Paese reale

Sabato 28 gennaio mattina ho provato per la prima volta l’esperienza televisiva.

La preparazione è stata concitata, due giorni prima mi ha contattata il direttore scientifico di Irs, Emanuele Ranci, per chiedermi se fossi interessata a partecipare a questo programma. Il tema è la non autosufficienza, le politiche presenti e future, i tagli dei fondi.

Si parte dalla chiusura recente di due case di riposo: la prima a Sanremo, dove gli operatori sono stati colti in flagrante mentre maltrattavano e malmenavano anziani non autosufficienti.
La seconda abusiva, vicino a Roma, accoglieva anziani a pagamento senza avere nessuna autorizzazione. Anche qui maltrattamenti e segregazioni.

Compito arduo dunque: parlare di politiche partendo da eventi così shoccanti. In studio Carla Cantone segretaria generale dello SPI CGIL, un tenente dei NAS e altri. Anche un’anziana ospite di una casa di riposo di eccellenza di Roma.

Essendo in collegamento da Milano, mi è sembrato difficile interagire, ma questo mi era stato detto dal conduttore: mi era stato fatto presente di provare ad utilizzare un linguaggio semplice, di non essere troppo tecnica.
Volevo parlare più delle case di riposo e delle RSA, del lavoro degli operatori, delle fatiche, della difficile definizione di qualità dell’assistenza, degli standard spesso troppo sbilanciati sul versante sanitario e troppo poco attenti al lavoro di cura. Volevo porre l’accento sulla fatica delle famiglie che non hanno alternative e accompagnano i propri anziani in casa di riposo e in RSA, sulla permanenza fino al fine vita degli anziani in strutture residenziali, sulla difficile integrazione con le badanti. Mi sarebbe piaciuto aggiungere di quanto le Regioni facciano fatica ad individuare standard davvero di qualità a fronte di una “facile” individuazione di standard strutturali e di quanto non si prevedano spesso momenti di “cura” delle organizzazioni che si occupano di assistenza, come se fossero le pareti e le mura ad esaurire il tema della qualità dell’assistenza.

Naturalmente non ho potuto dire nulla di tutto ciò, mi sono resa conto della difficoltà estrema di comunicare guardando nel nero davanti a te, in una stanza vuota. Non c’è nessuna percezione di parlare a qualcuno o con qualcuno. Il rischio del soliloquio e dell’autoreferenzialità è massimo, ma anche il potenziamento smisurato del proprio io è facile: parlare a qualcuno che non c’è e che quindi non può interagire direttamente, è davvero difficile oppure una grande opportunità!
Se poi l’argomento è cosa seria e tecnicamente complessa, be’, davvero davvero la televisione sembra il mezzo meno adatto.
Anche nella trasmissione di sabato non si è potuto proprio non dire che le immagini sono state shoccanti, non dire che gli operatori maltrattanti vanno puniti severamente non è stato proprio possibile, anche se avrei voluto dire che questi eventi sono segnali preoccupanti ma non rappresentano la generale esperienza dell’assistenza in Italia. E’ stata demonizzata una tipologia di unità di offerta di assistenza seguendo quello che l’opinione pubblica e i cittadini di fatto pensano. Di fatto chi si trova in condizioni di grave non autosufficienza o chi non ha una famiglia che lo sostiene ha come unica alternativa una residenzialità che spesso somiglia molto ai ricoveri ospedalieri.

Siamo proprio proprio sicuri che tutti gli anziani non autosufficienti devono per forza andare in strutture residenziali?
Mi viene da dire che il problema centrale è l’appropriatezza seguita a ruota dal tema della qualità dell’assistenza. Ma non possiamo dimenticare i costi che tutto questo richiede, alle famiglie e al sistema sanitario per esempio. In questo momento sembra di poter dire che le famiglie (e gli anziani con le loro pensioni) faranno molta fatica a sostenere i costi delle rette nel prossimo anno. Con il rischio di alimentare ancora una volta e sempre di più il lavoro nero delle badanti (che è di nuovo in grande crescita).

Siamo proprio proprio sicuri che dobbiamo aspettare che l’anziano diventi gravemente non autosufficiente e procedere all’ultimo momento ad un ricovero “d’emergenza”, che in realtà può durare anche anni, senza aver davvero avuto modo di pensare prima al percorso di invecchiamento e ai conseguenti fattori di rischio?

Siamo proprio sicuri che vogliamo solo un tipo di offerta residenziale e non possiamo provare “nuove forme dell’abitare” anche per gli anziani?
Sono state eccessivamente colpevolizzate/responsabilizzate le famiglie dicendo che “devono controllare i corpi degli anziani, quando vanno a trovarli”.

Ne è emerso un quadro dell’assistenza quasi completamente svincolato dal pubblico, come se il problema fosse tra i privati che fanno assistenza e non invece nella faticosa attività di programmazione, viste le risorse scarse, ma soprattutto visto il complessivo orientamento “standardizzato” dell’intervento del regolatore. I fatti è le realtà incontrate in questi anni dicono che non è così, almeno non in questa materia nè in questi luoghi.

Non so se capiterà ancora di andare in tv, certo mi ha aiutato a mettere a fuoco tante domande, sulle quali sarebbe interessante provare a riflettere davvero. In fondo aver avuto poco tempo per parlare non è stato così male.

Diletta Cicoletti

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2 risposte a Paese reale

  1. mainograz ha detto:

    Due pensieri:
    – il primo alla fatica e alle ragioni di tanti distanziamenti che gli operatori socio-sanitari manifestano. Non mi sembra semplice prendersi cura delle sofferenze altrui, di persone, di richieste, di corpi e di bisogni che non sono facili da gestire. Forse solo quando si hanno bambini piccoli il prendersi cura è allegria: perché?
    – il secondo all’esperienza di consigliere comunale. Mi capita di intervenire in Consiglio. Hai cinque minuti e devi essere efficace. Però qui c’è la controparte: davanti a me la maggioranza schierata. A volte è difficile: se non sei preparato, se sei stanco o se ti senti solo (i tuoi di ascoltano…). E’ sufficiente che dal pubblico arrivi qualche segnale di supporto e… torna l’energia. Mi capita il giorno dopo di riverdermi, magari con Giovanna, mia moglie: guardiamo se sono state chiaro, efficace, diretto. E quando parlo mi dimentico che il Consiglio è in streaming e che qualche concittadino guarda da casa.

  2. matteoloschiavo ha detto:

    Anche io ricordo la partecipazione ad una trasmissione televisiva con disagio. Lo studio era piccolo, molto caldo e con le luci sparate in faccia. In quel caso si parlava di contrasto al lavoro nero. C’era l’ispettore dell’INPS, quello dell’agenzia delle entrate, un referente dell’associazione dei commercianti. Io ero lì per sostenere la possibilità di costruire l’idea di “uno stato amico che non si lascia imbrogliare” come sosteneva Luca Meldolesi, presidente dell’ex Comitato nazionale per l’emersione del lavoro non regolare. Avevo preparato alcune argomentazioni, avevo esempi da citare di buone pratiche, volevo raccontare della nostra esperienza di “tutori per l’emersione” che in ogni Regione facevano un lavoro di rete finalizzato all’individuazione di problemi legati al mondo del sommerso e di possibili modalità di gestione degli stessi. Fu molto difficile. L’emozione, l’inesperienza, il dover dire tutto in pochissimi minuti hanno fatto il resto. Penso che sarebbe stato più importante abbassare gli obiettivi che mi ero dato, cogliere qualche appiglio dalla discussione e formulare l’idea che mi stava a cuore. Non ho mai avuto occasione di rivedere la trasmissione.

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