Il volontariato: una bella realtà complicata

Laura Antonucci, Davide Cappio, Eleonora Cascione, Leonardo Blaes

Laura Antonucci, Leonardo Blaes, Davide Cappio e Eleonora Cascione sono gli autori del post che segue. Prendendo spunto da una ricerca condotta con altri colleghi nell’ambito del corso di Psicosociologia dei gruppi e delle organizzazioni, frequentato presso la Facoltà di Psicologia dell’Università Bicocca di Milano da marzo a maggio 2012, hanno sintetizzato alcuni aspetti che caratterizzano le attività di volontariato presso un’associazione del soccorso che opera a Brescia.

Ambivalenze…

Il volontariato è un’attività che conosciamo e che alcuni di noi hanno vissuto in prima persona. L’esperienza di volontariato che abbiamo avvicinato per realizzare una ricerca conoscitiva è una esperienza bella e… controversa: da un lato ti avvicina agli altri e ti arricchisce sotto molti aspetti, ma dall’altro lato ti richiede impegno, dedizione e “ti prosciuga”, per usare l’espressione di una persona intervistata.

Servendoci di interviste, questionari e osservazioni abbiamo potuto raccogliere dati utili per il nostro progetto. Tra questi, ciò che ci ha affascinato maggiormente è la pluralità di ambivalenze che vive il volontario.

Prima di procedere, vorremmo chiarire cosa intendiamo con il termine “ambivalenza” prendendo spunto da ciò che cita Wikipedia: “Per ambivalenza si intende la compresenza di emozioni sia positive che negative nei confronti di uno stesso oggetto, di una stessa persona o la stessa idea, ma anche lo stato di chi presenta pensieri e azioni che si contraddicono a vicenda, come nel caso di sentimenti di amoreodio per qualcuno o qualcosa. Il termine deriva dalla combinazione delle parole latine ambi (entrambi) e valentia (forza, capacità).”

Un insieme di forze quindi, che agiscono sull’individuo. Forze positive e forze negative, forze che lo avvicinano e forze che lo allontanano. E il volontario è lì, in mezzo, in balìa di questo “tira e molla” con la mente lucida, reattiva e pronta all’emergenza.

… in tre macro-categorie

Abbiamo raggruppato le ambivalenze che abbiamo rilevato in tre macro-aree: sviluppo individuale, rapporti interpersonali e questioni tecnico-logistiche.

1. Sviluppo individuale

Dedicandosi ad attività di volontariato si va incontro a una serie di emozioni, esperienze, aspettative ed energie. Il denominatore comune per le persone che entrano a far parte di questo mondo è l’inevitabile processo di evoluzione personale che si intraprende. Vissuto, nel bene e nel male, come un’esperienza unica: che richiede tante energie, ma che a sua volta ne restituisce di nuove. Alla cui base c’è una spinta motivazionale che fa sì che i volontari inizino e proseguano questa attività.

Questa energia è capace di scatenare emozioni contrapposte. Da un lato si sente che il proprio operato è importante per la riuscita e la sopravvivenza dell’associazione, dall’altro lato c’è la voglia di dedicarsi allo sviluppo delle risorse personali. Per cui emerge il desiderio di abbandonare l’organizzazione, accompagnato spesso dal possibile senso di colpa che ne scaturisce.

I volontari sono persone comuni. Hanno una famiglia, un lavoro e interessi personali che richiedono altrettanto impegno e dedizione, ed è con questo che devono fare i conti; devono domandarsi quanto tempo abbiano da offrire. Questo è un punto che fa emergere principalmente due atteggiamenti. Vi sono coloro che vivono questa esperienza in modo consapevole, come una presa di responsabilità che vogliono affrontare perché decidono di fare qualcosa di utile che gli permette di realizzarsi a livello personale. E vi sono coloro che durante le attività si rigenerano dalla spossatezza della giornata appena trascorsa, che vivono il tempo che dedicano come un’occasione di svago dagli impegni e dalle preoccupazioni quotidiane. In entrambi i casi è un cammino nel quale la parte più difficile è fare il primo passo per uscire di casa, che una volta superato si trasforma in un sentiero in discesa ripagato dalle soddisfazioni che si ricevono.

Inoltre, una delle particolarità che abbiamo riscontrato nella realtà da noi indagata è la massiccia presenza di volontari giovani, per lo più studenti. Questo ci ha fatto riflettere ancora una volta sul gioco di forze che si crea all’interno dell’associazione; su come essi abbiano più energie da dedicare, ma che, in alcuni casi, non abbiano ancora maturato sufficiente esperienza per gestire la complessità delle situazioni. Inoltre, i giovani volontari vanno inevitabilmente incontro a situazioni ed esperienze tipiche di una fase evolutiva, che li porteranno ad assumersi sempre più impegni legati alla sfera personale, con l’effetto di trovarsi costretti a ridimensionare le attività che svolgono nel sociale. Avere giovani volontari garantisce impegno e motivazione, ma spesso solo per brevi periodi.

2. Rapporti interpersonali

Considerando le relazioni interpersonali, è utile distinguere i due principali tipi di interazioni che abbiamo notato crearsi nell’organizzazione di volontariato che abbiamo conosciuto: l’interazione tra volontari e quella tra volontari e individui esterni all’associazione.

All’interno dell’associazione di volontariato si assiste alla formazione di legami stretti, di collaborazione e di amicizia. Quali sono gli ingredienti coinvolti in questo processo?

  • Tempo trascorso insieme durante le attività di formazione, organizzazione e svolgimento dei compiti specifici di volontariato.
  • Coinvolgimento, tale da avere la sensazione di trovarsi in una ‘famiglia’.
  • Condivisione di valori, passioni ed esperienze uniche.
  • Creazione di rituali, tipi di ‘sense of humour’, espressioni e modalità comunicative peculiari.

