Permacultura: spunti di coltivazione organizzativa.

“Tutti riconosciamo che il nostro lavoro è modesto,
ma la somma dei nostri modesti lavori è straordinaria”
Bill Mollison

Ho sempre trovato molto intrigante inseguire i fili, curiosare fra saperi, vagare in associazioni e contaminazioni, consapevole di incorrere nel rischio di diventare una “poliedrica dilettante”.


Correrò il rischio anche con questo post e con alcuni altri che lo seguiranno, occupandomi di Permacultura, contrazione dei termini “agricoltura” e “cultura” permanente. “Negli anni 70 vedevo la permacultura come una benefica associazione di piante e animali per il sostentamento di insediamenti urbani, rivolta principalmente all’autosufficienza di singoli e comunità”, scrive il Bill Mollison, padre fondatore di questo approccio. Oggi potremmo dire che la permacultura è un sistema di progettazione per realizzare e gestire una società sostenibile, è allo stesso tempo un sistema etico filosofico e un approccio pratico alla vita quotidiana.

Nella permacultura, una sola regola di fondo: take your own responsability – prenditi la tua responsabilità.

La terra, le piante, l’orto sono da sempre state mie passioni, credo in gran parte legate a ricordi di famiglia.

Questa passione mi ha portato a Coltivando, orto conviviale nel quartiere Bovisa, sostenuto e proposto dal Politecnico. Coltivando – rispettando le mie aspettative – si è dimostrato un luogo ricco di: persone interessanti e curiose, saperi e mestieri, intrecci di generazioni, generosità e disponibilità, affetti, cibi e beveraggi, riflessività ed azione.. in generale grandi energie! Coltivando è stata anche l’occasione di incrociare la Permacultura, che pur non essendo la nostra unica pratica di riferimento, interessa e appassiona molti degli ortisti del gruppo.

libro MollisonPer chi si avvicina alla permacultura è d’obbligo il libro di Bill Mollison e Reny Mia Slay (Introduzione alla PERMACULTURA) . Nel leggerlo mi ha colpito quanti dei passaggi, riferiti alla coltivazione, mantenessero il loro senso anche traslati nei contesti organizzativi di lavoro e fossero stimoli a riflessioni più generali sulle dinamiche sociali che attraversano i luoghi di produzione e di servizi, in aziende pubbliche e private.

Da questa lettura ho ricavato, l’idea di una serie di post che, partendo da alcuni stralci tratti dal libro, evidenzino  associazioni e connessioni ad aspetti di culture organizzative in contesti di lavoro,  in un momento in cui sempre più si parla di sostenibilità, crisi economica, energetica e sociale, cambio di paradigmi, nuove competenze, complessità, cooperazione, bene comune, principi etici e valori, interconnessioni fra le parti, dimensione globale e locale, consumo consapevole, rispetto, ambiente ed ecologia.

Mi rendo conto che dovremo diversificare: cambiare come facciamo le cose .. e anche le cose che facciamo.  … La permacultura sembra sfidare tutta l’agricoltura tradizionale” dice la documentarista inglese Rebecca Hosking guardando la propria fattoria di famiglia nel Devon; io, ascoltandola, sento che questa sfida riguarda anche il modo in cui siamo abituati a guardare le organizzazioni e i processi di lavoro e che possa essere praticata attraverso una maggiore attenzione a una “progettazione consapevole e partecipata”.

La permacultura utilizza un approccio sistemico e sinergico che, fra le altre cose, valorizza l’osservazione come fase imprescindibile che orienta e guida l’azione, consentendo lo sviluppo di conoscenze e il rispetto di ciò che si muove nel contesto in cui si è immersi. Sviluppata questa fase si può, a fronte degli esiti dell’osservazione, sperimentare e verificare sul campo le ipotesi che ne sono derivate, quindi, tornarne ad osservare i risultati. Nella permacultura si realizza una produzione partecipata e intensiva a fronte di uno sforzo ridotto. In questo tempo di risorse scarse, sembrerebbe essere un metodo utile per le imprese.

 

La permacultura fa riferimento a tre principi etici:carote

  • Cura della terra
  • Cura delle persone
  • Investimento del surplus di tempo, denaro e materiali al fine di realizzare questi obiettivi.

Questi principi potrebbero essere riferiti a diverse organizzazioni di lavoro a rappresentare la sintesi dei valori di riferimento.

La cura della terra intesa come “attenzione a tutti gli esseri viventi e non” incrocia in senso ampio la questione della sostenibilità ambientale che è ormai un tema nell’agenda mondiale (seppur spesso bistrattato e ignorato) di cui anche diverse aziende si stanno facendo carico; si richiama qui anche cura degli ambienti di lavoro, dei climi relazionali, fino al concetto di bellezza (tema caro ad Adriano Olivetti) delle strutture in cui le persone lavorano.

