Quando l’infermiera dice ‘non sono mica l’elettricista, io’

La sanità: siamo ad un bivio vero. Due anni fa ho frequentato un paio di ospedali piemontesi, oggi ancora e sempre per lo stesso motivo: nonna anziana che cade e si frattura il femore. Ora non mi dilungheró sulla situazione clinica di mia nonna, critica e difficile come sempre a quell’età, dopo la caduta e con tutti i problemi pre-esistenti. Ma vorrei spendere due parole sulla situazione che ritrovo a due anni di distanza.
Era ricoverata all’ospedale, dopo l’intervento e una degenza record di 15 giorni viene spostata in fisiatria per seguire la riabilitazione, in una struttura ristrutturata nel 2002, quindi abbastanza recentemente. 2 anni fa i tempi sono stati quelli di mia nonna: 1 mese di riabilitazione e dopo aver recuperato la deambulazione a casa con la badante.
Oggi invece: 15 giorni per grazia ricevuta in un sistema che sta subendo pesanti restrizioni. Sono diventate 3 settimane per grazia ricevuta, ma mia nonna ha a malapena ripreso la posizione seduta… Non c’è alternativa, devono arrivare altri degenti, e il reparto si è appena trasferito al primo piano di questa struttura, che dal momento della sua ristrutturazione sembra non aver avuto alcuna manutenzione. Il secondo piano diventerà un hospice.
Trovo la camera dove sta mia nonna piena zeppa di carrozzine, pannoloni, tavolini. Niente condizionamento, una finestra semi aperta, letti vecchi, tavolini in formica e plastica degli ospedali anni 70.
Il campanello non funziona, nel cuore della notte si deve attendere che l’infermiera faccia il suo giro di routine, non si può chiamare in altri momenti in caso di necessità. Scopro che succede continuamente. Chiedo se il campanello è rotto, mi risponde “non sono mica l’elettricista, io”.
Mi sembra una sintesi perfetta, meglio di qualunque altra descrizione. La vita in corsia è dura, soprattutto dove la corsia non c’è quasi piú, almeno non nell’accezione classica. Dove la presenza di infermieri o operatori sanitari è misurata, dedicata all’assistenza di base. Dove le persone si sentono sotto assedio e anche sotto accusa, propongono una reazione difensiva e non si sentono nelle possibilità di contribuire in alcun modo, se non attraverso le proprie precise mansioni, alla vita dell’ospedale.
Non incontro nessun sorriso, nessun saluto, è un reparto “tosto”, tutti anziani, allettati, ma quale reparto non è tosto …
Incontrare quegli sguardi non aiuta i parenti e chi viene in visita dall’esterno, ma non dà nemmeno conto della qualità delle cure che è alta, mia nonna migliora, lentamente certo, ma migliora. Avrebbe bisogno di riabilitazione ancora per 1 mese minimo, troppo per il sistema sanitario. Vietati anche i trasferimenti, non sono autorizzati ricoveri extra Regione, se te ne vuoi andare devi pagare tu.
Ma se vuoi rimanere devi pagare lo stesso: una casa di riposo, un’assistenza domiciliare integrata con badante, un fisioterapista privato… Qualcuno che ti garantisca una possibilità, nonostante l’età, la precarietà, l’instabilità. Le notizie della spending review confermano cambiamenti che non sono probabilmente “solo” di ordine economico, ma principalmente di ordine culturale, che incidono fortemente sul modello sanitario italiano degli ultimi 40 anni. Qualcuno è pronto o sta pensando a questo cambiamento epocale?

Informazioni su diletta76

Ho iniziato con le ricerche di mercato e i sondaggi d'opinione e ho proseguito con la ricerca sociale. Mondi diversi in cui però ho potuto fino ad ora sempre sperimentare. Questa fase è ancora più ricca, se possibile, di opportunità e novità: vedo il blog Appunti di Lavoro come uno strumento di lavoro importante, che mi consente di confrontarmi con colleghi, di proporre progetti, analisi, punti di vista. In qualche modo di contribuire per una piccola parte alla ricerca, appunto, nella complessità del mondo in cui oggi viviamo.
Questa voce è stata pubblicata in Esperienze e contrassegnata con , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a Quando l’infermiera dice ‘non sono mica l’elettricista, io’

  1. roxeli ha detto:

    Al tuo post fa un articolo che ho letto sul poliambulatorio di Emergency a Marghera che offre servizi di medicina generale, pediatria, odontoiatria, otoiatria, ostetricia e ginecologia, oculistica, medicazioni e assistenza per pratiche amministrative legate alla sanità. Su 8500 prestazioni dal 2010 e su 5 ipotetici e attesi “migranti” che accedono ai servizi dell’ambulatorio, le statistiche dicono che 1 di quei 5, in realtà è un italiano che il “devi pagare lo stesso” non se lo può permettere e così si rivolge dove c’è ancora possibilità di ricevere cure adeguate al bisogno e non alla condizione economica. Sono veramente cambi di ordine culturale (anche se la dimensione economica non mi sembra da sottovalutare) e come in tante fusioni aziendali… è una dimensione di cui non pare necessario occuparsi. Si tratterebbe di pensare ad azioni che sostengano le persone che si trovano di fronte a ribaltamenti di punti d’osservazione, che devono riconsiderare questioni che si sono considerate ovvie e che riguardano cosa ci compete come operatori, come pazienti/clienti, come parenti, come cittadini, che relazioni possiamo tessere per mantenre il senso delle cose. Credo che il modello lineare parcellizzante del “chi/fa che cosa” stia sempre più mostrando i suoi limiti e sempre di più sarà opportuno capire cosa si può fare insieme… e se l’interruttore è guasto (pur non essendo elettricisti).

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...