E’ in crisi l’Euro, l’Europa o sono in crisi i presunti europei?

Sono appena rientrato da un breve soggiorno in Spagna, e l’occasione è stata propizia oltre che per vivere in una delle città che preferisco (Barcellona) anche per analizzare un po’ la situazione economica e poter parlare e confrontarsi con gli amici spagnoli che la stanno vivendo.

In Spagna si critica la classe dirigente, politica e economica, si è persa la fiducia nel sistema bancario, la disoccupazione ha raggiunto livelli ormai critici soprattutto per chi si trova ad uscire dal mercato del lavoro con età avanzate e per i giovani che non riescono ad entrarci; l’economia, che negli ultimi anni ha puntato molto sul settore edilizio, è in completo stallo; la riduzione della spesa pubblica, da un lato sacrosanta, dall’altro sta colpendo spesso in maniera indiscriminata alcuni settori e una vasta fascia di dipendenti pubblici. La visione del futuro appare critica, soprattutto per i giovani o per chi ha figli… Insomma dopo aver parlato con qualche spagnolo e letto un po’ di stampa locale, la sensazione molto concreta è che Italia e Spagna stiano condividendo lo stesso incubo.

Proprio in questi giorni il Governo Spagnolo ha accettato l’aiuto dell’Europa quanto meno per sostenere il settore finanziario. Di fatto il paese iberico viene commissariato (ovviamente il Governo di Mariano Rajoy dice di no). La domanda chiave da farsi è se un pacchetto di sostegno per il settore finanziario sia la fine o solo l’inizio dell’assistenza alla Spagna. Dopo gli istituti di credito, anche il governo potrebbe aver bisogno di un prestito internazionale tra non molto. La differenza fra le due opzioni è fra un pacchetto di circa 100 o di 300 miliardi di euro. L’Italia è molto partecipe e interessata che la situazione spagnola vada a buon fine, non solo perché il nostro Governo si è molto impegnato come mediatore per raggiungere il prezioso accordo, ma anche perchè alcune nostre banche hanno una grande esposizione ai titoli di Stato di Madrid e anche perchè per molti aspetti (non tutti a dire il vero) i due Paesi sono molto simili. E le reazioni dei mercati di questi giorni ne sono una testimonianza.

Uno dei problemi che emergono sia dalle analisi di chi si occupa di economia, ma anche dalle riflessioni di main street, della gente della strada insomma, è che il sistema bancario appaia di fatto iper protetto, che i manager che hanno sbagliato, ora non stiano pagando, e che i soldi che gli Stati hanno a disposizione dovrebbero essere spesi in modo migliore e ridistribuiti all’interno della società.

Io penso che quello che manca ora sia una corretta visione di insieme, una forte volontà politica di vedere l’Europa come un solo sistema da tenere assieme. Siamo al centro di una crisi economica globale, non solo europea, ma quello che viene messo in dubbio è la tenuta del patto che lega i destini del nostro continente. Gli Stati devono rinunciare in parte alla loro sovranità su alcuni temi economici e politici e condividere le scelte a livello europeo. In quest’ottica quello bancario/finanziario è uno dei settori cardini e fondamentali all’interno dell’economia di mercato. Nel mondo presente non è possibile fare a meno delle banche. Certo occorre che esse siano maggiormente regolamentate e controllate, che non siano fatte crescere troppo, che sia chiara la separazione tra banche di investimento e banche che raccolgono il risparmio e fanno prestiti a famiglie e imprese. Il sistema finanziario deve sostenere e alimentare l’economia reale, ha un ruolo vitale e insostituibile.

La Commissione UE ha presentato il primo tassello dell’unione bancaria europea: nuove regole per gestire le crisi bancarie. Ogni paese dovrebbe perciò dotarsi di un fondo per la risoluzione delle crisi. E’ prevista anche la collaborazione tra autorità di supervisione nazionali. È un buon inizio, ma il traguardo è ancora molto lontano. Con i tempi di decisione dell’Europa, rischiamo di arrivarci quando l’euro non ci sarà più.

