“Sapessi com’è strano darsi appuntamento a Milano..”: conferenza pubblica di Thich Nhat Hanh. Mindfulness e lavoro.

New York city – peace walk

 

8 settembre, Foro Bonaparte: una lunga coda attende chi, come me, ha pensato di partecipare a questo incontro speciale che si tiene all’interno del teatro Dal Verme con Thich Nhat Hanh, monaco buddista (vedi note biografiche alla fine del post), dal titolo “Non c’è una via per la pace, la pace è la via”.

Nonostante il sole e la leggera brezza che rendono Milano bella e piacevole, lo stare in coda genera i malumori e i brontolii di un mio vicino di fila, che continua a ripetere, cercando la complicità dei vicini, che siamo “i soliti italiani”,  che “non siamo capaci di organizzare un ingresso a teatro”, che “in Spagna sì che sono organizzati…”, ecc.; fortunatamente gli altri miei vicini sembrano più sereni, disponibili e nessuno alimenta il borbottio, piuttosto fastidioso e pesante, che si fa sempre più solitario fino a zittirsi (meraviglia!). Comincia proprio da lì, da quel fermarsi in pace, dallo stare serenamente in fila, un esercizio di presenza, un’occasione per ognuno di noi di praticare la consapevolezza, la mindfulness, che oggi potrà arricchirsi della testimonianza preziosa di TNH.

Qualche persona, speranzosa, percorre tutta la fila, avvicinandosi e chiedendo di rinunce, biglietti disponibili, perché purtroppo non c’è stato posto per tutti… ed anche per questo, per il fatto di essere stata tra i fortunati a partecipare alla conferenza, mi è sembrato fosse una buona cosa scrivere questo post in cui, dopo una prima parti di “appunti, dell’incontro”, proverò a collegare la pratica della Mindfulness ai contesti di lavoro.

Dopo l’esercizio del “fare la fila mindfulness”, abbastanza rapidamente, entro nel teatro che è già piuttosto pieno, silenzioso e composto, con persone di tutte le età, compresi dei bambini qua e là.  Sul palco un gruppo di monaci e monache; una di loro sta guidando, sorridendo, una meditazione cui tutte le persone già sedute stanno prendendo parte.

Quando tutti si sono sistemati, entra Thich Nhat Hanh che, dopo un paio d’interventi di benvenuto a lui dedicati (fra cui quello della vice-sindaco di Milano), inizia a parlare dell’importanza della consapevolezza (mindfulness) e della compassione.

La bellezza che trovo nel suo intervento è che è fatto di racconti, storie su cui ognuno può riflettere, aiutato dai commenti e dalle riflessioni che ci offre TNH e che lasciano ampia libertà a ciascuno di trovare la propria strada, il proprio significato.

Come spesso mi ritrovo a costatare, anche nel mio lavoro di consulente e formatrice la narrazione è uno strumento molto potente e TNH racconta belle storie.

TNH ci ricorda che il respiro consapevole aiuta a ricomporre corpo e mente, che spesso nelle nostre giornate frenetiche rischiamo considerare come due parti separate.

Quando la mente si concentra sul respiro, lascia andare presente e futuro e tutti i progetti per cui ci affanniamo: unico oggetto di attenzione è il respiro nel qui ed ora.

Insieme si genera energia collettiva di consapevolezza e se questa energia entra nel nostro corpo, ci aiuta a liberare le tensioni che si sono accumulate.

La libertà, continua TNH, è il sentimento di avere un ampio spazio dentro di noi.

Si può offrire la nostra comprensione ad altri, ma se non capiamo noi stessi non possiamo comprendere l’altro. Comprendere significa prendere dentro di noi la nostra sofferenza e questo ci rende capaci di capire/vedere la sofferenza altrui e ci può aiutare a non provare più rabbia verso l’altro o il desiderio di punirlo per qualcosa che ha fatto. Possiamo guardare l’altro con compassione e, anzichè punirlo, fare qualcosa che lo aiuti a soffrire di meno.

