Volevo re-bloggare una cosa…

Stamattina mi sono imbattuto in un post interessantissimo, volevo rebloggarlo per i lettori di Appunti di lavoro ma non ho potuto farlo (la funzione era bloccata dagli autori).

Rebloging is not reposting.

Da qui una prima riflessione: che senso ha fare fatica per proporre dei contenuti e poi non renderne disponibile una condivisione capillare anche attraverso uno strumento come il reblog, che consente la massima sicurezza sulla proprietà intellettuale dei contenuti stessi? (se avessi rebloggato il post, chi avrebbe voluto leggerlo sarebbe finito sulla pagina originale, con il riferimento agli autori e al post originale).

Allora lo linko qui, si intitola: “Alla ricerca del lavoro perduto”.

Quello che avrei detto nel commento al reblog sarebbe suonato più o meno in questo modo:

La generazione degli attuali 40-50 enni fa molta fatica a somatizzare il rapidissimo cambiamento perchè è la prima generazione nella storia dell’uomo che si trova a veder cambiare i propri valori radicalmente nel giro di 10 anni.
Quando mio papà e mia mamma avevano la mia età la loro cultura del lavoro prevedeva il filo diretto tra studio e posto fisso.
Ora invece il posto fisso si sta estinguendo grazie al meteorite della crisi che prima era finanziaria e adesso è economica.
Le nuove generazioni hanno mille altri problemi di valori, ma almeno una cosa ormai la impareranno certamente, il posto fisso non sarà il naturale sbocco della vita produttiva di un individuo.

Si scrive employability e si legge capacità di adattarsi (ma non solo). Il benessere delle nuove generazioni non sarà proveniente dalla routine e dalla certezza del posto fisso, ma dalla certezza personale di essere in grado di costruirsi un lavoro, di cercarsene uno, di lasciarne uno (perché non ci consente di realizzarci) e di trovarne rapidamente un altro (che ci consente di realizzarci).

Io mi sento molto employable, non ho molta paura di non trovare lavoro nel mio campo di studi, perché mi sto costruendo competenze trasversali ed interessi collaterali che mi consentono di vedermi tra cinque anni realizzato, sia con addosso il completo firmato dell’impiegato dell’ufficio sviluppo organizzativo di Brembo s.p.a., sia con la divisa di venditore di Decathlon, sia con la giacca a vento con lo stemma da guida alpina, sia con la tuta da montatore di arredamenti.

Questa è solo una mia riflessione volante, di certo non basta questo ad uscire dalla crisi economica, né da quella sociale e nemmeno da quella culturale, ma certamente la consapevolezza di essere artefici di sé stessi e un aumento del livello medio di employability di tutti i lavoratori aiuterebbe ad assorbire alcuni degli effetti della crisi.

P.S.: Di certo il posto fisso non è noioso…ma sapere di potersi spendere, all’occorrenza, in altre occupazioni aumenta l’autostima e il proprio benessere professionale.

Advertisements

Informazioni su nlocatelli

Laureato Magistrale in Psicologia dei Processi Sociali, Decisionali e dei Comportamenti Economici presso la Facoltà di Psicologia dell'Università degli Studi di Milano-Bicocca, vivo a Bergamo, mi interesso di consulenza, intervento e sviluppo organizzativo, amo la montagna e il mio cane. Sto svolgendo un il tirocinio professionalizzante per iscrivermi all'esame di stato.
Questa voce è stata pubblicata in Esperienze, Ipotesi e contrassegnata con , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

5 risposte a Volevo re-bloggare una cosa…

  1. stefano delbene ha detto:

    Non conosco l’età del i contributori, penso sia sotto i trent’anni, una fase della vita nella quale cambiare il proprio lavoro, come dice Locatelli (ma perchè sentirsi realizzato indossando di volta in volta una diversa “divisa”?), oltre che essere molto divertente, non comporta particolari problemi di tipo pratico: magari bisognerebbe chiedersi se il 40/50 enne che così pervicacemente resta attaccato al proprio “posto” non lo sia piuttosto ad un reddito: forse perchè è angustiato da questi problemi così prosaici e distanti dall’idealismo giovanile come il mantenere dei figli, pagare la loro istruzione, la loro salute, o dover sopravvivere alla conclusione di un rapporto matrimoniale, e così via. Forse questo lavoratore “agé” sarebbe anche felice di trovarlo, un nuovo lavoro, se le imprese, in particolare quelle italiane dessero il giusto valore all’esperienza e non preferissero invece sostituirlo con qualche giovanotto disposto ad accettare condizioni lavorative ignobili pur di lavorare.
    Da bambino mi insegnarono una favola, quella della volpe e l’uva, con la volpe che non riuscendo a raggiungere l’agognato grappolo si consolava infine dicendo che in fondo era acerba. Non è che il vituperato posto fisso non sia diventato il proverbiale grappolo d’uva?