La cura delle persone riguarda in generale la questione sociale della dignità e della cura delle persone che abitano la terra: “rispetto dei bisogni fondamentali dei suoi abitanti in fatto di cibo, abitazione, istruzione, lavoro soddisfacente e rapporti sociali”. Nel lavoro questo vuol dire, per esempio, tutelare la dignità del lavoro, la formazione delle persone, la qualità e la sicurezza dei luoghi di lavoro, trattare la questione della conciliazione.

In permacultura, questi principi etici ispiratori non sono percepiti al di fuori e al di sopra delle persone, non sono patinate “immaginette” che circolano periodicamente in azienda a seconda delle mode del momento, ma sono principi tradotti in pratiche quotidiane di cui le persone stesse sono autori e interpreti. Nel mio lavoro, ho notato che questo cambio di passo, quando viene percepito fa la differenza, perché questa dimensione di coerenza organizzativa genera un’autentica e diffusa partecipazione agli obiettivi e allo sviluppo di strategie innovative.

Mi viene in mente un percorso di formazione sulla sicurezza del lavoro in un terminal portuale (carico-scarico container), realizzato con una collega. Abbiamo lavorato con gli addetti del terminal per ri-costruire con loro, la mappa dei rischi percepiti, il senso delle norme di sicurezza nella tutela della propria salute e della salute dell’ambiente, le difficoltà che incontravano nel rispettarle, i rischi che sottovalutavano, le incongruenze organizzative, lasciando sullo sfondo normative, obblighi (e sanzioni). Questo lavoro, basato sull’osservazione più consapevole dei propri comportamenti, di quelli dei colleghi e dello svolgersi dei processi di lavoro, ha sviluppato una presa in carico del tema della sicurezza da parte dei singoli e l’assunzione di responsabilità diffusa e collettiva. Questo ha avviato il passaggio da un ruolo spesso passivo/aggressivo (sentirsi chiamato a rispettare una norma “burocratica”) a un ruolo più attivo, che riconosce il senso di ciò che si sta facendo, e che diventa promotore di una cultura della sicurezza. Questo fa una grande differenza nell’efficacia e nell’economia di gestione della sicurezza nel lavoro che accorcia il divario percepito fra produzione e sicurezza.

Ultimo principio è quello del mettere a disposizione tempo, denaro ed energia in eccedenza a favore della cura dell’ambiente e delle persone: “Non c’è nulla di meglio per qualcosa che avanza, di essere reinvestita per la cura della gente o della terra”.

Questo significa che “dopo che ci siamo presi cura dei bisogni fondamentali della nostra azienda e abbiamo progettato i nostri sistemi al meglio delle nostre capacità, possiamo estendere la nostra influenza e le nostre energie per aiutare gli altri a raggiungere quegli stessi scopi “.
Può riguardare le aziende quest’ultimo punto? Alcuni esempi che incrocio nel mio lavoro sembrerebbero confermare questa ipotesi:

  • la società di ristorazione che dirotta il proprio surplus di produzione a organizzazioni no-profit, dedicando la propria energia alla gestione di un processo di lavoro sicuramente più laborioso e impegnativo del “buttare”; le persone di queste associazioni che a loro volta portano il pane non consumato e non più utilizzabile al canile, ripetendo la scelta di non sprecare il surplus;
  • l’azienda di noleggio flotte che assume il personale della concessionaria di zona che sta chiudendo perché pensano che la qualità del territorio in cui vivono dipenda anche da quanto tutti si assumano il problema;
  • l’agenzia pubblicitaria che mette a disposizione gratuitamente il proprio talento per la realizzazione di campagne sociali, perché crede che questa responsabilità faccia parte dell’essere abitanti del mondo e che poterlo fare attraverso il proprio lavoro, costruisca senso.

Continuando a procedere come un viandate, penso a possibili prossimi post, che potrebbero presentarsi anche un in ordine diverso da quello a seguire:

  • Permacultura: cooperazione e non competizione
  • Permacultura, osservazione e Theory U (Otto Scharmer)
  • La progettazione in permacultura
  • Permacultura e luoghi organizzativi
  • Permacultura e valorizzazione delle diversità: esperienze in contesti di lavoro
  • Permacultura,  bellezza e luoghi di lavoro.

Links – I video sono in inglese con sottotitoli in italiano e di questo ringrazio chi se ne è fatto carico, ovunque sia.

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