La meditazione può aiutare a generare bellezza e freschezza di cui godere e da donare alle altre persone. Se sappiamo come osservare la nostra rabbia, paura, abbiamo molto da offrire.

Per praticare consapevolezza non occorre essere buddisti, dice TNH, sorridendo con i suoi occhi vivaci che, grazie ad un megaschermo, riesco a vedere meglio di come potrei fare se fossi seduta vicino a lui: sono neri, bellissimi ed hanno la freschezza, la vitalità e la curiosità di quelli di un bambino.

Nel respiro, continua TNH, quando inspiriamo consapevolmente, la prima consapevolezza che abbiamo è quella di essere vivi, ed essere vivi è un miracolo; bisogna celebrare il fatto di essere vivi, quando espiriamo.

Quando siamo nel presente, possiamo prendere contatto con i tanti motivi di felicità che ci sfuggono perchè li diamo per scontati, come il poter pensare: “sono consapevole dei miei occhi, celebro i miei occhi” (due occhi in buone condizioni sono motivo di felicità); chi ha perso la vista non è in contatto con il paradiso del poter vedere.

La vita è disponibile solo nel momento presente. Voi, sollecita TNH, dovete rendere questo momento presente il momento più meraviglioso della vostra vita. Qui ed ora, nella consapevolezza, possiamo riconoscere i tanti motivi di felicità nella nostra vita: “mio caro, mia cara, sei consapevole che abbiamo tante condizioni di felicità molto più di quello che necessitiamo?”.

Le meraviglie della nostra vita sono lì a disposizione e tante volte non troviamo il tempo di entrare in contatto con loro. Anche il nostro corpo è meraviglia eppure, spesso, non avete il tempo di entrare in contatto con questa meraviglia.

Con il respiro della pratica della consapevolezza possiamo prenderci cura del nostro corpo, delle emozioni, dei nostri pensieri.

TNH ci racconta storie di vita di oggi e storie di personaggi antichi, ci racconta alcuni semplici esercizi che consiglia di praticare (semplici da raccontare, non così semplici da praticare realmente perché implicano rivedere schemi e abitudini spesso consolidate di cui siamo inconsapevolmente prigionieri).

Per imparare a vivere felicemente ogni momento dobbiamo addestrarci, altrimenti vivremo sempre in fretta.

Camminare consapevolmente dal parcheggio al luogo di lavoro, anzichè correre, ci suggerisce TNH, aiuta a tornare “a casa” nel qui ed ora. Con la consapevolezza possiamo riconoscere tutte le condizioni di felicità disponibili.

A questo punto del post, se ci siete arrivati, vi chiederete perché il sottotitolo “mindfulness e lavoro”?

Perché credo che nel nostro lavoro abbiamo tante occasioni in cui capacità di comprensione e di presenza potrebbero aiutarci a vivere meglio, a vivere meglio e più proficuamente con gli altri, a vedere il cliente, a cogliere e gestire i problemi, a ricevere ed avere fiducia nelle nostre intuizioni professionali, a produrre migliori servizi o prodotti, a generare reale innovazione.

Essere consapevoli di cosa stiamo facendo, stare in contatto con le nostre ricchezze, ci aiuta ad accorgerci di tutte le volte in cui, durante una riunione, nella discussione con un collega, nell’accudimento di un malato, nella conduzione di un gruppo di lavoro stiamo in apnea, anziché respirare. In quel respiro mancato rimangono chiuse un tante comprensioni, tante possibilità per noi, per gli altri e per noi con gli altri e per … il business, la qualità di servizio.

Non mi sembra un’opportunità trascurabile in quest’epoca d’incertezze, di crisi, per uscire dalla quale, a parere mio e di molti altri, occorre trovare nuovi modi, nuovi paradigmi, pratiche se non di uguaglianza, almeno di equità per noi e fra noi.

E’ stato semplice scegliere fra tutte le immagini disponibili in rete, la foto da inserire nel post: è così piena di energia e determinazione, e ricorda così tanto il quadro del “Quarto Stato” di Pellizza da Volpedo! Un quadro che parla di lavoro, di gente, di solidarietà, di cittadinanza, così come la foto in cui TNH è al centro del gruppo (al centro con un cappello).

