The Artist: innovazione e difficoltà di cambiare

La paura di cambiare e di affrontare un contesto esterno in grande trasformazione, la tentazione di rimanere ostinatamente attaccati alle proprie credenze pur di non mettersi almeno un po’ in gioco. Sono alcuni dei pensieri che mi sono venuti in mente l’altra sera guardano al cinema The Artist. Un film che racconta, fra le altre cose, il difficile dialogo fra cambiamento ed innovazione da un lato e l’identità personale e professionale dall’altro.

L’introduzione del sonoro è l’innovazione che spinge le persone e le organizzazioni a farci i conti. Una rivoluzione tecnologica  che il divo del cinema muto del momento si rifiuta di accettare e che lo porterà ad una crisi professionale e personale molto profonda. Con ostinazione l’egocentrico protagonista cercherà di portare avanti la propria idea professionale senza accorgersi di rimanere isolato dal contesto e di finire nelle sabbie mobili. Il dato di realtà è la sala praticamente vuota in cui si proietta la prima del suo ultimo film muto. Non ci sono più persone disposte a pagare per comprare il suo servizio.

Contemporaneamente una giovane attrice diventa una star dei nuovi film sonori. Spregiudicata, coraggiosa, ambiziosa, forte di sentimenti coglie l’innovazione non solo  come opportunità di riscatto personale ma anche come dato che trasforma l’agire professionale (basta con le vecchie star del cinema muto che annoiavano il pubblico con le loro smorfie). E’ così. Punto e basta. La sua forza è che riesce a cavalcare l’onda senza mai dimenticarsi della sua storia e dei suoi sentimenti.

Il film si svoge in un’altra epoca. Eppure sembra l’inizio di questo nuovo millennio. C’è la crisi del ’29 che rende tutto molto attuale, ma anche lo scontro fra vecchie leve e giovani talenti, la figura del produttore grasso e con il sigaro in bocca attento al business, la crisi di una coppia che non si parla, i giornali che seguono solo il successo, un cane eroe che salva il padrone dall’autodistruzione.

Le innovazioni sollecitano persone e organizzazioni a cambiare, dal punto di vista personale, professionale e organizzativo. L’intreccio di questi tre piani rende tutto molto complesso, difficile e non lineare. La costruzione di senso per sé, nelle relazioni con gli altri ed in relazione al prodotto è molto faticosa, ma anche possibile. Forse questo è il succo del lieto fine cinematografico. Non così scontato di questi tempi…

PS. In una formazione sul tema dell’innovazione userei tre scene: l’incubo del protagonista; l’intervista che l’attrice fa ai giornalisti denigrando i vecchi attori del cinema muto; lo spezzone di film in cui il protagonista finisce nelle sabbie mobili.

Informazioni su matteoloschiavo

Psicosociologo e cuoco, svolge attività di formazione, consulenza e ricerca con organizzazioni lavorative, pubbliche e private, impegnate nel campo della produzione di servizi territoriali (sociali, socio-sanitari, sanitari, educativi, della sicurezza).
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3 risposte a The Artist: innovazione e difficoltà di cambiare

  1. Giuseppe Mazza ha detto:

    Uno dei problemi principali è nel concepire la famosa “professionalità” come la capacità di custodire, governare, applicare le regole. La mia opinione è che la professionalità consista invece nella capacità di affrontare il cambiamento. Arrivo a dire: nient’altro che in questo. Cioè il tuo mestiere non è una tecnica, ma una funzione, la quale quando cambiano i contesti può trasformarsi nei modi ma non perde il suo senso.

    Chaplin era un grande attore di muto, quando arriva il sonoro lo soffre e lo contesta. Per qualche anno continua a girare capolavori nei quali si ostina a non parlare. Poi però prende la voce e gira film sonori, altri film straordinari. Aveva assorbito la trasformazione, ricreato la sua poetica con nuovi strumenti.

    Il musical “Cantando sotto la pioggia” già prima di “The Artist” raccontava proprio la crisi del muto, e mostra come ad uscire di scena furono gli attori più modesti. Che non erano attori (la funzione) ma solo degli strabuzzatori di occhi (la tecnica).

  2. matteoloschiavo ha detto:

    Da una chat con l’amico Roberto Salerno che commenta il film ed il post

    R. Ciao Matteo,
    bruttino il film,
    bello il commento
    due delle scene che citi sono piaciute molto anche a me
    ma siccome sono un estremista, ho trovato qualcosa un po’ generico…
    ma mi piaceva di più “il mio nome è nessuno” sarà per quello

    M. perchè brutto il film?
    che cosa non ti è piaciuto?

    R. mah, mi è sembrato scontato, per alcuni versi addirittura imbarazzante. Va bene non cercare l’originalità a tutti i costi ma quando Valentin entra nella stanza in cui la ragazza ha conservato tutta la roba acquistata all’asta, con lo svelamento dei vari oggetti e che si chiude con il quadro beh…
    e poi ormai io non sopporto tanto i film consolatori

    M. resta il fatto di aver fatto un film sul cinema muto ed in bianco e nero.

    R. vabbè però non può bastare no?

    M. In che cosa è generico il post?
    si tratta di un post: ha senso che sia breve, susciti curiosità e se riesce anche qualche interrogativo…
    di più non credo sia possibile
    per cui necessariamente rischia di essere un po’ generico

    R. Dire “non dobbiamo avere paura dei cambiamenti” è facile
    il guaio viene subito dopo: tutti i cambiamenti sono buoni? Tutti sono inevitabili? Non dobbiamo lottare perché alcuni non avvengano?

    M. curioso che questo sia il messaggio
    perchè non è nemmeno scritto così

    R. non era quello?!?

    M. penso che la paura sia un sentimento molto importante
    perché ci mette in allerta e ci permette di sviluppare adattamenti

    R. si, ma mi pareva “strumentale”: la paura come elemento per aiutare ad accettare l’inevitabile. In questo senso non mi convince
    quindi non ho preso lucciole per lanterne

    M. mi sembra però che le persone preferiscono sfuggire alla paura pur di non affrontarla
    e sono d’accordo che i problemi cominciano dopo

    R. mah, forse è ancora più contorto
    nel senso che finiscono con andare avanti quelli che scappano dalla paura

    M. può darsi che succeda anche così
    ma non solo così
    cmq io mi salvo questo nostro dialogo e se mi viene voglia lo pubblico come risposta

    R. certo

  3. Muziek ha detto:

    Solo una cosa a commento di un bel pezzo: non tutte le trasformazioni sono inevitabili. Sul fatto che non tutte siano buone non credo ci sia dissenso con l’autore.

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