Consulenti nel mezzo della crisi (si respira aria di patatrac)

Photo by Giancarlo Ottaviani (08 aprile 2012)

Photo by Giancarlo Ottaviani (08 aprile 2012)

Come si presenta la crisi…

Partiamo dalla fenomenologia. C’è meno lavoro per i consulenti. Viene loro richiesto un lavoro diverso. Interventi brevi, se non brevissimi, consultazioni più che consulenze, richiesta di trasferimento rapido di know-how, riduzione delle esternalizzazioni e affidamento di lavori con compensi marginali…

I cambiamenti e le fatiche si possono raccontare da punti di vista diversi, con elementi distintivi ed elementi comuni. Riprendiamo qualche spunto da un’intervista a una collega a proposito della conciliazione tra professione e maternità:

«Oggi il mio osservatorio professionale si è drammaticamente rimpicciolito. La maternità mi ha legato le mani: sono in una sorta di libertà vigilata per cui ho molto meno tempo di prima da dedicare al lavoro e – non so se è una conseguenza – meno lavoro. Guardandomi intorno vedo persone che mi sembrano molto impegnate, non c’è mai tempo, le agende sembrano sempre ingolfate eppure si respira aria di patatrac. È come se la sciagura fosse imminente, dietro l’angolo e tutti cercano di correre al riparo, ma da cosa?  Davvero c’è il rischio di non lavorare più o almeno non in modo sufficiente? Qual è la partita in gioco per chi fa il consulente, si occupa di lavoro intellettuale? Cosa può garantire un reddito? Un po’ tutti si lamentano e segnalano la fatica a stare dentro il mondo del lavoro, almeno per come ci si è stati sino ad oggi. Eppure – e per fortuna – ancora si riesce a lavorare o perlomeno si riesce ad evitare il default o si simula evitando di far sapere in giro che davvero non si lavora quasi più (non sarebbe certo un buon biglietto da visita). Comincio a credere che non sia in gioco solo la possibilità di lavorare, ma quella di fare il consulente. In tempi di vacche magre le persone e le organizzazioni tirano la cinghia e diventano meno esigenti, rinvigoriscono il fai da te e in questo ritiro di funzioni, sicuramente le competenze vacillano, i risultati sono più opachi, le persone confuse e nel contempo costrette a riappropriarsi di funzioni creative fino a poco prima delegate appunto ai consulenti. Insomma si rinuncia ad avere il progetto che sia e possa essere riconosciuto di valore, e si costruiscono più esperienze “casalinghe”. La qualità ne risente ma i membri delle organizzazioni, penso soprattutto ai servizi pubblici e alle organizzazioni sociali, sono forse costretti ad una maggiore imprenditività. E allora addio consulenze: servono sempre meno figure specializzate a cui affidare qualche funzione organizzativa, soprattutto se si fa riferimento a competenze che attingono dalle aree umanistiche e sociali. E sembrano sempre meno richiesti l’accompagnamento, l’ascolto, la riconfigurazione di obiettivi, il supporto alla progettazione… E sebbene servano sempre, ci si concentra sul garantire l’esistente, sul non perdere ciò che si ha e si diventa di certo meno sofisticati, di bocca buona (legittimamente?).
Col tempo,un po’ per sconforto e un po’ per stanchezza, anche il consulente  finisce per sentirsi meno luccicante, meno in grado di fare investimenti e in forte arretramento, soprattutto meno indispensabile… come i clienti che segue. A questo punto la domanda che nasce e si insinua perniciosa è: c’è ancora lavoro per i consulenti? Va reinventato un ruolo e una funzione professionale ? È una domanda che mi pongo quasi quotidianamente, alla ricerca di una risposta… possibilmente condivisa».

I mercati nei quali sono impegnati diversi consulenti sono in difficoltà: comprano il minimo indispensabile di formazione e consulenza, internalizzano buona parte dei processi, non esternalizzano attività realizzative, e di fatto chiedono dritte, indicazioni, spunti, accompagnamenti molto leggeri (mostrando a volte atteggiamenti opportunistici).

Per una lettura che immetta razionalità (distanziante o difensiva?)

La attuale situazione sembra essere davvero delicata. I fattori che possono determinare la crisi per i consulenti sono molteplici. Fattori di contesto, fattori organizzativi, fattori soggettivi che riguardano le condizioni soggettive e il modo di interpretare la professione da parte dei consulenti stessi.

