Sociale, che Impresa!

Sono tempi difficili, si sa.

Tempi in cui la sostenibilità degli Enti del Terzo settore è spesso appesa ad un filo e ha l’orizzonte di un progetto o una commessa in scadenza, al termine dei quali si apre l’ignoto.

Serve operare nel mercato sociale in termini professionali, garantire una Qualità elevatissima, Tempi certi, lavorare sulla Comunicazione e contenere i Costi…

Sono competenze imprenditoriali, sono ormai indispensabili e ricorrenti in tutti i contesti in cui operano le cooperative sociali: dall’ambito educativo a quello produttivo di inserimento lavorativo.

Eppure, girando per le cooperative, sembra che pronunciare la parola “Impresa” evochi spettri e scenari che i dirigenti intendono sfuggire ad ogni costo.

<<Imprenditore io? Io sono un educatore, non so nulla di queste cose…>>

<<Imprenditori noi? Noi abbiamo fondato la cooperativa per dare un futuro lavorativo ai ragazzi delle nostre comunità…>>

Può darsi che l’idea di origine sia stata diversa (e diversi erano i tempi), ma oggi perché non prendere atto che l’imprenditorialità è una dimensione imprescindibile del sociale?

Mi chiedo il motivo di resistenze che, a volte, sembrano davvero ideologiche.

“Impresa”, nell’alto Medioevo, era un segno, un simbolo che il cavaliere esibiva per esprimere la propria fedeltà all’onore di una dama.

Spesso l’impresa era ostentata in un torneo e veniva quindi a simboleggiare l’impegno del cavaliere per la difesa della donna.

Se pensiamo che la donna, nel Medioevo, era l’emblema per eccellenza del soggetto fragile ed indifeso, viene allora spontaneo pensare che le cooperative sociali, occupandosi di promozione dei soggetti in difficoltà, se davvero perseguono coerentemente la propria Mission, non possono non compiere un Impresa, nel significato originario del termine…

Forse le resistenze dei colleghi cooperatori sono anche collegate ad un contesto sociale che ormai associa gran parte dell’economia alla speculazione finanziaria (quella sì, esecrabile in un ottica sociale).

In realtà, “Economia” è buona amministrazione del patrimonio famigliare, dello stato e dell’impresa (deriva dal greco Oikonomia, la radice Oikos indica la casa, la famiglia, mentre nomos è la regola, quindi “regolare, ben governare il patrimonio comune”), siamo ben lontani dalla speculazione…

Oppure giocano un ruolo ancora più importante le paure: il confronto con un contesto complesso in cui cadono le vecchie certezze, la competizione con altre cooperative come esperienza inedita, la novità di dover dimostrare il proprio valore con codici che non si padroneggiano ancora.

In occasione di un confronto tra cooperativa ed Ente Locale un Dirigente mi esprime il suo rammarico per il mancato riconoscimento, da parte dei Politici di turno, del valore imprenditoriale della cooperazione sociale del territorio <<…a questi (i politici, ndr) non sfiora nemmeno il pensiero che, per stare sul mercato da venti anni lavorando con il 30% di persone svantaggiate, bisogna essere imprenditori con i contro-attributi!>>.

Bè, come biasimarli…se nemmeno i cooperatori stessi sono sfiorati da quel dubbio…

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