Avvicendamenti non voluti

catenacci

L’esternalizzazione di parti del processo produttivo non è un fenomeno  nuovo. Un tempo era visto  come possibilità di crescita per le organizzazioni che potevano integrare le risorse interne. Oggi ci si rivolge all’esterno anche per sostituire le competenze interne che vengono tagliate.  Prima o poi capiterà anche a noi, sento dire da chi ha ruoli di responsabilità e gestione nelle organizzazioni ai suoi collaboratori. L’esternalizzazione diventa una condanna.

Chi ha ruoli di autorità si sente depauperato di una risorsa, in lutto per la perdita di un collega con cui aveva costruito anni di lavoro (e di relazioni) ed infine pure in colpa per dover scegliere un nuovo collaboratore, per di più esterno.

Mi raccontava un amico in cerca di occupazione che più volte quando riesce a trovare un colloquio di lavoro, il responsabile per telefono, ancora prima di conoscersi, gli chiede se ha una partita IVA. Il mio amico che di forme lavorative le ha attraversate quasi tutte (dal contratto in nero al contratto a progetto, dal co.co.co al co.co.pro fino al voucher) mi dice di cogliere in queste parole come un senso di disfatta da parte dell’interlocutore, come se mettesse le mani avanti. Dal suo punto di vista l’importante è lavorare, riuscire ad avere più clienti, potersi anche gestire il proprio tempo, organizzare la propria offerta professionale anche in funzione dei cambiamenti del contesto. Tutti aspetti su cui è pronto a negoziare. Così risponde che no, ancora non ce l’ha la partita IVA, ma sta pensando di aprirla.

Quando capita in queste situazioni, anche il colloquio, continua il mio interlocutore, ha un che di strano. E’ come se il responsabile si sentisse costretto a fare quello che fa, non ne avesse alcuna voglia, non trovasse le motivazioni. Sa, prima c’era un collega nel servizio che si occupava di questo. Adesso con i problemi economici ed i tagli di budget la direzione ha deciso di eliminare la posizione e di esternalizzarla. Cerchiamo una persona disposto ad una collaborazione professionale con noi… Ci manca che dica: se proprio vuole la prendiamo, ma ci pensi bene….

Questa storia pone alcune domande:

  • Come gestire avvicendamenti tra interno ed esterno non scelti e magari non voluti?
  • Che condizioni di lavoro (non solo contrattuale) ma di ingaggio, di clima, di commitment troverà il mio amico (e quelli come lui)?
  • Come accompagnare e sostenere i responsabili che si trovano a gestire questi passaggi a costruire senso per sé e per gli altri, distinguendo fra dati di contesto, mandati ineluttabili e problemi che è possibile gestire?
  • C’è spazio per una consulenza in questa situazione? Detto altrimenti, come evitare che il consulente venga vissuto come quello chiamato a spolverare il negozio di argenteria mentre è in corso un terremoto?

Informazioni su matteoloschiavo

Psicosociologo e cuoco, svolge attività di formazione, consulenza e ricerca con organizzazioni lavorative, pubbliche e private, impegnate nel campo della produzione di servizi territoriali (sociali, socio-sanitari, sanitari, educativi, della sicurezza).
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6 risposte a Avvicendamenti non voluti

  1. luisa sironi ha detto:

    Trovo molto efficace la metafora sulla consulenza:spolverare un negozio di argenteria nel bel mezzo di un terremoto. Credo che di questi tempi in molti consulenti si percepiscano un po’ impotenti. Certi cambiamenti li puoi accompagnare credo solo se non sono travolgenti, ossia se non producano la percezione in chi li vive di essere nel bel mezzo di una tempesta. in questo caso si punta alla sopravvivenza e la consulenza non viene percepita come utile ma come un lusso che non ci si può permettere. Penso che questo produca un certo sgomento anche tra i consulenti, travolti a loro volta dai medesimi cambiamenti. Quasi che dovessero diventare consulenti di se stessi. Che impresa!

    • matteoloschiavo ha detto:

      Luisa ciao.
      Credo proprio che valga la pena approfondire il tema della “consulenza nella crisi”. Possiamo aprire una discussione su questo blog e magari attivare anche qualche attività di ricerca che ci aiuti a comprendere di più quello che sta succedendo. Parliamone.
      In fondo Appunti di lavoro è pensato anche per sostenere e alimentare pensiero sui nodi che incontriamo nel lavoro con le organizzazioni.

    • mainograz ha detto:

      Ciao Luisa,
      la metafora sulla “consulenza come lo spolverare un negozio di argenteria nel bel mezzo del terremoto” è inquietante e illuminante. Ci dice che spesso veniamo chiamati nel mezzo di sciami sismici, prima, durante o dopo terremoti… E se la nostra azione è cosmetica che senso ha pagarci? Siamo solo di intralcio. Se poi aggiungiamo confusione alla confusione, o se la provochiamo, o se non ci rendiamo conto di essere parte del problema, non siamo tanto un lusso quanto un danno. A volte mi chiedo se la nostra azione riesce ad entrare in sintonia con le domande dei clienti per aiutarli a cercare strade percorribili o se non siamo portatori di ideologie (più o meno ben confezionate e convincenti) ma poco rispondenti ai cambiamenti profondi che stiamo vivendo.
      Buon Primo Maggio (è anche la nostra Festa!-)

  2. Eleonora Cirant ha detto:

    a proposito di condizioni di lavoro, mi sembra che la cosa più difficile per collaboratori e collaboratrici a partita iva sia mettere i paletti che istituiscono una corrispondenza tra lavoro svolto e compenso pattuito. Esempio: se ti consegno questo lavoro, hai diritto a tre eventuali modifiche entro un tot tempo, non di più e non oltre. Inoltre in molti casi mancano tarrifari.
    Commento un po’ fuori dal tema avvicendamento, ma forse se queste regole fossero più chiare e valide per tutti, la relazione di lavoro sarebbe più “sciolta” da entrambe le parti. Regole generali mettono parzialmente al riparo le relazioni individuali. La pratica contrattazione individuale, invece, condensa tutta la conflittualità in un mix micidiale…

    • matteoloschiavo ha detto:

      Quando una quindicina di anni fa ho aperto la partita iva, il mio cliente principale mi equiparava economicamente al salario dei suoi lavoratori dipendenti. Mi ricordo grandi discussioni, arrabbiature e delusioni. Pensavo che quanto più il mio cliente avesse colto le differenze fra i professionisti a partita iva che collaboravano con lui ed i suoi dipendenti, tanto più l’organizzazione nel suo complesso, il suo sistema di relazioni e perfino la produzione ne avrebbe giovato. Non è andata così e dopo un po’ ho capito che non era per me sostenibile collaborare attivamente con quell’organizzazione. Ancora adesso so che i collaboratori che arrivano vengono ancora equiparati ai dipendenti. I professionisti per scelta o per necessità comunque sono spinti a percorsi di consapevolezza della loro situazione e di negoziazione con i propri clienti che si scontrano con l’arretratezza del pensiero dell’interlocutore. Per fortuna non è sempre così.
      ps. un indice di questa arretratezza del sistema nel trattare con i professionisti è il modulo che le scuole del Comune di Milano fanno compilare per poter usufruire dei cd. servizi extrascolastici: “prescuola”; “giochi serali”; “centri estivi”. Mi è sempre sembrato un modulo pensato per una società industriale in cui il datore di lavoro deve dichiarare che il proprio dipendente (nonché geniitore) lavora dalle … alle … e quindi è impossibilitato dall’andare a prendere o portare i figli a scuola. Non è stata ancora prevista una casellina per il lavoratore autonomo….

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