Cambiando ciclo d’istruzione_1. Il tempo passa e le scuole superiori non sono le scuole medie

 

Il titolo del post contiene in sé due ovvietà:

  • naturale, il tempo passa
  • certo, le scuole medie (oggi scuole secondarie di primo grado) sono altra cosa rispetto alle scuole superiori (oggi scuole secondarie di secondo grado), vi è una differenza terminologica ed ontologica difficile da non cogliere.

Si tratta di due banalità, per così dire, che non mi sarei mai sognato di mettere in discussione… fino all’inizio di quest’anno scolastico.

Per l’ottavo anno di seguito, sono l’educatore che accompagna E. (ragazzo con tetraparesi spastica) nell’avventura quotidiana tra i meandri scolastici.

Cercando di evitare di incappare in troppe buche e vicoli ciechi, avventura dopo avventura, siamo arrivati alla prima classe della scuola  superiore, pardon, della scuola secondaria di secondo grado.

Ecco la prima nota dolente (per chi scrive): tra i nuovi compagni intravvedo una ragazzina dai lineamenti famigliari.

Il primo appello mi toglie ogni dubbio: è proprio la figlia di due vecchi amici.

La ricordo appena nata e la ritrovo quasi più alta di me.

Come passa il tempo!

Mi ricordo le partite a tennis con suo padre, a quell’epoca giocava ancora il buon Miloslav Mecir, tennista ceco (dell’allora Cecoslovacchia) cui venivo paragonato dai compagni per il gioco estremamente estroso, i colpi a due mani, il servizio da signorina e l’assoluta inconcludenza…

Mentre, mentalmente, paragono lo stato fisico di allora con i mal di schiena odierni, lo svolgersi dell’attività scolastica mi riporta alla concentrazione sul compito per il quale sono incaricato.

La scuola a volte fa miracoli.

Con il passare delle ore e dei primi giorni, mi accorgo che la scuola superiore è esattamente identica a quella che lasciai, con poco merito, vent’anni fa.

Buone vecchie lezioni cattedratiche e frontali!

Caro libro di testo!

Rassegnatevi, nativi digitali, la tanto amata carta non potrà mai essere soppiantata dalle nuove tecnologie (alla faccia della scuola digitale del Ministro Profumo)!

Vero, il tempo passa ma, per fortuna, la scuola offre delle certezze:  la professoressa di latino che, il primo giorno di scuola, favorisce l’ambientazione dei ragazzi di prima nella nuova realtà iniziando a ripassare l’analisi logica, quella prof. è viva e lotta insieme a noi…

«Eh sai, le scuole superiori non sono le scuole medie…» se siete educatori e accompagnate un ragazzo con disabilità grave nelle scuole secondarie di secondo grado questo sarà il commento che sentirete più spesso, nei primi giorni di scuola.

Professori di sostegno e curriculari vi chiederanno, per sincera curiosità, il pregresso scolastico del ragazzo e, sentendovi narrare e riportare una storia di integrazione tutto sommato positiva, si premureranno di evitarvi cocenti delusioni: non illudetevi, le superiori sono altra cosa…

In Italia, è stato rilevato da più parti, iniziamo il ciclo di studi con ottime prassi integrative, alle scuole primarie, cominciamo a denunciare qualche falla nel sistema con le secondarie di primo grado e naufraghiamo, nella maggior parte dei casi, alle secondarie di secondo grado.

Certo è un problema di risorse: gli insegnanti di sostegno delle superiori sono pochi, le Provincie (le quali sarebbero competenti nel “fornire” educatori ed assistenti alla comunicazione come da legge 104/92) sono in altre faccende affacendate o attendono con rassegnazione soppressioni e accorpamenti…

Ma è solo un problema di risorse?

L’affermazione che mi viene più volte ripetuta (le scuole superiori non sono le scuole medie…) palesa piuttosto una mancanza di cultura, di cultura dell’integrazione e di cultura educativa in genere.

