lavoro? Forse perché in questo campo degli affetti e della cura non possiamo schermarci con procedure, burocratismi, parole codificate? Forse perché lì è il luogo dove siamo a pelle nuda?

Informazioni su EC

@Ele_Cirant - giornalista pubblicista, bibliotecaria, web content editor, video-maker. Argomenti: diritto alla salute e salute riproduttiva, contrasto alla violenza di genere, studi di genere, cittadinanza attiva
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Una risposta a Avvicendamenti e maternità 2 / Asso di coppe, asso di bastoni?

  1. Mia ha detto:

    Dalla mia piccola finestra che è aiutare donne e uomini a ripensare il proprio contesto professionale, lavorativo dopo una interruzione involontaria, o durante e dopo processi di mobbing o dopo una maternità quello che sempre emerge come difficoltà è come coniugare le regole apprese dalle famiglie d’origine, a volte vissute come vincolanti, con l’esperienza che la persona sta vivendo nel presente sia per quanto concerne la propria esperienza professionale sia per l’esperienza genitoriale o di coppia. Ne asso di coppe o bastoni ma un mappa personale e generazionale che si chiama genogramma; “Ognuno di noi ha una storia del proprio vissuto, un racconto interiore, la cui continuità, il cui senso è la nostra vita. Si potrebbe dire che ognuno di noi costruisce e vive “un racconto” che questo racconto è noi stessi, la nostra identità:/ L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello. O. Sacks

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