Rivolgendo invece l’attenzione ai rapporti con soggetti esterni, prendendo come esempio l’associazione del soccorso realtà da noi studiata, si possono individuare vari tipi di soggetti con cui i volontari si relazionano.

Il soggetto che riceve il soccorso è ovviamente il primo da annoverare per importanza, ma anche il contatto con i relativi famigliari e amici risulta essere delicato, specialmente nelle situazioni più gravi. Inoltre i soccorritori interagiscono e collaborano con altre figure professionali legate all’aiuto, quali il personale specializzato e le forze dell’ordine in occasione di incidenti stradali o altre emergenze.

Inevitabilmente, la realtà del volontariato porta a molteplici occasioni di relazione con soggetti che divergono per età, professione, grado di istruzione e classe sociale. si possono quindi individuare delle conseguenze dovute al particolare tipo di vita sociale a cui si partecipa:

  • Aumento delle capacità relazionali in situazioni specifiche e con vari tipi di individui.
  • Creazione di forti legami di amicizia e intimità.
  • Nascita e fine di relazioni sentimentali tra volontari.
  • Condivisione tra volontari di esperienze uniche e speciali difficilmente comunicabili a chi non è coinvolto in prima persona. Citando Garfinkel (Studies in Ethnomethodology, 1967) si creano delle vere e proprie “province di significato”.

3. Questioni tecnico-logistiche

Nel volontariato non esistono solo elementi riferibili alla sfera sociale e individuale, al contrario vi sono dimensioni inerenti aspetti di produzione di servizi, di gestione di strumentazioni, di funzionamento operativo. Le associazioni di volontariato infatti sono e organizzazioni a tutti gli effetti, caratterizzate da proprie questioni tecniche e logistiche; sono insiemi di persone che mettono in comune risorse per la produzione di servizi o di beni materiali/culturali. Dunque gli obiettivi e il sistema d’azione si fondono costantemente con il sistema sociale analizzato precedentemente, questo tipo di coesione può essere influenzata da diversi fattori tra cui:

  • Carenza e assenteismo volontari. Un numero non sufficiente di volontari crea un sovraccarico di lavoro e a volte implica sostituzioni e doppi turni quasi forzati.
  • Gerarchia e potere. In alcune situazioni si assiste a problemi di legittimazione del potere e a litigi che terminano con l’abbandono o esodo verso altre associazioni affini.
  • Mentalità e approccio. All’interno della stessa organizzazione vi sono volontari molto responsabili che collaborano con altri meno disciplinati e costanti. Queste differenze danno vita ad una cultura collettiva piuttosto frammentata e non sempre capace di assicurare standard produttivi.
  • Convivenza tra professionisti e volontari. Esistono associazioni ibride, in cui lo stesso compito viene svolto da lavoratori stipendiati e volontari. La realtà da noi studiata è abbastanza emblematica. Nonostante alcuni volontari siano diventati nel tempo lavoratori assunti, è stata riscontrata una segregazione fin troppo netta tra i due gruppi che si traduce in una scarsa collaborazione reciproca.

Volontariato: una non semplice bella esperienza

La ricerca ci ha consentito di verificare come l’attività di volontariato produce risultati, mettendo in accordo persone, esigenze e risorse diverse, e indirizzandole verso direzione convergente. Ogni singolo volontario ha ritorni soggettivi differenti, in generale riceve gratificazioni dal lavoro di squadra (nel piccolo gruppo) e dall’attività prosociale che svolge nei confronti di persone bisognose di aiuto.

La presenza di ambivalenze sembra produrre un duplice effetto: da un lato caratterizza le attività quotidiane e dall’altro può creare delle difficoltà ai volontari nello svolgimento delle attività associative.

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2 risposte a Il volontariato: una bella realtà complicata

  1. Pingback: Il volontariato: una bella realtà complicata | da Appunti di lavoro « POLITICHE SOCIALI e SERVIZI

  2. diletta76 ha detto:

    Rivedo la mia esperienza di volontariato: a 17 anni, in Sacra Famiglia, con il piccolo gruppo di amici. Mi colpiva “l’essere buttati nella mischia” e un pò mi spaventava: c’erano tante persone ricoverate (oggi diremmo “ospiti”), era l’inizio degli anni 90, fare volontariato era un’esperienza estrema, in più lo facevamo di domenica, partendo in treno da Domodossola verso la metropoli. Ogni volta era un viaggio epico. Non ho resistito tanto, era dura così da soli, spesso a vagare per le strade della struttura/villaggio, allo sbaraglio. Molte cose sono cambiate, sicuramente, ma nel bene e nel male resta molto di quella esperienza. Forse è rimasto un pò nel lavoro che faccio, rispetto a quello che ho visto e vissuto. Mi ritrovo molto in questa analisi che riportate fatta ai giorni nostri. Anche per come negli ultimi anni mi sono occupata di volontariato (v. http://books.google.it/books?id=9y68l_QSbmsC&pg=PA34&lpg=PA34&dq=il+volontariato+welfare+lombardo&source=bl&ots=ur1SrfUHTP&sig=e7cI4CZwZi8F8ymxRR39voJex5U&hl=it&sa=X&ei=koOKUNGHNo334QTzooGYBg&ved=0CDMQ6AEwAw#v=onepage&q=il%20volontariato%20welfare%20lombardo&f=false). Volevo inoltre segnalarvi anche questa riflessione: http://www.lombardiasociale.it/2012/10/24/le-questioni-che-interrogano-oggi-il-mondo-del-volontariato/?utm_medium=twitter&utm_source=twitterfeed

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