Considerando il contesto, segnaliamo alcune fonti di pressione:

  • I mercati di elezione (pubblico e mondi sociali) stanno attraversando profondi sconvolgimenti e riorganizzazioni (dalla contrazione di risorse alla privatizzazione dei servizi).
  • Il pubblico dispone di minori risorse e le cooperative sociali, in buona parte dipendenti dal pubblico mi sembrano in generale disorientate o iperconcentrate sulle performance economiche.
  • A questo si aggiunge il minore appealing di strumenti agognati negli anni novanta: valutazioni, programmazioni e pianificazioni, bilanci sociali e carte dei servizi. Si tratta di strumenti spesso idealizzati, ormai diffusi e praticati.
  • E, complice la crisi che mette in risonanza le organizzazioni, anche le relazioni più consolidate sembrano non riuscire ad alimentare sinergie e commesse.
  • Inoltre può contrarsi il sistema delle esternalizzazioni. Per ragioni di risparmio diretto: si tagliano interventi esterni (costi che possono essere variati, in questo caso diminuiti), ma anche si decide che – insieme ai tagli – nella contrazione di attività, il personale proprio ha a disposizione tempo, è pagato e non può essere ridotto, di conseguenza può essere formato o aggiornato, o comunque può essere impiegato in attività precedentemente esternalizzate.

In questo quadro generale la concorrenza è in espansione:

  • da parte di figure del mondo accademico, figure preparate, che godono di reputazione sociale e professionale, dispongono di connessioni e spesso sono in grado di proporre tariffe vantaggiose anche per la capacità di ridurre i costi indiretti;
  • dai giovani che si muovono con dinamicità, propongono approcci innovativi, dispongono a volte di contatti e certamente hanno tariffe assolutamente concorrenziali.
  • da società di consulenza che estendono i campi di intervento fuori dai settori tradizionali: la diversificazione in strutture sufficientemente organizzate può avvenire in tempi più brevi grazie alla condivisione di competenze, di conseguenza possono venire proposti interventi che vedono operare sinergicamente professionisti diversi a costi concorrenziali.
  • da colleghi che, vedendo diminuire le collaborazioni stabili, si propongono sul mercato con buone competenze e prezzi concorrenziali.

Fragilità professionali: ragioni identitarie?

Da parte dei consulenti si manifestano disorientamento e risposte deboli (quasi apatiche), riconducibili anche a coordinate identitarie. Diversi elementi potrebbero essere co-implicati:

  • Consulenti che si pensano esperti competenti sulle questioni chiave (e non si accorgono degli incredibili cambiamenti che si sono affastellati in questi anni).
  • Consulenti che perdono la dimensione della ricerca e consentono il prevalere dei copioni e delle routine professionali
  • Consulenti che sentono di avere missioni da compiere, che esprimono commitment esclusivi verso qualche scuola di pensiero piuttosto che verso una libertà esigente per la ricerca di soluzioni con i clienti.
  • Consulenti che lavorano da soli (in solitudine) con scarsi confronti con altri colleghi. Per i consulenti (in particolare se lavorano da soli) le discontinuità per malattia (possono occorrere) o per maternità (certamente più frequenti) possono costituire momenti di difficoltà.
  • Consulenti che praticano campi di azione definiti, sempre gli stessi, sempre con le stesse organizzazioni: pochissimi i confronti, le contaminazioni, gli scambi, le revisioni… Chissà, potrebbe essere interessante la collaborazione, il confronto, e lo sviluppo di idee, il confronto sulle pratiche, sulle difficoltà e su modalità di lavoro efficaci.

Forse

Forse si cerca di tutelare ciò che si ha per paura di perdere quel che si è guadagnato sino ad ora. Nuovi investimenti richiedono distrazioni dal consolidato e quando ancora c’è da curare il vecchio, il nuovo appare impegnativo inquietante e già presidio di altri professionisti.
Forse anche che l’identità di consulenti formatisi in ambito psicosociale sia molto più complessa da modificare.
Forse si possono cambiare i campi d’intervento e gli oggetti di lavoro ma non il modo di sentire, pensare e fare il proprio lavoro.
Forse il disorientamento prende il sopravvento.

