Punti di vista: rilettura dell’esperienza di servizio civile in biblioteca

A cura di Agnese Ambiveri*

Nonostante abbia scelto tutt’altra strada per la mia vita lavorativa, ricordo con piacere e nostalgia la mia esperienza di servizio civile in biblioteca.

Durante gli studi universitari mi metto alla ricerca di un’esperienza lavorativa diversa rispetto a quelle incontrate fino a quel momento. Cerco cioè qualcosa che mi permetta non soltanto di mettere da parte qualche risparmio, ma anche di fare un’esperienza concreta e continuativa in un ambito che mi possa interessare. Ed è stato così che, tra le tante opportunità che il servizio civile offre, mi dirigo verso il settore culturale, in cui viene proposto un  lavoro in biblioteca, ambito in cui ho già avuto modo di muovermi grazie a una breve collaborazione con una associazione culturale.

Lavorare ininterrottamente per un anno tra scaffali ricolmi di polvere e libri (la polvere, irresistibilmente attratta dai volumi, fa tutt’uno con la cultura), camminare tra opere di ogni genere – dai classici ai best seller, dai manuali ai testi per bambini – in un ambiente in cui si respira e si promuove la cultura… un sogno per me, accanita lettrice fin dai primi anni di scuola. Così, ben contenta ed entusiasta di aver avuto questa magnifica possibilità, inizio il mio percorso. Inutile dire che non ne sono rimasta affatto delusa.

Ciò che più rimane nel cuore, in fondo, è ciò che non ci si aspetta. Così, sapevo che avrei trovato stimolante e insieme divertente lavorare tra e con i libri, ma non avevo pensato a quello che mi avrebbe saputo regalare il rapporto con le persone intorno a me, colleghi e utenti della biblioteca. Il mio è un piccolo paese e nel giro di poche settimane gli utenti abituali imparano a riconoscere la mia faccia, mentre io conosco il nome della maggior parte di loro, oltre che i loro gusti in fatto di lettura. Col tempo la biblioteca diventa una sorta di seconda famiglia. Mi accorgo che quel luogo, situato in un piccolo paese come il mio, diventa punto di riferimento e d’incontro per i ragazzi, che vi si ritrovano a studiare, e per gli adulti, che, tra una lettura e l’altra, bevono un caffè, sfogliano il giornale e scambiano quattro chiacchiere fra di loro e con noi.

Imparo a vedere nella figura del bibliotecario qualcosa di più del signore serio con gli occhiali che legge, consiglia e presta i libri. Vedo negli occhi degli utenti della biblioteca persone che, oltre alla sete di una buona lettura, provano il bisogno di fermarsi a scambiare due parole durante la loro passeggiata mattutina. Persone che partecipano con entusiasmo alle iniziative che la biblioteca propone perché, anche se il paese è piccolo, si sente il bisogno di momenti di svago, di intrattenimento intelligente.

Porto a termine il mio impegno pienamente soddisfatta e con un senso di successo, perché, anche se la mia esperienza in biblioteca non può continuare, ho fatto tesoro di tutto ciò che ho appreso durante l’anno, sia a livello lavorativo che personale; perché, in fondo, mi accorgo che la crescita professionale è soprattutto una crescita interiore e che aiuta a riconoscere e a valutare sia le proprie attitudini che i propri limiti per andare a sperimentarli nuovamente nel mondo.

*Agnese Ambiveri nasce 27 anni fa a Milano e cresce a Capriate San Gervasio, in provincia di Bergamo. Laureata in filosofia all’Università degli Studi di Milano, ha frequentato un master in consulenza psico-filosofica, interessandosi soprattutto al counseling applicato all’orientamento scolastico.

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