Se per caso qualcuno confondesse la pratica della meditazione con un’astrazione dal mondo, un fare nulla che non produce nulla, la storia della vita di TNH e questa foto chiariscono la potenza, la generatività, la determinazione e la vitalità che, invece, questo esercizio produce. Nello slang professionale lo chiameremmo forse commitment ad indicare anche l’auspicabile convergenza di obiettivi individuali ed organizzativi. Non è proprio questo che tante organizzazioni cercano di sviluppare? In organizzazioni lavorative complesse in cui sempre più si invoca la necessità di una responsabilità diffusa (purtroppo a volte in modo un po’ opportunistico e manipolativo), di una leadership partecipata, ove “un uomo solo al comando” mostra evidenti segni di fatica e inadeguatezza, non potrebbe essere di grande aiuto e coerenza la pratica della Mindfulness?

Riprenderò, in un prossimo post, come la pratica meditativa, favorisca inoltre lo sviluppo di connessioni neuronali che, fra l’altro, costruiscono collegamenti fra l’emisfero destro e sinistro del nostro cervello integrando e potenziando le competenze specialistiche delle due parti.

Non era mia ambizione riportare in modo esaustivo l’intervento di TNH , ma solo un’ultima cosa mi sembra preziosa da condividere.

In chiusura TNH ci consiglia di portare tre foglietti con noi (per esempio, nel portafogli), per ricordarci che cosa fare nei casi in cui ci si trovi in situazioni di sofferenza e per aiutarci a chiedere aiuto.

Sono tre mantra che ci aiutano a rivolgerci all’altro, magari in un’occasione in cui proprio quella persona ci ha fatto soffrire (anche nel lavoro questo può succedere); se non si è abbastanza calmi per parlarne, TNH consiglia di scrivere questi frasi a lui/a lei:

  1. “mio caro, mia cara, sto soffrendo” – l’importanza di poter pensare di rivolgersi ad un altro dicendo: sto soffrendo, sono in difficoltà e voglio che tu lo sappia; abbiamo bisogno reciproco gli uni degli altri
  2.  “mio caro, mia cara, sto facendo del mio meglio” – sto praticando la consapevolezza del respiro (camminando consapevolmente, bevendo il mio caffè consapevolmente…) e se grazie a questo, scopro di essere vittima di una percezione erronea, sono libero
  3. ”mio caro, mia cara, per favore aiutami” – non sono sicuro di poter avere successo e quindi ho bisogno di aiuto.

Secondo questa pratica, quando vi arrabbiate non affannatevi, non dibattetevi, provate a non fare nulla: la consapevolezza vi aiuta a guardare nella vostra rabbia,  dice TNH.

Infine, dopo aver raccontato di altri passaggi utili, TNH, sorride e consiglia un ultimo mantra (il mio preferito) che può servirci sia nel caso in cui l’altro ci abbia accolto e confortato, sia nel caso in cui ci abbia detto che non capiamo proprio niente:

  • “mio caro, mia cara, questa è solo metà della verità”

Concludo augurando buona pace, nella vita e nel lavoro, a tutti noi.

Rossella Elisio

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Note biografiche.

Thich Nhat Hanh è (dal sito http://www.esserepace.org/ ) “un monaco zen vietnamita, poeta e costruttore di pace. E’ oggi una delle figure più rappresentative del buddhismo nel mondo….. Nel 1964, durante la guerra, ha dato vita a uno dei più significativi movimenti di azione nonviolenta del secolo. Insieme a un gruppo di professori e studenti universitari, ha fondato la Scuola dei Giovani per il Servizio Sociale (divenuta famosa come Piccoli Corpi di Pace): gruppi di laici e monaci che si recavano nelle campagne per creare scuole, ospedali e per ricostruire i villaggi bombardati, subendo attacchi da entrambi i contendenti, che li ritenevano alleati del proprio nemico.