Viene da chiedersi se non si tratta di ripensare il ruolo dei consulenti a partire dalla parola stessa. Il termine consulente è da usare con parsimonia e oculatezza: per molti è sinonimo di professionalità, ma non è così per tutti. I media ci ricordano che parte delle distrazioni di risorse pubbliche sono passate attraverso incarichi di… consulenza. I consulenti possono essere soggetti al servizio dei migliori pagatori. Ci può essere il consulente esecutore e/o il consulente esploratore… In ogni caso c’è un altro aspetto delicato: non è facile aiutare chi ha o pensa di avere il compito di aiutare.

Demordere?

Se questa è la situazione sul versante lavorativo: non tragica, non espansiva, venata di una leggera depressione, quasi in cedimento alla preoccupazione…

E se fosse il caso di fermarsi a riflettere su quello che (ci) sta accadendo? E se si provasse a ridurre le solitudini professionali? E se si provasse a mettere in moto azioni di ricerca orientate a leggere le trasformazioni, le traiettorie, le esigenze, per sviluppare proposte in grado di rispondere alle esigenze delle organizzazioni?

E se si lasciassero le vie conosciute, gli attaccamenti rassicuranti, se si rivisitassero, se si disimparasse intenzionalmente (anche per conservare le cose contano), se si ponesse cura a quello che è stato trascurato, se si rimettessero in discussione le coordinate che ci hanno guidato? Se si provasse ad investire sull’innovazione in generale e sulle trasformazioni tecnologiche che investono la società? Sulla ricerca e sull’accompagnamento di cambiamenti trasformazioni, reazioni alla crisi? Sulla qualità del lavoro, non solo sugli aspetti di sofferenza e di fatica, ma anche su quelle situazioni che si mostrano resilienti, più capaci di funzionare in condizioni avverse? Se si tornasse ad ascoltare il mutare delle esigenze organizzative con minori certezze e con maggiori curiosità per quello che sta avvenendo?

Su tutto si potrebbe essere d’accordo ma con alcune accortezze necessaria: i clienti ci devono essere, devono saper chiedere supporto e seguire le proposte che si fanno, anche loro dovrebbero sintonizzarsi con tutte le domande che sono state poste. Ne aggiungo un’altra: ma sono così frequenti clienti disposti ad investire sull’innovazione quando questo significa rivisitare sensibilmente i ruoli e le funzioni interne alle loro organizzazioni? Ne vedo davvero pochi. Mi pare all’inverso che cerchino consistenti rassicurazioni. Più il mondo cambia più si vanno a cercare scudi all’incertezza dilagante, ossia tendono a muoversi poco e con lentezza, come se aspettassero di vedere cosa succede. Lo trovo un paradosso ma è per me esperienza quotidiana. A noi professionisti invece è richiesta con urgenza una riformulazione di ruoli e funzioni; perchè non farla insieme?

E se, come abbiamo detto, approcci e strumenti conosciuti sono ormai patrimonio consolidato, e solo le novità sollecitano interesse (in organizzazioni spesso disorientate dalle trasformazioni in atto), la via potrebbe essere quella dell’innovazione:

  • maggiore attenzione agli apprendimenti e alla condivisione delle competenze;
  • rinnovamento dei servizi fondamentali (valorizzazione e rilancio);
  • nuove proposte e più attente alle dinamiche del mercato e alle domande dei clienti (attuali e potenziali);
  • nuova cura della comunicazione.

O no?

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Consulenti, colleghi di lavoro
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4 risposte a Consulenti nel mezzo della crisi (si respira aria di patatrac)

  1. Pingback: Crisi: come farvi fronte? #psicosociologia | Mainograz

  2. Diletta ha detto:

    Mi ritrovo in pieno nel quadro. Penso e cerco di approfondire quotidianamente la questione che non basta più continuare a coltivare il proprio” orto”. Continuamente cerco il disorientamento per provare a guardare che succede intorno. Questo mi allontana dalle consuetudini, dalle certezze, anche da un pezzo della mia professionalità, ma mi avvicina a competenze e obiettivi altri e mi interessa. In questo intercetto persone e professionisti che si trovano in fasi difficili e insieme “lavoriamo gratis”… Anche il valore che si dà al lavoro sta cambiando? È questa ricerca che mi/ci tiene in contatto? Basta questo? Non so la ricerca continua…

  3. Alberto Ponza ha detto:

    Penso “crisi” e dico “cambiamento”, mi tornano in testa i protozoi: https://appuntidilavoro.wordpress.com/2011/01/31/crisi-protozoi-e-cambiamento

    Collego questa cosa ad una storica frase di Charles Darwin, per cui: “Non è la specie più forte o la più intelligente a sopravvivere ma quella che si adatta meglio al cambiamento”.

