Per chi lavora il consulente?

Agire nelle organizzazioni: prospettive etiche e rapporti di potere

I fantasmi della consulenza

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Per argomentare la domanda che vorrei porre in questo intervento ho selezionato un brano tratto da un breve romanzo noir scritto da Girolamo De Michele, dal titolo “Con la faccia di cera“. Il protagonista del racconto, David Belli, è un fotografo che viene ingaggiato dall’azienda petrolchimica di Ferrara per illustrare un testo sulla storia del complesso industriale:

Ferrara, giovedì 22 maggio 2008
«Non per dire, giovanotto, ma certe sfumature possono determinare l’orientamento di un intero testo».
L’addetto alle relazioni commerciali sorride mentre mi spiega perchè i testi del libro sulla storia dell’industria ferrarese saranno forniti dall’ufficio marketing.
«Prenda ad esempio queste pagine che lei ci ha già illustrato. Il design in Moplen. Lei magari non ha l’età per ricordarselo, ma la pubblicità del Moplen era popolarissima. Quelle bacinelle che cadevano e rimbalzavano senza spaccarsi: lo sente nella parola stessa – Moplen – il suono del rimbalzare? Quel comico, ha presente, Gino Bramieri: era uno di casa, dal televisore ti entrava nel salotto, ti potevi fidare. Lui ti faceva divertire col Carosello, e tu avevi voglia di offrirgli un liquorino, mentre gli compravi i prodotti in Moplen. Era un’epoca fondata sulla fiducia tra produttore e consumatore, c’era il miracolo italiano. Moplen è una parola amica, familiare: come la Cinquecento, le canzoni del Cantagiro, Mazzola e Rivera, gli spettacoli al Piper e alla Bussola di Viareggio, gli occhi e il – se permette – fondoschiena della Sandrelli, e il clacson dello spider di Gassman. Invece senta come suonano ostiche, persino ostili parole come “polipropilene”, “polimerizzazione”, “policloruro”.. Non convincono, allontanano, destano sospetto. “Poli” di qua, “poli” di là.. Cosa sarà mai questo “policroruro”, pensa il lettore diffidente. Fa pensare agli anni Ottanta, Novanta: diffidenza, individualismo, disgregazione.. In un libro storico è importante che il lettore si senta parte del quadro, che sia messo a suo agio, si senta parlare di una storia condivisa. Ecco perchè abbiamo apprezzato la sua iconografica, questi colori da primi anni Sessanta che ci ha proposto: quella felice nostalgia per un tempo passato, quando eravamo tutti più sereni».

[…]

«E comunque» conclude l’addetto alle relazioni commerciali mentre il fotografo ripone foto, testi e contratto siglato nella borsa, «non si tratta di pura e semplice nostalgia: questo sguardo al passato è un po’ il nostro ritorno al futuro. Belli! E siamo sicuri che saprà essere compartecipe di questo nostro spirito d’intrapresa!».

Nella seconda parte del romanzo, tra misteri e apparizioni di fantasmi, il protagonista viene condotto alla scoperta di alcune vicende inquietanti avvenute all’interno del complesso industriale:

Non riesco a scacciare il ricordo della nottataccia. Provavo ad addormentarmi, e il sonno si popolava di scheletriche figure in tuta blu., di teschi dalle cavità vuote che mi parlavano tutti insieme, soffocandomi. Spezzoni di frasi uscivano dai buchi neri che un tempo dovevano essere bocche: «Gli davano del latte come antidoto al piombo che aveva nel sangue»… «Quelli della manutenzione uscivano ricoperti da capo a piedi di uno strato di borotalco che si infiltrava ovunque»… «Ci davano da lavare le tute di lavoro a casa, poi a un certo punto ci dissero che quel materiale non doveva più uscire dall’azienda»… «Mio marito, già operato di cancro, chiese di cambiare reparto, gli dissero che se avesse chiesto il trasferimento nostro figlio non sarebbe stato assunto, lui rimase al suo posto e dopo dieci anni è morto rabbioso»… [1]

Ho individuato questo brano perché mi è sembrato descrivere in modo molto efficace il lavoro del fotografo (che ho immaginato come un consulente) che viene chiamato ad agire sulla – e nella – storia dell’organizzazione.

Il cliente non ha sempre ragione

Durante il mio percorso di studi ho riscontrato che i libri di testo e i manuali (da me consultati[2]) nel descrivere e prescrivere le pratiche d’intervento dei consulenti/psicologi danno sempre per scontato che il loro naturale interlocutore sia la persona che detiene il potere all’interno dell’organizzazione. Rispetto a questo assunto metodologico sono rimasto piuttosto perplesso. La motivazione riguarda la mia esperienza di vita, quando sono entrato in un organizzazione produttiva ho sempre assunto ruoli defilati e marginali. Nelle posizioni che ho occupato ho percepito bisogni, necessità e disagi di cui i libri di testo non sembrano occuparsi.
La sensazione è quella che nei manuali vengano prese in considerazione le esigenze di coloro che normalmente sono i miei superiori, o i superiori dei miei superiori, e che queste esigenze vengano considerate rappresentative di tutta l’organizzazione. Mi chiedo quindi: se il consulente (come il protagonista del romanzo) interloquisce esclusivamente con chi detiene il potere nell’organizzazione come farà a venire a conoscenza di tutte le problematiche che nel racconto appaiono sotto forma dei fantasmi degli operai?