Nel 1967, mentre si trovava negli Stati Uniti, è stato candidato al Nobel per la pace da Martin Luther King, che dopo averlo incontrato ha preso posizione pubblicamente contro la guerra in Vietnam.

…. Ogni anno conduce in tutto il mondo ritiri ai quali partecipano migliaia di persone. Ha guidato ritiri speciali per reduci americani della guerra nel Vietnam, per parlamentari statunitensi, per psicoterapeuti, per artisti, per attivisti ambientalisti e per gruppi di praticanti israeliani e palestinesi…”.

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5 risposte a “Sapessi com’è strano darsi appuntamento a Milano..”: conferenza pubblica di Thich Nhat Hanh. Mindfulness e lavoro.

  1. Eleonora Cirant ha detto:

    rigo per rigo condivido. Il mio vissuto è … più facile a dirsi che a farsi. Soprattutto in certi momenti in cui il respiro accelera a razzo, pompa sangue al cervello, e il diaframma sembra lo stantuffo di una locomotiva a vapore. E tu sei lì che guardi (ah, l’osservatore-trice esterno-a, quant’è bello a mamma sua) e dici: ma dove accidenti è finita tutta la mia competenza yogica? Ogni microfibrilla si impegna ad abbassare quel diavolo di un diaframma, poi il resto verrà da sé, dici. Intanto gli eventi precipitano, gli altri che stanno vicino ti guardano e aspettano una risposta. Sì, quella giusta potrebbe essere proprio questa: “scusate siccome mi sto inkazzando ai massimi livelli ho bisogno di qualche minuto per riportare il respiro piani bassi” Ogni scusa per dilazionare va bene, dopo si vedrà.

    • roxeli ha detto:

      Come non identificarsi nei passaggi che racconta Eleonora?! Verrebbe da dire che anche l’osservatore/trice è umana e che fonte di osservazione e comprensione sono anche le emozioni che la situazione gli suscita. Quando succede a me (e succcede parecchio), provo a respirare e questo mi concede una doppia possibilità:
      – riprendere la calma ed il bandolo della matassa (citando Eleonora: “gli altri ti guardano e aspettano una risposta”)
      – vedendo che il respiro non basta a disperdere le nebbie, provare un po’ di compassione anche per me e interrogarmi sul perchè mi sta montando quell’emozione e pensare che forse la stessa cosa stia succedendo anche agli altri; in questa visione più collettiva, ho visto che spesso si aprono delle possibilità anche di poter verbalizzare ciò che sta succedendo e consentire di trattare ciò che altrimenti rischia di diventare implicito o indicibile e … provare a tirare tutti un respiro! (citando Eleonora: “dove accidenti è finita la mia competenza yogica”)
      In attesa che “il respiro” diventi un’app dell’I-phone, da applicare come una bacchetta magica infallibile… bisogna che ci arrangiamo così.

  2. Pingback: Rossella Elisio, ospite della settimana 39/2012 « Mainograz

  3. roxeli ha detto:

    Cara Marina, condivido: bastano piccole cose, piccoli gesti che hanno la potenza di riportarci al presente alleggerendoci di tanti inutili impicci e pasticci di cui a volte di carichiamo e a godere di piccole grandi cose che rischiamo di perderci perchè siamo “distratti”. Oggi ho incontrato una piccola bambina sul passeggino che aveva appena imparato a dire ciao e ne era così felice che continuava ad “esercitarsi”, come in un mantra. “Fare ciao con la manina” era il suo assoluto esercizio mindfulness che ha voluto condividere con me!! Pensa come potrebbe migliorare l’efficacia di alcune riunioni se si potessero aprire con un minuto di mindfulness prima di iniziare!!?
    Rossella

  4. marinamariani ha detto:

    Leggendolo in queste prime ore mattinali incontro alcune pratiche di Osho e Dalai Lama un tassello che si apre alla personale elaborazione del sacro. Che per ora inizia con il masticare consapevolmente 32 volte per offrire al cibo la possibilità di trasformarsi in lobo alimentare molto efficace nel trasmettere energia. La consapevolezza un cammino: questo è il mio primo passo

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