Il dibattito economico è da diversi mesi proprio centrato sul futuro dell’Eurozona. La tenuta dell’area monetaria unica, e della relativa moneta di riferimento, è messa in discussione da molti analisti. I dubbi si sono particolarmente intensificati dopo lo stallo politico avutosi in Grecia, con la mancata formazione di un Governo che potesse garantire l’adempimento degli impegni presi con la Banca centrale europea il Fondo monetario internazionale e Unione Europea. Sui mercati sono cominciate quindi a circolare voci insistenti di possibili piani per l’uscita controllata della Grecia dall’euro e per il suo successivo ritorno alla dracma. Uno scenario di questo tipo senz’altro non lascerebbe imperturbati gli altri paesi dell’area che negli ultimi tempi sono stati oggetto di forti oscillazioni nei tassi d’interesse sui titoli governativi, come l’Irlanda, il Portogallo, la Spagna e l’Italia. E’ come se una famiglia avesse un problema con un nipote e si decidesse che il modo migliore per risolvere la situazione sia escluderlo dalla famiglia…

L’Unione Europea è stata creata per evitare il ripetersi dei disastri economico finanziari degli anni Trenta che hanno portato alla Seconda Guerra Mondiale e alla distruzione fisica di mezza Europa. Oggi è venuto il momento in cui tutti i Paesi europei – ma specialmente la Germania – devono rendersi conto di quanto sono pericolosamente vicini a lasciarsi travolgere dagli stessi errori.

La strategia è che l’area euro vada verso una maggiore integrazione politica che implichi trasferimenti di risorse dalle zone economicamente floride, quali la Germania, la Finlandia, l’Austria e l’Olanda, verso quelle in difficoltà. Ovviamente questa opzione si scontra con il no, ancora una volta politico, dei paesi dell’Europa del Nord che non vogliono accollarsi i costi delle inefficienze dei paesi del Sud. Ma si tratta di una posizione  molto rischiosa… anche perchè è probabile che in caso di un’effettiva dissoluzione dell’euro gli investitori “volerebbero” via anche dalla Germania.

Occorrono misure credibili in Europa e in Italia. E’ fondamentale che che la prossima ondata speculativa o meno (può piacere o no ma la speculazione si basa sulle debolezze) dei mercati va anticipata prima che arrivi. Solo i partiti, i sindacati, la pubblica amministrazione e le imprese sussidiate, uniti solo nel frenare, sembrano pensare che la Spagna si bagni in qualche mare lontano da qui.

I politici europei dovrebbero quindi essere consapevoli di essere a bordo di un’unica nave che al momento sta imbarcando molta acqua. Il fatto che alcuni contino di avere a disposizione qualche scialuppa di salvataggio non dovrebbe far dormire loro sonni tranquilli: usare una scialuppa per affrontare il mare in tempesta non è sicuramente il mezzo più sicuro per la navigazione. Di tutto questo probabilmente la Francia di François Hollande è consapevole, il problema ora è convincere la Germania di Angela Merkel a riparare le falle prima che sia troppo tardi. Anche perché, a volerla dire tutta, dall’introduzione dell’euro la Germania ha molto guadagnato in termini di incentivi alle esportazioni, grazie al fatto che il cambio verso l’euro le è stato più favorevole rispetto al “vecchio” marco. Ciò ha creato un enorme avanzo di bilancio, che ora rende più autorevole la posizione tedesca e permette alla Germania di vendere i propri titoli di Stato con interessi bassissimi, altro aspetto positivo in uno scenario invece tragico per gli altri partner europei.

Ciò non toglie che la Germania abbia dei meriti, ad esempio le importanti riforme in campo lavorativo e fiscale fatte negli ultimi anni. Occorre quindi, anche per gli altri Paesi, accelerare l’introduzione di riforme strutturali atte a stimolare l’aumento di produttività. Le politiche per raggiungere questo scopo comprendono l’intervento monetario della Bce, un euro più debole, stimoli fiscali al nocciolo dell’economia, riduzione della spesa e investimento nelle infrastrutture alla periferia, e aumenti salariali in base alla produttività per sostenere il reddito e rilanciare i consumi. Sarà indispensabile anche che il mondo economico si interroghi su quale paradigma intenda seguire, sui costi degli apparati statali e sulle loro inefficienze, sul welfare che si potrà garantire nel futuro, sull’energia e l’ambiente, sulla politica estera… Insomma su quale idea di Europa vogliono i cittadini europei. Ma prima chiediamoci se esistano gli europei.

Informazioni su Giancarlo Ottaviani

Mi sono laureato in Economia presso l'Università Cattolica di Milano. Lavoro come consulente per gli investimenti presso la Banca di Credito Cooperativo di Carugate e Inzago. Mi interessano molto gli studi economici, in particolare lo sviluppo sostenibile in tutte le sue varie dimensioni. Adoro viaggiare, leggere, vedere serie TV.
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