La scuola fra debitori e creditori_2

La scuola abita il mondo. In un mondo in debito, anche la scuola, come i genitori, le famiglie, lo stato, è in debito. Non certo per scivolare nel mal comune mezzo gaudio, che tutto appiana. Vorrei partire dal post di Davide per interrogare noi stessi e avvicinarci di più alle difficoltà che come genitori, educatori, maestri, operatori, presidi, insegnanti, cittadini incontriamo nella quotidianità.

A me sembra che oggi – parlo per la mia esperienza personale, per quello che colgo nei miei contesti di vita – ognuno di noi faccia una fatica enorme a tenersi insieme e dare senso al quotidiano. Ne  hanno scritto anche in questo blog fra gli altri Luisa Sironi, Laura Papetti e Eleonora Cirant (tutte donne…). Si parlava negli anni novanta (e ancora oggi) di conciliare tempi di vita e tempi di lavoro. Fosse solo qua! Proverei a riscrivere questo fortunata intuizione con “negoziare continuamente e quotidianamente i tempi delle diverse vite e dei diversi lavori”.

Disegno infantile

Perchè mi sembra che siamo chiamati più a negoziare che a conciliare. Quest’ultimo è termine contraddittorio. Rimanda a un’autorità esterna, una forza di legge e alla possibilità di risarcire il debito pagando. Una volta per tutte mettersi d’accordo, in pace (Zanichelli).  Altrimenti guai. Oggi conciliare per me significa un processo che non finisce mai, in cui (cercare di) capire cosa tenere e cosa lasciare, a cosa dare le priorità, in quale momento, negoziandolo con chi. Conciliare quindi è un tenere insieme alcune cose, rinunciando ad altre. Essere chiamati ad un continuo processo decisionale dove i  vincoli di legge sono (per fortuna) ancora molto distanti e che dipende in parte da noi, in parte dagli altri, parecchio dalle relazioni fra noi e gli altri. Non tanto da un’autorità superiore che ci richiama ad un obbligo. Negoziamo scelte che mi sembra siano sempre parziali. Che potranno e dovranno essere rinegoziate per rinunciare a qualcos’altro. Conciliare mi sembra rimandi a un’armonia fantastica e fantasiosa, dove c’è il male ma poi dopo traversie varie il bene trionfa.

La scuola, per esempio, in questo periodo è sacrificata. La scuola è in credito con me. Non basta pagare contributo volontario, partecipare più o meno attivamente alle feste, al comitato genitori o alle  varie commissioni che animano la partecipazione dei genitori – e su cui mi piacerebbe ritornare in un prossimo post -. Ultimamente sono accaduti episodi che hanno riguardato l’attività scolastica, le scelte di singoli insegnanti e del collegio docenti con notevoli ripercussioni e reazioni di genitori, che costituivano una buona occasione per fare la fatica di entrare un po’ di più nel merito, comprendere, vederci un po’ più chiaro, rivisitare i processi decisionali, costruire ipotesi per provare a comprendere un po’ di più. Eppure  l’ho fatto solo parzialmente. Mi sono limitato a parlare con tizio o caio, ho scritto una mail suggerendo di uscire dalla contrapposizione di schieramenti che porta alla vittoria del più forte o della parte con più potere, salvo lasciare le cose immutate…; non ricorrere a leggi e norme e circolari per far valere i propri diritti…;  scrivere lettere e raccogliere firme con minaccia di adire le vie legali… Ho suggerito di imboccare una strada diversa, collegata alla ricerca e alla comprensione di quanto stava accadendo, attraverso un dialogo diretto, in cui la mail ed il capannello fuori scuola diventano uno strumento di scambio, non l’unico luogo di passaggio delle informazioni.

Ma al di là di questo non ho preso nessuna iniziativa concreta. Alla prima resistenza mi sono potuto consolare confermando la fantasia che tanto non c’era niente da fare. Mi sono girato dall’altra parte, senza sporgermi. Mi sono detto:  non ho le risorse per farlo …. non ho la voglia … né il tempo … sono limitato… Di fatto non mi sono costruito le condizioni per farlo. Ho incontrato naturali resistenze e mi sono fermato. Sono peggiore per questo? E l’insegnante che non ce la fa, che contro-reagisce, che si barrica dietro il programma, la relazione duale con l’alunno, che non vede il gruppo, che trasmette ai genitori visioni apocalittiche sul futuro dei figli senza curarsi delle conseguenze, è peggio di me? Non lo so. Ho umana comprensione e solidarietà per loro. Mi sento responsabile per non sapere che contributo dare, individualmente, in piccolo gruppo e socialmente ad un funzionamento in cui il debito, che sempre ci sarà, venga maggiormente ripartito e non ricada sulle spalle dei soliti.

Ecco che l’unico modo che oggi trovo per provare a saldare il mio debito con la scuola è quello di mettermi in discussione.

Informazioni su Vassallo&LoSchiavo

Blog-colleghi, condividiamo esperienze professionali, personali, formative con la scuola, snodo cruciale tra i tanti che caratterizzano la nostra vita. Partiamo da episodi specifici che ci succedono o che osserviamo come formatori, genitori e cittadini e attraverso un dialogo riflessivo proviamo ad ampliare il pensiero e a collocare l’”oggetto” scuola all’interno di cornici relazionali e di senso, più ampie, che ci coinvolgono nel quotidiano.
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