E’ un’affermazione che racchiude in sé numerosi sottointesi:

  1. fino alle scuole medie è lecito prendersi cura di tutti, alle superiori no, non c’è questa possibilità
  2. ora si fa sul serio, il gioco si fa duro e solo i duri possono giocare (per chi non ce la fa ci sono le secondarie di serie B: tecniche e professionali; per i disabili intellettivi ci sono i centri appositi)
  3. le scuole superiori preparano al lavoro o all’università, chi non andrà a lavorare e non potrà frequentare l’università cosa ci fa alla secondaria di secondo grado?

All’ennesimo commento «Eh sai, le scuole superiori non sono le scuole medie…» chiedo, con fare fintamente ingenuo «Perché? In cosa sarebbero differenti?».

Il prof. mi guarda un po’ sospettoso «Bè, vedi, alle superiori i professori pensano ad insegnare…».

Già, è vero, alle scuole medie abbiamo giocato a dadi tutto il tempo…

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Informazioni su Vassallo&LoSchiavo

Blog-colleghi, condividiamo esperienze professionali, personali, formative con la scuola, snodo cruciale tra i tanti che caratterizzano la nostra vita. Partiamo da episodi specifici che ci succedono o che osserviamo come formatori, genitori e cittadini e attraverso un dialogo riflessivo proviamo ad ampliare il pensiero e a collocare l’”oggetto” scuola all’interno di cornici relazionali e di senso, più ampie, che ci coinvolgono nel quotidiano.
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2 risposte a Cambiando ciclo d’istruzione_1. Il tempo passa e le scuole superiori non sono le scuole medie

  1. ovittorio ha detto:

    Evidenziate bene un elemento di normalità: la scuola superiore è un passaggio, speculare alla scuola elementare, di cui ripete lo schema ‘5 anni dopo 3 anni’, ma ne accentua l’enfasi selettiva, anche se permane, come ben evidenziate, l’idea che dopo aver giocato per tre anni, adesso si sta seduti e si inizia a studiare. Dico ‘normalità’ per dire ‘scontato’, ‘ovvio’…un pensiero ed una valutazione automatici, comuni alla maggior parte delle persone, rispetto a cui la presenza del giovane con disabilità non fa che da rafforzativo. E’ evidente che lui o lei non ce la possano fare, come è evidente che tanti altri non ce la possono fare. Non si impegnano. Ma forse non ci ‘arrivano’…E’ come se si chiudesse un cerchio di conferma. Ed allora viene quasi da pensare che il giovane con disabilità ‘serva’ a questa scuola, per vedere confermata ogni giorno una prassi istituzionale che si fonda sul fallimento, sull’insensatezza dei rituali e del gioco delle parti.
    E quali possono essere allora, le qualità per cavarsela?
    grazie del post!
    vittorio

  2. roxeli ha detto:

    Grazie di questo post che fa riflettere sulla disabilità.. ma non quella di E., ma quella della scuola che in tante occasioni sfugge al suo scopo primario (per distrazione o per proposito) che è prima di tutto educare ad un vivere insieme, facilitare l’apprendimento, includere, valorizzare le diversità… non è “chi c’è, c’è”, non si può ridurre tutto ad un riempire ragazzi/vasi di matematica, latino, storia, filosofia, scienze e chi più ne ha più ne metta… questo dovrebbe essere solo parte di un’azione combinata di interventi che li porti a saper vivere insieme in un mondo che sia occasione per tutti di dare il proprio meglio, secondo possibilità.

    Riprendo il riferimento del post ai “nativi digitali” che potrebbe essere un vero territorio di scambio, di incontro generativo fra competenze ed esperienze diverse:
    – sul versante “tecnologia” i ragazzi sono preparatissimi, non hanno paura, sperimentano strumenti (cellulari, smartphone, computer, …) e contesti (social network, software, canali internet)
    – sul versante del metodo, della materia specifica, dei collegamenti ad altre materie, sul senso delli’imparare, i docenti avrebbero tanto da dire e, nello scambio, potrebbero sorprendersi nel trovare con sè degli studenti interessati ad ascoltarli.

    Rossella E.

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