“Lui&Lei”, avvicendamenti fra lavoro e famiglia

La metafora dell’acrobata abile nel tenere insieme i diversi aspetti delle nostre vite è interessante. Ma c’è qualcosa che non mi convince. Come quelle domande del censimento dove non si trova una risposta fra quelle previste in cui riconoscersi. Forse perché l’acrobata è solo sul filo. Per l’asta che lo tiene in equilibrio. Come una bilancia che deve sempre essere orizzontale per evitare di cadere. Infine perché l’acrobata fa un esercizio spettacolare che ha poco a che fare con la quotidianità.

Campagna elettorale, foto di Ninalumer

Mi domando come mai noi papà non abbiamo (finora) raccolta l’invito – nel post  di Laura Papetti e prima ancora in quello di Eleonora Cirant – a raccontare il nostro punto di vista su questo tema. Sensi di colpa? Paura? Disinteresse? Non ci riguarda? Delicatezza (con le dovute differenze, sarebbe un po’ come parlare del parto solo per averci assistito …)?  Siccome non so cosa rispondere, lascio aperta la domanda  e – grazie anche alle suggestioni di Paolo Rossi – riparto da un ricordo.

Quando ero bambino partecipavo alla “Lui&Lei”, una gara di sci. Si formavano delle coppie di maschi e femmine di età simili che dovevano fare un percorso ad ostacoli. Alcuni ostacoli andavano superati insieme, così come insieme bisognava tagliare il traguardo. Altrimenti si era eliminati. Così se Lei era più brava nei paletti, doveva aspettare Lui che arrivasse per poter passare insieme sotto ad un ostacolo. Viceversa se Lui era più abile nel risalire a scaletta un pezzo, doveva aspettare Lei per tagliare il traguardo.

E’ una delle gare che ricordo con maggior piacere. Non era agonistica e alla fine si era socialmente riconosciuti per gli sforzi fatti da una premiazione in pizzeria con tanto di microfono, coppa e medaglie!

Ecco mi immagino oggi le coppie alle prese con un percorso in cui sono aumentati gli ostacoli da superare e alcuni paletti sono pure saltati. Per esempio, rispetto al lavoro, parlare di due persone che lavorano a tempo pieno mi pare una congiuntura sempre più rara. Ci sono i lavori per turni. I doppi e tripli lavori. Periodi di non lavoro. Come dimostrano i nostri ministri tecnici, la donna può guadagnare più dell’uomo. Ci sono momenti in cui uno dei due si ferma (penso alla maternità, ma anche a chi svolge attività professionale, alla cassa integrazione, alla disoccupazione, agli aggiornamenti, …) o fa delle riduzioni necessarie (cure dei famigliari, figli, …). Per non parlare poi della variabilità dei clienti e del mercato.

Insomma il campionario è così vasto che non ha senso ingabbiarlo. Per cui non si decide forse tanto a tavolino di chi sono le responsabilità, cercando di suddividerle in modo da tenere in equilibrio l’asta. La ripartizione avviene un po’ sulla base di abilità, piaceri e possibilità. Così effettivamente capita che le famose scarpe nuove per i figli siano di pertinenza della mia compagna, mentre dell’assicurazione me ne occupi più io.

Più che come due acrobati, ci si può rappresentare come una squadra in cui – a seconda di chi c’è, della forma (non solo fisica, ma anche emotiva e mentale), delle abilità, attitudini e doti e delle relazioni reciproche che si costruiscono – si giocano ruoli necessariamente diversi: ci si può passare la fascia di capitano in relazione al compito; si può andare in panchina; non finire quella partita; correre come forsennati senza ricevere palla; andare in meta. Come ogni squadra, anche la coppia è attraversata da protagonismi e diffidenze, da differenze e complementarietà, attese e richieste. Ammesso che se ne trovi un senso, i traguardi conviene tagliarli insieme, altrimenti si rischia l’eliminazione e addio premiazione in pizzeria.

ps. il modo ossessivo con cui in questi giorni ho letto, modificato, riletto e limato il post in attesa della sua pubblicazione, dice qualcosa dell’interesse e della cautela di un padre nel trattare questo tema…

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Informazioni su matteoloschiavo

Psicosociologo e cuoco, svolge attività di formazione, consulenza e ricerca con organizzazioni lavorative, pubbliche e private, impegnate nel campo della produzione di servizi territoriali (sociali, socio-sanitari, sanitari, educativi, della sicurezza).
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4 risposte a “Lui&Lei”, avvicendamenti fra lavoro e famiglia

  1. matteoloschiavo ha detto:

