“Volevo guidare l’ambulanza”: aspettative, motivazioni e coinvolgimento in un’associazione di volontariato del soccorso

Alessia Assirelli, Martina Bottesini, Carlo Berti, Cristina Giammella, Federica Tosoni, Elena Zampiello hanno scritto il post che segue.
Il post prende spunto da una ricerca che in gruppo hanno condotto nell’ambito del corso di Psicosociologia dei gruppi e delle organizzazioni. Il corso si è tenuto tra marzo e maggio 2012, presso la Facoltà di Psicologia dell’Università Bicocca di Milano.

Introduzione

Siamo un gruppo di studenti impegnati nel conseguire la laurea specialistica presso la Facoltà di Psicologia dell’università di Milano-Bicocca. Nell’anno accademico 2011-2012, durante il corso di Psicosociologia dei gruppi e delle organizzazioni (marzo-maggio 2012), abbiamo svolto una ricerca presso un’organizzazione di volontariato, una Croce del soccorso che opera in Piemonte.

La nostra attenzione si è focalizzata fin da subito sulla figura del volontario, come persona e come attore dell’organizzazione. Le domande che hanno guidato la ricerca toccano temi quali motivazione, aspettative, cause di abbandono, influenza dei processi comunicativi. Per indagare queste tematiche abbiamo utlizzato una forma di osservazione intenzionale, e ci siamo serviti di questionari e interviste, abbiamo analizzato le comunicazioni mail, il sito web, il materiale cartaceo e on-line utilizzati. La ricerca ha previsto due osservazioni preliminari delle riunioni dei volontari, la distribuzione di questionari (cartacei e on-line) ai volontari e una serie di interviste rivolte sia i vertici dell’organizzazione, sia due volontarie che hanno smesso di prestare servizio. Al termine della fase di indagine abbiamo trascritto le interviste, riassunto e analizzato i dati raccolti mediante i questionari.

Il volontariato come oggetto di ricerca

La questione del volontariato per il soccorso ci è parsa di notevole interesse. Queste le tematiche emerse e indagate:

  • Il numero di volontari che ogni anno si iscrive al corso di formazione che permette l’ingresso nella Croce è elevato, anche a fronte di un numero sempre maggiore di Croci presenti sul territorio;
  • Cosa spinge a diventare volontari e a rimanere nell’organizzazione? Quali sono le motivazioni intrinseche ed estrinseche, che portano le persone a impegnare il proprio tempo in questo tipo di attività?
  • Quali aspettative hanno i volontari e quali sono le loro attese prima del loro ingresso e nei primi mesi all’interno dell’organizzazione? Rispecchiano la realtà?
  • Quale tipo di esperienza vivono i volontari  all’interno dell’organizzazione? Cosa la caratterizza?

I risultati della ricerca

I motivi ingresso

“Volevo guidare l’ambulanza”: dai questionari questo è uno dei principali motivi di ingresso nella Croce del soccorso piemontese che abbiamo studiato. Non solo: emerge infatti che più della metà delle persone siano spinte ad entrare nella Croce dal desiderio di aiutare il prossimo e di partecipare alle svariate attività socio-assistenziali che la Croce realizza per il territorio nel quale opera. Altre importanti motivazioni di ingresso sono la ricerca di esperienze formative nuove che permettano una crescita personale attraverso il contatto con realtà di vita diverse dalle proprie e, tra i più giovani, l’appartenenza ad un gruppo di coetanei e la possibilità di creare nuove relazioni.

Le aspettative

I volontari entrano nell’organizzazione portando con sé diverse aspettative, riguardanti l’esperienza di volontariato in generale, che è vista come un’occasione per imparare e per realizzarsi, e riguardanti le attività che potranno svolgere. Molti immaginano di lavorare sull’ambulanza o comunque nell’ambito del primo soccorso, ma spesso questa aspettativa viene delusa e i volontari si trovano a lavorare in altre aree di intervento, anche molto diverse. Il fatto che le aspettative vengano disattese all’interno dell’organizzazione non diminuisce però il valore dell’esperienza di volontariato che viene apprezzata per altri aspetti positivi.

L’esperienza del volontariato

Nello specifico, l’esperienza di volontariato nella Croce piemontese all’interno della quale abbiamo svolto l’indagine presenta aspetti positivi ed aspetti negativi.

  • L’esperienza assume valore positivo se si considera la qualità delle relazioni instaurate con gli altri volontari che, spesso, proseguono anche al di fuori dell’attività di volontariato, consolidandosi in rapporti di amicizia. Inoltre, in particolare per i volontari più giovani, l’attività all’interno dell’associazione rappresenta una opportunità di crescita personale e una vera e propria “scuola di vita”.
  • E’ invece motivo di insoddisfazione l’assenza di un’adeguata accoglienza all’ingresso dei nuovi volontari e, di conseguenza, la mancanza di informazioni chiare. Inoltre, è giudicata negativamente anche la struttura eccessivamente burocratica che talvolta impedisce o limita la realizzazione di tutti i progetti proposti dai volontari, ai quali spesso non è chiaro il processo attraverso il quale ottenere le autorizzazioni necessarie.

