Per il prossimo anno scolastico: promemoria in 5 punti per l’educatore

Anche questo anno scolastico sta terminando.

Le ultime settimane, al solito, sono sovraccariche di prove e valutazioni, stress percepito e liberazioni espresse a gran voce.

E’ un periodo dell’anno che non amo:  verifiche e quesiti troppo spesso, a mio parere, discutibilmente legati alla reale padronanza del sapere vengono proposti a ritmo serrato e caricati di significati e aspettative francamente ansiogene e disfunzionali.

Le cause del fastidio che provo, da educatore scolastico, verso i test e la frenesia di valutazione sono magistralmente illustrate da Paolo Mottana, nel suo bel Post su Brainfactor.it (La verifica dell’apprendimento scolastico ).

Dice Mottana: “ Ciò che a mio giudizio dovrebbe valere, per valutare la qualità dell’istruzione…non c’entra nulla con schede, parametri, verifiche e confronti. Non è nell’oggetto, non è oggettivabile. Perché non è lì quello che conta. Non si tratta di capire se qualcuno ha immagazzinato date di storia e teoremi di matematica, che probabilmente potranno consolidarsi solo a patto che poi vengano riutilizzati  in qualche frangente vitale e che invece cadranno nell’oblio se verranno abbandonati.

Si tratta, volendo comprendere la benedetta qualità dell’istruzione, di cogliere ciò che accade nelle aule scolastiche, la temperatura dei processi, l’intensità delle attenzioni, il volume degli appassionamenti…e questo non si può misurare con prove, con test, questo è palpabile non appena si varca la soglia di una classe, di un’aula, di un laboratorio. Lo si percepisce guardando, ascoltando, palpando l’atmosfera. Se c’è intensità, vapori che si innalzano nell’aere, occhi aperti…”.

Li osservo e incrocio spesso, gli occhi e gli sguardi degli alunni delle classi in cui lavoro, e non mi pare, purtroppo, di poterne ricavare indici lusinghieri per la nostra scuola.

Perché?

La materia umana non mi pare scarsa, tutt’altro.

La mia impressione è  che gli adolescenti incontrati in questi anni nelle aule di scuola o nelle comunità per minori siano per lo più portatori di un ricchissimo mondo interiore e di grandi potenzialità espressive.

Come, e forse anche più, di altri adolescenti, di altre epoche molto più “mitizzate”.

No, quegli sguardi persi non sono un segno di vuoto, ne sono certo.

Credo siano piuttosto un segnale di delusione; come se il ragazzo guardasse la scuola e dicesse: ma che ci sto a fare qui? C’è davvero quello che cerco?

In termini meno pessimisti riconosco che alcune volte li ho visti illuminarsi, quegli occhi, e ho sentito l’atmosfera di classe mutare, proprio come descrive Mottana.

Quando?

Mi pare di poter dire che la scintilla è scattata quando l’insegnante, il professore, l’educatore, l’adulto insomma, ha smesso la maschera del ruolo monodimensionale di “trasmettitore del sapere” si è proposto come persona a tutto tondo.

Io credo che ai nostri studenti non interessi tanto incontrare la matematica quanto, certo anche inconsapevolmente, incontrare una persona, il professore, che nel proprio percorso esistenziale ha attribuito alla matematica un ruolo importante.

L’adolescente è colui che cresce, per definizione ed etimologia, e il suo primo interesse non è conoscere il latino ma imparare a vivere.

E riusciamo ad interessarlo, a catturare il suo sguardo, a congelare il respiro, quando riusciamo a fargli intuire che la cultura (tutta, umanistica e scientifica, se mai questa distinzione può avere ancora un senso) può essere utile, non solo per imparare un lavoro (e men che meno per prendere un buon voto agli scrutini) ma per crescere e vivere.

Certo, per fare scuola (ed educazione in genere) in questo modo, bisogna essere disposti a mettersi in gioco, non è semplice e significa andare controtendenza.

Bisogna essere disposti a portare la propria esperienza di vita sapendo che quell’esperienza sarà fatta a pezzi, contestata, smontata, decostruita e, infine, consentire che un pezzo andrà forse a formare una nuova identità.

Grazie al Prof. Paolo Mottana per gli spunti interessanti.

Sulla scorta delle sue suggestioni mi propongo, per l’impegno del prossimo anno scolastico, di seguire un breve pentalogo:

1)     Guarda sempre gli occhi dell’educando, fidati dell’impressione di interesse che vi leggi

2)     Educare non è possibile senza educarsi, si insegna solo se contemporaneamente si impara. Se non stai imparando nulla da un rapporto educativo allora stai sbagliando qualcosa.

3)     Fare l’educatore (o l’insegnante) significa interpretare un ruolo monodimensionale. Essere educatore significa mettere in gioco se stesso pienamente, mettere a disposizione dell’educando tutta la propria esperienza di vita.

4)     La cultura non la finalità della scuola. Il fine è imparare a vivere, la cultura è uno strumento utile per raggiungere tale scopo.

5)     Se, dopo qualche tempo,  come sarà normale a causa della limitatezza dello spirito umano, penserai di aver imparato una volte per tutte, non indugiare e ritorna al punto 1. Vedrai occhi spenti e vuoti ma…sei ancora in tempo, abbandona ogni certezza e datti da fare per ravvivarli!

N.B.

Il Prof. Paolo Mottana è Docente ordinario di Filosofia dell’educazione presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca

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