Dubbi

Ho avuto modo di rendermi conto di almeno due importanti motivazioni che possono determinare tale scelta metodologica. La prima è di carattere economico, ovviamente è più facile che sia un’azienda a potersi permettere di pagare un consulente piuttosto che un giovane lavoratore precario/interinale. La seconda questione riguarda il fatto che è chiaramente più semplice intervenire in un’organizzazione se si è in sintonia con le esigenze della direzione (perché le figure di autorità controllano e proteggono i confini e regolano le azioni che potrebbero produrre cambiamenti).

D’altra parte Rhèaume scrive che “la grande maggioranza degli psicosociologi contemporanei condividono l’orientamento etico di lavorare per l’emancipazione del soggetto umano e del gruppo sociale […] per costruire una democrazia in cui vi sia partecipazione, solidarietà e uguaglianza[3].

Venendo quindi al nocciolo della mia domanda, quello che mi chiedo è come sia possibile riuscire a far coesistere una prospettiva etica così ambiziosa con i limiti pratici e metodologici descritti in precedenza?
Nel momento in cui in un’azienda gli obiettivi produttivi della direzione sono in netto conflitto con i valori di emancipazione dell’individuo e di democrazia, quali sono i margini di manovra per continuare a perseguire tali valori?
Esistono delle pratiche che possano essere utili in tal senso, o dei casi in cui l’intervento di consulenza è riuscito a prendere posizione nei confronti del potere?
Quali possono essere altri interlocutori più defilati in grado di chiamare in causa il consulente da un punto di vista esterno o marginale rispetto alla dirigenza dell’organizzazione produttiva?

Giampaolo Contestabile

Riferimenti

[1]  Girolamo De Michele, Con la faccia di cera, Edizioni Ambiente, 2008, pag 43-46, 105-107.
[2]  Edgar H. Schein, Consulenza di Processo, Raffaello Cortina Editore, 2001
P.G. Argentero; C.G. Cortese; C. Piccardo, Manuale di psicologia del lavoro e delle organizzazioni, Raffaello Cortina Editore, 2009
Elisabetta Corvi, La comunicazione Aziendale. Obbiettivi, tecniche, strumenti, Egea, 2006
[3]   Jacques Rhèaume, Cambiamento in Dizionario di psicosociologia, cur Barus-Michel J., Enriquez E., Lévy A,  Raffaello Cortina Editore, 2010, pag. 62

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3 risposte a Per chi lavora il consulente?

  1. Loretta F. Cline ha detto:

    Tra il gennaio 1998 e il settembre 2000 sono più di 150 gli incidenti, i malfunzionamenti e le fughe di materiale tossico che interessano il Petrolchimico di Porto Marghera. Un’anomalia classificata come “incidente rilevante” è iniziata il 30 aprile del 2002 e si è conclusa alle 4 di mattina del 3 maggio. A causa del cattivo funzionamento del termocombustore annesso all’impianto CV22-23, dentro al quale si abbattono i sottoprodotti gassosi del cosiddetto processo di “ossiclorurazione” di etilene e acido cloridrico, sono stati dispersi attraverso il camino E-13 nell’atmosfera del territorio circostante 447 chili di clorurati, in prevalenza costituiti da dicloretano, un gas tossico e cancerogeno, e da una più modesta quantità di acido cloridrico e cloruro di vinile monomero. L’E-13, in particolare, non essendo dotato di un misuratore capace di determinare esattamente la quantità del gas espulso nell’aria, potrebbe anche aver scaricato un tonnellaggio superiore a quello dichiarato da EVC (European Vinyls Corporation). Dei 117 miliardi di investimenti previsti in tabella da EVC nell’Accordo di programma di cui si è detto, si poteva pensare che almeno una parte fosse destinata, immediatamente, alla messa in sicurezza degli impianti a rischio. Se è davvero tramontato il mito novecentesco della fabbrica, come sostiene De Luna, con la definitiva scomparsa non soltanto della centralità operaia, dispersa negli anfratti della tecnologia, ma anche dei tradizionali cicli produttivi di un’economia profondamente cambiata, non sembra aver termine invece il tortuoso cammino del profitto.

  2. Susan X. Marquez ha detto:

    Tra il gennaio 1998 e il settembre 2000 sono più di 150 gli incidenti, i malfunzionamenti e le fughe di materiale tossico che interessano il Petrolchimico di Porto Marghera. Un’anomalia classificata come “incidente rilevante” è iniziata il 30 aprile del 2002 e si è conclusa alle 4 di mattina del 3 maggio. A causa del cattivo funzionamento del termocombustore annesso all’impianto CV22-23, dentro al quale si abbattono i sottoprodotti gassosi del cosiddetto processo di “ossiclorurazione” di etilene e acido cloridrico, sono stati dispersi attraverso il camino E-13 nell’atmosfera del territorio circostante 447 chili di clorurati, in prevalenza costituiti da dicloretano, un gas tossico e cancerogeno, e da una più modesta quantità di acido cloridrico e cloruro di vinile monomero. L’E-13, in particolare, non essendo dotato di un misuratore capace di determinare esattamente la quantità del gas espulso nell’aria, potrebbe anche aver scaricato un tonnellaggio superiore a quello dichiarato da EVC (European Vinyls Corporation). Dei 117 miliardi di investimenti previsti in tabella da EVC nell’Accordo di programma di cui si è detto, si poteva pensare che almeno una parte fosse destinata, immediatamente, alla messa in sicurezza degli impianti a rischio. Se è davvero tramontato il mito novecentesco della fabbrica, come sostiene De Luna, con la definitiva scomparsa non soltanto della centralità operaia, dispersa negli anfratti della tecnologia, ma anche dei tradizionali cicli produttivi di un’economia profondamente cambiata, non sembra aver termine invece il tortuoso cammino del profitto.

  3. Kristi A. Hurst ha detto:

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