Telai, tessuti e tessitori

Già gli antichi greci, nella loro mitologia, paragonavano la vita a un tessuto, i fili intrecciati dalle Moire, personificazione del destino ineluttabile di ognuno di noi.
L’intrecciarsi della trama e dell’ordito della quotidianità mi ha portato, di recente, a incontrare due cooperative sociali d’inserimento lavorativo, una italiana e un’altra ugandese.

Cosa c’entrano l’una con l’altra?
Nulla, apparentemente.

Diverso, molto diverso, è il contesto in cui vivono e producono, differenti i mercati di riferimento.
Eppure, in fondo, la potenza delle similitudini tra i due casi è suggestiva almeno quanto lo sono le differenze.
Entrambe le cooperative nascono per volere di associazioni di ispirazione cattolica, lo spirito paternalistico informa le intenzioni dei padri fondatori.
Dice l’attuale presidente della cooperativa italiana <<loro (i padri fondatori – ndr) erano quelli cui noi dovevamo portare dei risultati non tanto per poi prendere decisioni comuni quanto per “portare qualcosa al papà”, che poi ti davano una pacca sulla spalla e ti dicevano “bravi” anche se chiudevamo il bilancio con 100 milioni di perdita…>>.
Ancora <<La loro estrazione sociale e culturale era tale per cui si sentivano dei filantropi, ci portavano la loro esperienza e capacità e noi dovevamo essergliene grati, l’insieme di questa situazione era de-responsabilizzante ma anche deprimente rispetto alla responsabilità>>.

Siamo lontano da una gestione business oriented dell’impresa sociale, il progetto produttivo è esclusivamente funzionale a un, più ampio, progetto di sostegno pedagogico e sociale alla persona svantaggiata.

Nel giro di qualche anno, in alcuni soci lavoratori della cooperativa italiana, si sviluppa un’idea di emancipazione da un Consiglio di Amministrazione formato da volontari lontani dalla realtà produttiva, <<quando io sono diventato Presidente ho deciso che la responsabilità attribuitami dalla legge non mi consentiva di continuare ad agire con quel sistema di potere… la mia era una scelta imprenditoriale autonoma e quindi quella situazione non mi andava bene >>.
Si passa quindi, con elezioni del nuovo consiglio di amministrazione, a un organo direttivo formato da soci lavoratori.
Molte sono però le difficoltà legate al cambiamento.
Sempre nella cooperativa italiana, << c’è voluto molto tempo per costruire uno spazio perché i soci lavoratori, alcuni dei quali sono poi diventati amministratori, si sentissero di esprimere un’opinione rispetto alla situazione perché, di fatto, nella cooperativa il potere veniva vissuto come qualcosa di talmente esterno e lontano che nessuno osava prendersi uno spazio. C’è voluto molto tempo e molto lavoro.
Ci sono persone, all’interno della cooperativa, cresciute in quell’ambiente che, tutt’oggi, rischiano ancora di ritenere che il potere sia qualcosa di completamente esterno… E’ stato difficile sradicare un sistema di potere che non serviva a nessuno se non a chi lo deteneva.Io ho trovato resistenze molto forti, che si sono concluse poi con un allontanamento dei vecchi amministratori, quindi non c’è mai stata un’accettazione della nuova situazione>>.

L’avvicendamento, nella cooperativa italiana, si è tradotto in una rivoluzione copernicana di approccio culturale e strategico: dal paternalismo all’imprenditorialità, dalla de-responsabilizzazione al protagonismo del socio-lavoratore.
Il progetto della cooperativa cambia e la trasformazione coinvolge l’ambito delle persone (chi fa?), dell’attività (cosa si fa e come?), dei valori fondanti (perché lo si fa? Con quale scopo ultimo?).
Il carico di emozioni che accompagna la transizione è molto pesante, il filo di collegamento con i padri viene dapprima teso e poi reciso.
A poco servono i tentativi di trovare all’esterno un aiuto e una mediazione <<abbiamo ragionato molto, in cooperativa c’è stata un’analisi ipertrofica in passato rispetto ai temi del potere e della responsabilità.
Abbiamo parlato molto e, di solito, quando si parla molto è perché non si riesce ad arrivare al dunque.
Abbiamo chiesto supporti esterni ovunque ma non si riusciva a fare un salto qualitativo.
Questo salto è stato fatto, invece, quando finalmente si è interiorizzato il fatto che la cooperativa dovesse crescere e avere una responsabilità interna.>>

Nella cooperativa africana, come già evidenziato, troviamo molte similitudini col caso italiano nella genesi e nell’approccio valoriale originario.
Il gruppo dei soci lavoratori è però ancora lontanissimo dal poter agire una responsabilità in prima persona.
Molte le considerazioni che si intrecciano: il grandissimo numero di persone svantaggiate assunte in cooperativa, le situazioni individuali dei soci, la loro bassa cultura e professionalità.
Mi racconta la responsabile della organizzazione religiosa dalla quale origina la cooperativa: << quando qui si parla di soci lavoratori bisogna tenere presente che si tratta di persone poverissime e sovente molto malate. Molto spesso il pasto che noi diamo in cooperativa è l’unico consumato durante la giornata. Già questa, per loro, è una cosa importante e fondamentale nella quotidianità>>.
Poi i paradossi legati agli aiuti allo sviluppo (quanta dipendenza creano!), le difficoltà di mercato che rendono difficile poter parlare di emancipazione da chi (paternalisticamente, appunto) ripiana i notevolissimi deficit della cooperativa.
E ancora: le difficoltà legate all’incontro tra culture diverse (quella locale, dei soci lavoratori, e quella occidentale, dei benefattori), i sentimenti risarcitori, i sensi di colpa e, infine, la disorganizzazione di ruoli e la confusione di funzioni.

Mi chiedo se, assieme al collega che mi ha coinvolto nella consulenza, riusciremo a proporre un percorso, necessariamente molto lungo, che porti a una riflessione sul senso dell’operato del C.d.A. e a un progressivo empowerment del corpo dei soci lavoratori.

Per il momento, però, laggiù in terra ugandese, i fili continuano ad essere intrecciati sul telaio, ma il tessitore rimane una, poco democratica, élite illuminata.

Davide Vassallo 

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