A scuola in ospedale: possibile, ma non facile.

L’idea di scrivere questo post a più mani nasce da un’esperienza vissuta nell’ambito del corso di Psicosociologia dei gruppi e delle organizzazioni, di cui si è già parlato ampiamente in una catena di post (Unizombie: U1, U2, U3, U4, U5 , U6). Uno dei gruppi di lavoro nato in questo contesto è il gruppo Piano B, composto da: Florencia Acera, Alice Aliprandi, Claudia Amante, Mattia Capuano, Elisa Frangi, Nicola Locatelli, Alessandra Sacino, Michael Schepisi, Federica Tangari e Giulia Villa.

Piano B: Federica Tangari, Nicola Locatelli, Micheal Schepisi, Mattia Capuano, Alice Aliprandi, Florencia Acera, Alessandra Sacino, Giulia Villa, Elisa Frangi, Claudia Amante.

Durante il percorso di ricerca, svolto in una scuola milanese, il gruppo di ricerca si è imbattuto nell’interessante e peculiare progetto didattico sviluppato dal “nostro” istituto comprensivo: una sede didattica distaccata all’interno del reparto di pediatria di un importante ospedale della città.

A scuola… (in ospedale)

“Cosa credete che sia, una maestra con la matita rossa in mano?”

Il primo tema emerso è la rappresentazione di ciò che si incontra entrando in questo nuovo ambiente: quando si parla di scuola ci viene in mente una grande lavagna nera, banchi, grembiuli e magari anche un’insegnante dallo sguardo severo. Quando si parla di ospedale ci viene in mente un luogo grigio, triste e pieno di sofferenza.

Molti di noi si aspettavano di entrare in una tipica aula scolastica con i piccoli degenti seduti ai banchi con le loro camicie da notte e il sostegno della flebo a fianco, attenti ad ascoltare una maestra intenta a spiegare tabelline e tempi verbali.

E invece?

Entrati in ospedale, siamo stati accolti dalla responsabile e da un animatore travestito da personaggio dei cartoni animati, in compagnia dei quali abbiamo salutato i bambini durante la visita al reparto. Entrare nelle loro stanze ha consentito di “smontare” la nostra rappresentazione: abbiamo trovato una scrivania in ogni stanza e una sala adibita alle attività educative. Quest’ultima, stracolma di giochi, decorata con i disegni dei bambini, permetteva di accedere al computer e alla rete e a un piccolo laboratorio, l’angolo della scienza.

L’ambiente fisico e quello psicologico sembravano plasmarsi a vicenda: un reparto incorniciato in colori tenui e allegri insieme ad arredi a misura di bambino sembravano combattere le difficoltà della degenza e il senso di estraneità rispetto all’ambiente circostante e alla condizione di malato.

Non esiste un orario delle lezioni: i docenti lavorano fianco a fianco con i degenti per produrre dei progetti formativi personalizzati, che non stanchino i bambini e siano adeguati alla loro condizione di salute. I lavori prediletti vanno dalla scrittura di poesie, al disegno, a semplici esperimenti scientifici.

Quali difficoltà?

Uno dei problemi principali con i quali l’istituto comprensivo si trova a fare i conti e che è presente un po’ in tutto il sistema scolastico italiano, è la sconnessione tra la vita reale e la formazione: la preparazione degli insegnanti e degli studenti è fin troppo orientata verso l’acquisizione delle nozioni, invece che di un metodo di studio adeguato e funzionale. E se questo tipo d’insegnamento risulta inadatto a studenti in condizioni usuali, ciò è ancora più evidente per gli studenti che si trovano a dover stare in ospedale.

Ad ulteriore riprova di ciò, nel progetto scolastico in ospedale gli insegnanti vengono assegnati in base ad una graduatoria che non tiene conto della naturale predisposizione al lavoro in un ambiente molto particolare quale quello di un reparto pediatrico.

In uno dei passaggi dell’intervista si lamenta l’incongruenza fra le necessità degli utenti e i desideri e le abitudini di lavoro dei docenti assegnati. Spesso infatti  si manifesta un sintomo di questa sconnessione, i docenti hanno difficoltà ad entrare nel nuovo contesto e ad adattare il proprio comportamento alle necessità specifiche della condizione di paziente, oppure “vogliono trasmettere contenuti a tutti i costi” senza la dovuta flessibilità in una situazione di questo tipo. Essi non ridefiniscono il proprio ruolo come mediatori che devono affascinare, gratificare e aiutare (ad imparare) il cliente (paziente e familiari), a cui restituire un senso di normalità, lottando contro la malattia.

