Spazio Lavoro

Già in un post precedente (“Raccontare gli avvicendamenti, tra metafore e altre scelte linguistiche”) abbiamo esplicitato il richiamo a una premessa teorica, suggerita dagli studi di linguistica cognitiva, che troviamo interessante: nel nostro modo di utilizzare le parole è racchiusa una teoria dello spazio e del tempo, della materia e della causalità.

Il linguaggio quotidiano dimostra che categorie astratte e recenti (dal punto di vista evolutivo ma anche ontogenetico) vengono concettualizzate dalla nostra mente in termini di categorie più elementari e concrete (George Lakoff, Mark Johnson, “Metaphor We Live By”, University of Chicago Press, Chicago, Illinois, USA, trad. it. “Metafora e vita quotidiana”, Bompiani, Milano, 1998).

Come la nostra mente si raffigura e si rappresenta una delle esperienze quotidiane per noi più importanti, e cioè il Lavoro?

Bè, prendendo in considerazione le forme linguistiche che caratterizzano il nostro parlare di lavoro ci accorgiamo che la metafora prevalente assimila il Lavoro ad un Viaggio:

–        Ha fatto tanta strada nel suo lavoro…

–        Ha scalato le gerarchie aziendali…

–        Il suo percorso lavorativo è accidentato…

–        La sua carriera è su un binario  morto…

–        Ha lasciato a metà il suo compito…

–        E’ stato promosso Direttore, è “arrivato”…

E l’elenco potrebbe continuare, comprendendo anche il nome del dominio di questo sito “Appunti di Lavoro” (in analogia con gli “Appunti di viaggio”…)

Mi occupo di inserimento lavorativo di persone considerate svantaggiate all’interno di Cooperative Sociali e ritengo importante comprendere e considerare come l’esperienza lavorativa viene concettualizzata in termini di vissuto profondo e di percezione.

Lo ritengo rilevante perché tale considerazione può facilitare la presentazione di una proposta lavorativa maggiormente sensata (dotata di senso) a favore di persone che, molto spesso, del lavoro e del contesto aziendale hanno solo esperienze frustranti e negative.

Se il lavoro è un viaggio è essenziale conoscerne la meta

Sembra banale ma non lo è: nell’intraprendere un viaggio è importante avere in testa una direzione e sapere quale è la meta.

Non è scontato soprattutto per persone che, come quelle che spesso intraprendono percorsi in cooperative sociali di inserimento lavorativo, hanno sperimentato molteplici mansioni, lunghi tirocini privi di prospettiva e interruzioni spesso non correttamente motivate.

Se il lavoro è un viaggio è allora importante che la figura responsabile dell’inserimento lavorativo nell’impresa (impresa sociale, nel nostro caso) espliciti al nuovo viaggiatore quale sarà la meta e le tappe fondamentali del percorso: dal mese di prova previsto dal contratto, alle verifiche periodiche con i servizi sociali invianti, alla scadenza del primo breve contratto (cui ne potrà seguire un secondo? O addirittura si potrà parlare di un viaggio, pardon di un contratto, a tempo indeterminato? E’ importante chiarirlo o, altrettanto importante, escluderlo subito dall’orizzonte, se non previsto dalle politiche della cooperativa, per non generare aspettative irrealistiche).

Sapere dove si va, tracciare un sentiero, prevedere soste, dare coordinate. Sono i primi accorgimenti per evitare di perdersi.

Importanti sono i compagni di viaggio

A volte si viaggia da soli e ciò può avere un senso (per esempio nei pellegrinaggi religiosi e spirituali).

Nelle cooperative sociali si viaggia (si lavora) in compagnia ed è un bene per tanti motivi.

Altro corollario importante della concezione metaforica del “mestiere come viaggio” è allora l’esplicitare la dimensione sociale dello stesso.

Chiarire bene che non si lavora da soli, che c’è una squadra, ci sono dei ruoli e delle gerarchie.

Chi fa che cosa? Saperlo fornisce un punto di riferimento importante e definisce il lavoro di ognuno nei termini di rapporto con il lavoro di altri, nella stessa organizzazione: fa sentire parte di un tutto, di una “famiglia lavorativa”.

 E se si sbaglia strada?

Diciamocelo senza vergogna: molto spesso l’inserimento lavorativo di persone svantaggiate è legato più alla disponibilità di postazioni in un determinato settore della cooperativa che a considerazioni di reale attitudine personale.

Spesso l’urgenza di inserimento da parte dei servizi sociali di riferimento e la mancanza di formazione ed esperienza determinano situazioni di improvvisazione.

Allora non è così raro dover segnalare che la strada intrapresa pare sbagliata.

Sono colloqui, questi, che il responsabile degli inserimenti annovera  tra i momenti più difficili del proprio lavoro; trovare parole sensate è difficile…eppure bisogna sempre tentare di salvare gli aspetti positivi del viaggio (seppure interrotto): la conoscenza dei compagni, le esperienze nuove, gli apprendimenti…

Spazio e identità

Avere un proprio spazio è un fattore strettamente collegato al riconoscimento della propria identità, anche lavorativa: abbiamo il nostro posto nell’organizzazione, nella gerarchia complessiva, il nostro posto di lavoro.

Dice M., in procinto di lasciare la cooperativa “Mi dispiace finire di lavorare…oramai avevo il mio posto a tavola”: ancora una volta la concettualizzazione del lavoro è legato all’idea di uno spazio e occupare lo spazio fisico si lega ad un riconoscimento della persona come tale.

Allora, pensando al percorso lavorativo delle persone inserite trovo importante che, parafrasando il titolo di un famoso film, sia loro garantito ed esplicitato che, per un periodo breve o lungo, in cooperativa, realmente, “C’è posto per te”.

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Una risposta a Spazio Lavoro

  1. marinamariani ha detto:

    trovo interessante questa messa in comune del tema spazio. E’ un tema che ricorre anche dell’ascolto che pratico in qualità di counsellor. Donne e uomini che approcciano il counselling
    ( per questioni di burn out o ripensamento delle proprie esperienze professionali per pensionamento anticipato, per essere caduti/e nel limbo degli esodati o ancora per cronica discontinuità lavorativa ) fanno risalire la sensazione di sradicamento all’assenza di un tempo/luogo che corrispondeva alla funzione sociale e di ruolo ricoperta con la sensazione di vuoto interiore, perdita di spazio intimo e insorgenza d’ansia. Un identità maggiormente connotata da uno o più ruoli sociali indossati che mina le radici dell’essere.

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