    Mi sembra che sia scritto (quasi) tutto lì: i dinosauri si sono estinti, i protozoi continuano ad esserci.

    Penso “cambiamento” e sento “fatica”: non ce n’è, il nostro modus operandi è radicato, l’obiettivo (ambizioso) è modificarlo prima di sbattere il naso (anticipare la crisi, innovare).

    L’isolamento non aiuta, l’idea della cooperazione sembra una strada percorribile.

  4. ovittorio ha detto:

    Ci sono tante cose in questo post…cose che mettono in movimenti i pensieri e le emozioni, quelle che in qualche modo accompagnano (o precedono? o seguono? o gareggiano?) i pensieri stessi. Qualche sera fa, parlando ad un gruppo di giovani in partenza per l’Africa, sollecitato da domande sulla crisi e sui suoi effetti, l’ho sintetizzata così: siete in auto, suona il cellulare, dovete rispondere, dovete inserire l’auricolare, eccolo è lì sul cruscotto, lo afferrate in curva, sbandate un po’ frettolosi per il trillare dell’oggetto, provate ad infilare l’auricolare ma il filo è tutto intrecciato, le cuffiette sono ad una distanza infinitamente minore da quella che c’è fra le vostre orecchie e non potete tenervi il cellulare lì appeso, perchè il cavo annodato non consente nemmeno di appoggiarlo alle ginocchia. La crisi è cercare di districare l’auricolare senza fermarsi, pressati dall’urgenza della chiamata, dall’attenzione che dovete comunque avere (non vi ho detto che sui sedili dietro sono seduti tre bambini che state portando ad un compleanno?) e dalle difficoltà sempre pronte ad amplificarsi (non vi ho detto che i tre bambini hanno cerbottane con le quali vi colpiscono la nuca?).
    E se all’immagine dinamica dell’auricolare ci aggiungiamo poi il predominio ormai incontrastato del modello mauriziocostanzoshow, per cui ciascuno può dire qualsiasi cosa su qualunque argomento e più parli indefinitamente e per slogancomuni, più risulti, in tale contesto, efficace (per cui se ti metti ad argomentare e collegare e spiegare ci hai già stufato e vai con la pubblicità ed il cambio d’inquadratura…), ecco che un ritratto della crisi che mi soddisfa.
    Fermarsi a districare (anzi, a rispondere, sistemare e poi ripartire…), chiedere aiuto, immaginare partendo dalle cose concrete (dal fare, dalle parole scritte, dai numeri, dalle facce e dagli occhi e dalle voci…)…alcune azioni che considero essenziali per poter far poi ‘essere’ un consulente!
    E’ il mondo che sta mutando -anzi il rapporto con il mondo e quindi coem esso viene determinato. Un esempio è la bruttezza (letterale) di certe carte intestate, loghi, nomi, pubblicità…, da cui risulta evidente che chi ci ha messo mano ‘non aveva un’idea’. Ma la consulenza costa troppo e poi photoshop l’ho crakkato la settimana scorsa e va bello sto fotomontaggio…poi il nome lo facciamo scegliere alla figlia di coso, quello dei camion, che fa scuola d’arte a milano…
    Il consulente (al di là della caratterizzazione specificamente professionale) lo definirei come quella o quello che ha già percorso fatti e azioni ed esperienze (e fatiche e felicità!), così da poter poi facilitare il transito di altri in quelle strade o territori o qualsiasi immagine vogliamo darci. Oppure (ma non è oppositivo, quanto multiprospettivo….) coleicolui che è in grado di immaginare a partire dall’esperienza. Che sa chiedere le cose, così che le domande e le risposte costituiscano relazioni significative, che magari non c’erano prima. Oppure (idem) è coleicolui che aiuta a fissare pensieri, che te li appende su qualsiasi muro (di mattoni, di pixel, di respiri….) tu hai di fronte. Intesa così, l’azione di consulenza è impermeabile a qualsiasi crisi, perchè ce l’ha dentro, connaturata come possibilità di movimento continuo.
    E del resto questo post non è proprio un meticoloso rappresentar/si la crisi che si è?

    vittorio

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