Medicina e istruzione, tempi e modi diversi

Oltre alla definizione del ruolo dell’insegnante, un aspetto di peculiarità risiede nei rapporti tra il personale medico e quello docente: ad entrambi serve sensibilità, occorre che gli insegnanti sappiano “il giusto” di ogni paziente per potergli offrire il miglior programma possibile. Da questo segue che i medici possono cogliere importanti indizi diagnostici dal lavoro degli insegnanti e possono affiancarsi a loro per avvicinare il paziente con più umanità e conoscerlo anche come persona e non solo come cartella clinica. Ovviamente poi gli insegnanti non devono dimenticare quali sono le priorità di un paziente pediatrico.

Genitori & co.

Un ulteriore punto critico riguarda l’alleanza terapeutica creata dalle persone vicine al bambino, parliamo di genitori, nonni e zii, tutti coloro che hanno come interesse primario il suo benessere psicofisico. La costruzione di questa alleanza è permeata dalla difficoltà di integrazione della figura del genitore o del parente nei momenti didattici; sono all’ordine del giorno casi di genitori che soffrono di una difficoltà comprensibile nell’affidarsi al servizio scolastico per paura di affaticare il proprio figlio o viceversa casi di genitori che sono estremamente proattivi e spingono calorosamente i figli a partecipare alle attività sin da subito. Generalmente questa condizione iniziale viene poi a smorzarsi e, come vedremo dagli elementi di successo, i genitori vengono aiutati dai docenti a comprendere i benefici del servizio e a decidere di usufruirne secondo le loro necessità e le necessità del piccolo degente.

Elementi di successo

Gli elementi di successo non mancano in questa iniziativa: a livello basilare il primo importante successo è quello di poter fornire un certificato di frequenza che consenta al degente di non perdere il ritmo degli studi. Una riprova di questo successo è il progetto di ampliamento alle classi di età più elevata delle scuole secondarie inferiori.

Un secondo punto da sottolineare è la grande ramificazione sul territorio del progetto che, attraverso il volontariato, propone diverse iniziative tra le quali: sedute di arti terapia, letture in locali pubblici di poesie scritte dai bambini e concerti di violino a beneficio dei piccoli ricoverati. Di grande rilievo sono anche le collaborazioni con alcune sezioni di istituti scolastici superiori ed università per attività ludiche ed educative a favore dei bambini.

Attorno al bambino viene a crearsi una rete di relazioni che gli consentono di conoscere nuove persone, fare nuove esperienze, riuscendo, forse, a dimenticare per un attimo la loro malattia.

Anche la solidarietà tra famiglie è uno dei successi di questo progetto; i canali di comunicazione e di mutuo aiuto tra docenti e famiglie restano aperti anche dopo la dimissione del bambino e vengono a formarsi relazioni amicali che si mantengono nel tempo.

Conclusioni

Molte persone hanno persino paura ad entrare in un ospedale, da quanto questa terrificante immagine è profondamente radicata, e quando a questo si aggiunge il fatto che si tratta di un reparto di bambini, il disagio cresce enormemente. Di fatto queste sono solo rappresentazioni ma, come noi abbiamo avuto modo di sperimentare, spesso la realtà può discostarsene enormemente. Ugualmente esse sono tanto importanti e tanto reali da modificare i comportamenti (basti pensare che alcuni membri del nostro gruppo hanno preferito non visitare il reparto di persona).

Quando l’insegnate arriva in questa particolare scuola in ospedale, vi arriva con tutto il suo bagaglio di conoscenze, esperienze e rappresentazioni; alcuni, ad esempio, cercano a tutti i costi di riportare la loro familiare e rassicurante esperienza di insegnate di scuola all’interno di quel contesto, con un’innaturale forzatura che, come abbiamo visto, è controproducente.

Sarebbe importante poter selezionare per questo ruolo così particolare insegnanti competenti e molto motivati che si possano adattare facilmente al ruolo di insegnante in ospedale oppure cercare altre modalità di intervento per migliorare la qualità, ad esempio lavorando con gli insegnanti sulla loro rappresentazione.

Nel nostro progetto d’intervento abbiamo ipotizzato delle giornate di formazione per gli insegnanti, grazie alle quali inserirli nella struttura, lavorando insieme sulle loro aspettative e sulle rappresentazioni della funzione che andranno a svolgere, co-costruendone di nuove e più adeguate.

Nella nostra breve esperienza abbiamo potuto verificare quanto dei gesti semplici, fatti con  spontaneità, possano essere di grande aiuto e sollievo e quanto i sorrisi siano contagiosi. Giocare, sorridere, persino “andare a scuola” significa avere un po’ di quella normalità e serenità che in un letto di ospedale sembrano così lontane ed irraggiungibili.