    • nlocatelli ha detto:

      Questi si che sono spunti…
      Ok, provo ad andare in ordine, la divisa diversa è un pochino una metafora tipo la capacità di saper indossare diverse maschere e sentirsi a proprio agio con ognuna di esse. Questo dovrebbe comportare dei buoni livelli di benessere, visto che ci si trova bene in molte situazioni, e che queste situazioni a loro modo (ed ognuna diversamente) sono in grado di soddisfare le aspettative di realizzazione e di sviluppo dell’individuo.

      Essere employable significa che una persona può trarre vantaggio dal cambiare (o anche solo dal sapere che potrebbe farlo se volesse o ne avesse bisogno) il proprio lavoro, in questa prospettiva, un lavoratore, come dice lei “agé” (a patto che si senta employable) non sarebbe angustiato da “problemi prosaici” perché saprebbe che ha sempre in tasca il biglietto di uscita da una situazione che non lo soddisfa (e non solo economicamente).

      Poi il punto più importante. Chi si sente employable non accetta mai (sottolineo mai) “condizioni di lavoro ignobili”, al contrario le rifugge, come ho provato a dire nel post, maggiori livelli di employability dei lavoratori contribuirebbero ad uscire dalla crisi, perché employability non vuol dire scendere a compromessi con le condizioni di lavoro ma sapersi reinventare per trovare il posto di lavoro che (in quel momento oppure per sempre) ci consente di stare bene con noi stessi e con i nostri impegni sociali (figli, mogli ed ex mogli…). In sintesi se tutti fossimo più employable anche le aziende comincerebbero a farsi concorrenza sulle condizioni di lavoro, perché nessuno di noi accetterebbe condizioni ignobili.

      Un immagine forte può essere questa: se hai paura e timore del futuro cercherai sicurezza in qualcosa che te la può dare dall’esterno (posto fisso), se non hai paura di metterti in gioco e superare i momenti difficili con le tue forze cercherai sicurezza in te stesso (employability).

      Attenzione, prendere con le pinze, quelle che espongo sono solo due estremi di una serie di posizioni intermedie, sicuramente ci sono molte persone che si sentono employable ma non disdegnano un posto di lavoro che gli garantisca un buon reddito a vita (infondo come ho detto prima employable vuol dire anche solo: “sapere di poter cambiare se mai se ne sentisse il bisogno”). Alla luce di questo sicuramente qualcuno ragiona come la famosissima volpe dell’uva acerba.

      Io ho quasi (solo) 25 anni, magari tra altri 25 la penserò come lei, mai dire mai.

  2. davidevassallo ha detto:

    Condivido l’analisi di Nicola e il suo richiamo all’employability, che credo sia una delle caratteristiche principali del mondo del lavoro della società post-post industriale. Certo, anche per il mio punto di osservazione professionale, mi chiedo che criteri e che possibilità di inclusione ci saranno nella società prossima ventura. Il mondo rurale, quello industriale ma anche, in un ottica di riserva di diritto, anche quello post-industriale, garantivano possibilità di inserimento lavorativo per le fasce più svantaggiate ed in difficoltà; un modello produttivo basato su alte competenze, concorrenza globale, flessibilità e padronanza di tecnologie avanzate…che spazi di coesione ed inclusione lavorativa potranno pensare e permettere/permettersi?

  3. jacopo ha detto:

    Buongiorno,
    Chiedo venia riguardo al fatto di non poter rebloggare il post “alla ricerca del lavoro perduto”, ma essendo il nostro blog una startup non abbiamo prestato troppa attenzione a dinamiche del genere… ad ogni modo provvederemo subito ad attivare tale funzione!
    Per quanto riguarda l’argomento in questione, invece, quoto il tuo punto di vista sulla capacità di adattarsi, ma in ottica più generale penso che la consapevolezza della propria flessibilità sia un traguardo difficile per molti. Ad oggi chi entra nel mondo del lavoro ha bisogno di acquisire competenze e senso di soddisfazione (anche minimo) per diventare “employable”, ma ciò difficilmente si guadagna se non si hanno prospettive salde a cui appoggiarsi. Purtroppo ciò che accade con l’attuale situazione scoraggia a tal punto che tanti giovani (e meno giovani) nemmeno provano più a cercare un’occupazione.

    • nlocatelli ha detto:

      Buongiorno Jacopo,
      Il web è bello anche perché dinamico, sono contento di avervi dato una piccola idea per migliorarvi.
      Sono d’accordo con il tuo commento, employable è difficile ma (forse proprio per questo) bello. Chiaramente non basta cambiare prospettiva, è necessario un lento, costante lavoro di riflessione culturale, e di miglioramento continuo per piccoli passi, cosa che proviamo a proporre sia noi su Appunti di lavoro che voi su Psygoo. :)
      Grazie per il confronto costruttivo!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...