    Grazie Eleonora e grazie AnonimA per i vostri contributi. Vorrei segnalare il limite dei post. Non proprio degli SMS ma quasi, almeno per parlare di tematiche così complesse e ricche.
    Solo qualche precisazione per continuare il confronto:
    _ nei primi anni di vita dei nostri figli ci sono stati tanti momenti di tensioni, scontri, arrabbiature sulla condivisione del lavoro domestico e di cura;
    _ affrontarli con la bilancia mi è sempre sembrato poco creativo, perchè è difficile trovare un accordo sulll’unità di misura;
    _ l’idea di una reciprocità nel gioco di squadra e di una interdipendenza nella coppia mi sembra più suggestiva. Ciò non significa che sia più facile praticarla. Anzi…
    _ forse la realtà è diversa anche perchè c’è una grossa differenza fra un’idea interessante e l’affezionarsi alle proprie idee.
    _ una mia zia, cui sono molto legato, si è sempre considerata come l’unica in grado di portare avanti il lavoro domestico. Tutto quello che provavo a fare nel migliore dei casi non era adeguato, altrimenti era fatto male…

  2. Anonimo ha detto:

    Come sempre di questi tempi, in cui il lavoro di cura predomina sul lavoro retribuito, tardo a leggere e a rispondere. oggi ce l’ho fatta e mi sento di rilanciare alcuni stimoli. il primo è che già mi sento d’invidiare “il gioco di ruoli” tra compagni descritto da Matteo perchè la mia realtà è molto più tradizionale: mio marito lavora circa 10- 12 ore al giorno e la quotidianità del lavoro di cura non sa neanche cos’è. Non lo dico in tono rivendicativo o rampognoso è che davvero sperimento sulla mia pelle una sperequazione di tempi dedicati al lavoro retribuito. Non mi sono trovata in questa situazione in modo sprovveduto (conoscevo la realtà professionale di mio marito) ma forse speravo di avere più lavoro retribuito io. la crisi da questo punto di vista ha chiesto pegno. Poi, pensandoci bene, se avessi avuto più lavoro come me la sarei cavata? Avrei accettato di scolarizzare molto presto la mia bambina? Avrei accettato di lasciarla a baby sitter poco conosciute? Avrei sostenuto i sensi di colpa? Mi sarei perdonata di non osservare le sue piccole e costanti evoluzioni?
    La verità è anche che accudire un bambino piccolo è per me straordinariamente appagante e fonte di uno smisurato piacere. E questo a dire il vero non lo immaginavo nè l’avevo messo in conto….

  3. Eleonora Cirant ha detto:

    Ti ringrazio Matteo per aver accolto e rilanciato la palla, e per la sincerità con cui ti sei messo “in gioco”. Ti seguo sulla metafora del gioco “Lui&Lei”, che anche a me risuona come ipotesi percorribile. Si vince solo se si arriva in due al traguardo, nell’ascolto e nella collaborazione. E il vero gioco di squadra si ottiene non scambiandosi le parti (io metto mano al trapano, tu al ferro da stiro), ma facendo quello che si sa fare meglio.
    Il punto è che quello che si sa fare meglio è frutto di abitudini che possono cambiare, se lo vogliamo.
    Credo che la tua affermazione: “a seconda di chi c’è, della forma (non solo fisica, ma anche emotiva e mentale), delle abilità, attitudini e doti e delle relazioni reciproche che si costruiscono – si giocano ruoli necessariamente diversi” contenga un mondo da esplorare, perché è appunto qui che si gioca la possibilità che la differenza non si traduca in svantaggio.

    Questi “ruoli necessariamente diversi” sono ancora uno snodo di profonde discriminazioni. Quelle che fanno sì che le donne italiane lavorino diverse ore al giorno in più degli uomini.
    Cito un paio di brani di Tiziana Canal nell’articolo “Paternità e cura familiare Quando il lavoro è condiviso” di Tiziana Canal (Grazie Laura!):

    “se è vero che vivere in coppia e avere figli produce in tutti i paesi un effetto diverso per uomini e donne, in Italia ciò che avviene è sproporzionato. Per le madri comporta un incremento importante del tempo di lavoro familiare e un decremento del tempo dedicato al lavoro retribuito, mentre per i padri determina un aumento signifi cativo del tempo riservato al lavoro retribuito”

    Questi “ruoli necessariamente diversi” sono forse ancora quelli che spiegano perché, nel nostro Paese, la conciliazione è a senso unico:

    “In realtà, il tema della conciliazione tra tempi di vita familiare e tempi di vita lavorativa, lungi dall’essere una questione che dovrebbe riguardare entrambi i sessi, ha assunto nel corso degli anni, soprattutto in Italia, una vera e propria connotazione di «genere» divenendo, in letteratura come nella vita quotidiana, una questione di pertinenza esclusiva dell’universo femminile”

    Per cui d’accordo che se lei compra le scarpe e lui paga l’assicurazione, alla fine della giornata i conti tornano anche senza mettersi a tavolino a spartirsi le mansioni come tristi contabili della relazione. Ma allora perché la realtà è tanto diversa da quel gioco ideale che ci vorrebbe eguali nella differenza?

  4. Alberto Ponza ha detto:

    …mi piace, questa metafora arriva al nocciolo della questione…

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