Medici, infermieri, insegnanti, genitori e volontari lavorano con sempre maggior convinzione sull’importanza di un dialogo aperto e collaborativo per creare una sinergia, uno scudo intorno, o meglio in girotondo intorno al bambino per dargli tutta la forza e la voglia di vita di cui ha bisogno per combattere e sconfiggere la malattia.

Ne vale la pena: perché?

Un punto fondamentale di questa esperienza che il gruppo vorrebbe sottolineare è: nonostante le difficoltà e i punti critici sicuramente migliorabili, questo tipo di servizi è una risorsa enorme per le famiglie ma prima di tutto per i bambini, ormai nella comunità scientifica e anche nel senso comune è chiaro che una grandissima parte della cura della malattia deve venire dalle relazioni sociali e dall’ambiente attorno al paziente, a maggior ragione se esso è un bambino. Tali servizi e tali opportunità andrebbero sempre più ampliate e incoraggiate anche in epoche di ristrettezze economiche e contrazione dei servizi, in quanto fanno parte di quella fascia di servizi assistenziali essenziali di cui uno stato civile non può prescindere.

Ora  a voi: Vale la pena di investire in servizi come questo e spendere energie fisiche, cognitive ma soprattutto emotive per ragionare su questi temi… perché?

Un saluto a tutti i bambini ospedalizzati, da parte degli autori del post: Alice Aliprandi, Elisa Frangi, Nicola Locatelli, Alessandra Sacino, Micheal Schepisi e Federica Tangari.

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4 risposte a A scuola in ospedale: possibile, ma non facile.

  1. Lara ha detto:

    Buongiorno…sono alla ricerca di articoli scientifici sula scuola in ospedale italiana, potete aiutarmi

  2. matteoloschiavo ha detto:

    LA scuolA. L’ospedalE. Istituzioni per eccellenza. Tanto da parlarne al singolare. Come IL carcerE, IL comunE, …
    Eppure questa storia ci racconta di differenze territoriali, aperture, avances, soggetti, progettazioni, risultati, dentro un contesto comunque eteronormato come sottolinea anche Davide nel suo commento. Alla faccia di chi dice che tanto non si può fare niente. Basterebbe partire dalle differenze, mettere in primo piano ipotesi di lavoro, domande dei clienti, voglia e desiderio di fare un bel servizio, di potersi rispecchiare in un bel progetto. Piegare in qualche modo le norme, i regolamenti e le procedure all’obiettivo, piuttosto che il contrario. Cosa che, quando si parla di scuola, ospedale, carcere, comune, …, al singolare sembra impossibile.
    Grazie per la vostra testimonianza.

  3. davidevassallo ha detto:

    Esperienza molto interessante, che cerca di sfruttare il meglio della legislazione scolastica italiana. Già perchè, sulla carta, la legislazione italiana sarebbe anche molto avanza sulla strada della de-strutturazione della scuola classica (si pensi anche all’istruzione domiciliare prevista dalla legge 104/92) poi, però, ti scontri con rigidità dei dirigenti, dei provveditori e delle procedure (persino in un contesto così particolare non conta la preparazione e l’attitudine del docente ma la sua posizione in graduatoria; pena l’avvio di centinaia di migliaia di ricorsi!), con circolari che si contraddicono più volte e con l’aspetto che viene considerato dirimente: di risorse non ce n’è. Hanno ragione gli autori del post e ha ragione Graziano: la formazione sarebbe importantissima per poter sostenere i protagonisti di tale esperienza. Che fare, invece, per sostenere questo progetto e renderlo visibile, replicabile e sostenibile nel tempo?

  4. mainograz ha detto:

    Leggendo il post la prima cosa che si presenta è l’emozione.
    Un po’ inattesa, un’emozione da papà, che si immedesima nella situazione.
    L’anno scorso infatti mi è capitato di passare una mattinata nel reparto di cui si parla, con mio figlio piccolo Giosuè per un controllo di routine.
    Guardavo gli altri papà e le altre mamme, quelli come me, lì solo per un controllo e quelli che in ospedale ci passavano più tempo (quelli che si muovevano con maggiore dimestichezza nell’ambiente, anche se non propriamente a loro agio).
    Poi scavalco con passolungo l’emozione e mi rifugio nella razionalità dei ragionamenti.
    E penso che le cose che sembrano impossibili, in condizioni particolari, avverse, lo diventano (non senza fatica). Così la scuola si trasforma. E anche gli ospedali.
    Cosa impedisce che questa esperienza abbia risonanza all’esterno? L’investimento richiesto? L’esposizione con la malattia e il dolore? il rischio di burn-out professionale? (A questo si potrebbe provare a far fronte con formazione, supporti e avvicendamenti periodici)…

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