Luglio nero nelle patrie galere

Daniele Marchi, responsabile dell’Area Giustizia della cooperativa sociale L’Ovile di Reggio Emilia, fa il punto sulla situazione delle carceri italiane:

«5 detenuti impiccati, 3 poliziotti penitenziari suicidi con la pistola di ordinanza, 1 internato nell’Opg di Aversa ucciso dal compagno di cella (gli ha dato fuoco con la bombola del gas), 1 detenuto morto nel carcere di Siracusa dopo 25 giorni di digiuno, 1 internato nell’Opg di Barcellona Pozzo di Gotto asfissiato con il gas, altri 5 carcerati deceduti per non meglio precisate “cause naturali”…»

La fonte è il dossier Morire di carcere.
Il dossier è curato, tra gli altri, dal gruppo di Ristretti Orizzonti (www.ristretti.it) che dal 2000 “tiene il conto” delle morti nelle patrie galere (92 dall’inizio dell’anno di cui 32 suicidi). I 16 decessi elencati sono tutti avvenuti nel mese di luglio 2012. Il mese peggiore degli ultimi 12 anni.

Questa non può non essere una notizia.
Una brutta notizia. L’ennesima brutta notizia che viene da una parte di società in emergenza-ordinaria ormai da anni; un luogo che spesso sentiamo chiamare “pianeta carcere” quasi a volerlo ulteriormente distanziare (qualche anno luce) dalla quotidianità di chi è “fuori”. Ma il “dentro” ci riguarda e ci deve interessare non per compassione, ma per giustizia.

I “tecnici” pare lo sappiano.
Il ministro Severino in primis ha più volte sollecitato i “politici” della Commissione Giustizia della Camera a trovare una corsia preferenziale per quel disegno di legge sulle misure alternative alla detenzione, affidato al loro esame. Il neo capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Tamburino e il suo vice Pagano, sono persone attente. Quel che serve è una riforma strutturale dell’intero sistema penal-penitenziario con depenalizzazioni e diversificazione della risposta sanzionatoria che veda nel carcere l’extrema ratio.

Tutto questo, pur essendo un’enormità, non basterebbe.
Serve un cambio culturale nelle diverse componenti del tessuto sociale, che sappia guardare ai reati come qualcosa che riguarda, seppur in modo chiaramente diverso, tanto chi li commette, quanto chi li subisce e la comunità che li “ospita”; una cultura che vinca la tentazione  di un illusorio “buttar via la chiave”, nei fatti impraticabile, inefficace ed inefficiente; una cultura del diritto che sappia rispettare tutte le vite: anche quelle dei criminali.

Dobbiamo ridirci che è disumano.
E’ “contrario al senso di umanità” (art. 27, comma 3 Costituzione Italiana) vivere in cubi di cemento gelidi di inverno e roventi d’estate; stipati peggio dei polli in letti a castello di tre piani che riservano all’inquilino del terzo 15cm d’aria affumicata; spesso lontani dai pochi affetti rimasti; spesso ammalati nel corpo o nella mente. Dobbiamo indignarci. Questo non ha nulla a che fare con la pena perché non ha nulla a che fare col diritto. Rimane quell’abisso tra realtà penitenziaria e dettato costituzionale già denunciato dal Presidente Napolitano il luglio di un anno fa, ad un convegno organizzato dai Radicali. Abisso nel quale sono caduti 13 detenuti e 3 agenti di polizia penitenziaria in un solo mese. Il più caldo e il più triste.

Advertisements
Questa voce è stata pubblicata in Punti di vista e contrassegnata con , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...