In generale, comunque, i volontari intervistati reputano la propria esperienza nella Croce unica e non ripetibile in associazioni differenti.

Il coinvolgimento

L’esperienza di coinvolgimento nell’attività di volontariato assume, nella nostra ricerca, una doppia faccia:

  • da una parte c’è il coinvolgimento nel proprio gruppo/componente e – poi – nell’intera organizzazione;
  • dall’altra c’è il coinvolgimento nelle specifiche attività di volontariato.

Nell’esperienza di colui che ha scelto di svolgere un’attività volontaria, entrambi gli aspetti assumono un valore particolare: un gruppo affiatato, una cerchia di persone con cui si è in rapporto di amicizia prima ancora che di lavoro, sono elementi fondamentali per dare valore all’esperienza di volontario, ed evitare la “fuga” verso ambienti più piacevoli; allo stesso modo, molti volontari ritengono necessario essere coinvolti nelle attività a loro più affini, senza essere costretti ad utilizzare il loro tempo in altre per cui non provano interesse. In assenza di una retribuzione in denaro, quindi, sembra che l’attività di volontariato richieda una sorta di contropartita in rapporti umani soddisfacenti e senso di rispondenza alle proprie aspettative dato dallo svolgere attività appassionanti per il singolo.

Il turnover

Ogni anno il numero di nuovi volontari iscritti ai corsi di formazione è molto alto, soprattutto da quando la durata dei corsi è stata ridotta da otto ad un mese: purtroppo questa disponibilità di potenziali risorse non sempre si traduce in una effettiva partecipazione alle attività. Problematiche di gruppo, aspettative disattese, cambiamenti nello stile di vita possono portare i volontari ad abbandonare la Croce. Il forte senso di aggregazione porta alla formazione di rapporti emotivi intensi, soprattutto tra i giovani: questo da un lato rafforza il coinvolgimento, ma dall’altro può rendere difficile il compito di prendere decisioni impopolari. Inoltre è emerso da questionari e interviste che i partecipanti, nel valutare le proprie aspettative, si concentrano soprattutto su attese e problemi delle specifiche attività di volontariato, escludendo qualsiasi riflessione sull’eventualità di problemi di tipo organizzativo/burocratico, mentre è proprio la struttura organizzativa “problematica, mal strutturata, confusionaria e opaca” (cit.) ad essere il primo motivo di delusione. La mancanza di feedback da parte dell’organizzazione e la “discriminazione” dovuta alla mancanza della certificazioni per poter operare in situazioni di soccorso possono essere altri fattori determinanti per l’abbandono. La maggior parte delle attività che si svolgono regolarmente, infatti, è vincolata al possesso della certificazione, o impone la presenza di almeno un volontario con questi requisiti, mentre la mancanza di risposte innesca un circolo vizioso, che porta anche i responsabili della comunicazione e i volontari più attivi a demoralizzarsi e ad impegnarsi meno nelle attività.

Conclusioni

La ricerca conoscitiva che abbiamo condotto ci ha permesso di indagare la figura del volontario da diversi punti di vista, cogliendo aspetti sia positivi che negativi, sollecitandoci a una visione più aperta di quale sia il senso del “fare volontariato” e di quale valore svolgere tale attività possa avere per il singolo e, soprattutto, la ricerca ci ha consentito di intercettare alcune problematiche che possono insorgere nello svolgere tale esperienza.

Un’organizzazione di volontariato, qual è quella che abbiamo analizzato, richiede una struttura burocratica efficiente ma che, spesso, rischia di scontentare chi vorrebbe trovarsi in un sistema più snello e informale. L’organizzazione nelle sue dimensioni strutturanti e vincolanti è necessaria per coordinare in modo efficiente un numero di persone elevato e di mezzi ed è essenziale per poter svolgere attività complesse e differenziate, garantendo servizi rispondenti sul territorio. Ma l’organizzazione e le dimensioni funzionali spesso non vengono considerate da chi “voleva solo guidare l’ambulanza”.

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Una risposta a “Volevo guidare l’ambulanza”: aspettative, motivazioni e coinvolgimento in un’associazione di volontariato del soccorso

  1. annaomodei ha detto:

    La sintesi del vostro lavoro mi ha richiamato alla mente un’analoga ricerca (svolta nel corso di psicosociologia di alcuni anni fa), che aveva coinvolto un’associazione di volontari ospedalieri. Ho trovato alcune analogia:
    – in quell’occasione, la contropartita richiesta dal volontario, che operava individualmente, era la soddisfazione di un forte bisogno di riconoscimento, il sentirsi utili agli altri.
    – Inoltre, come nel vostro racconto, poche persone si occupavano di aspetti burocratici e organizzativi, coinvolgimento reso difficile da una figura apicale autoritaria e poco incline alla delega.

    Complimenti per la ricerca e per il post!

    Grazie!
    Un saluto
    Anna

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