Caso Di Bella: uno sguardo d’insieme

Galileo-Galilei-z3Dopo aver presentato i principali risultati della ricerca sul “Caso Di Bella” (Il professor Di Bella, Una cura buona, La teoria del complotto) con questo ultimo post presento le conclusioni a cui siamo arrivati. Il Caso Di Bella è ancora attuale,  è forte il bisogno da parte dell’essere umano in una situazione di bisogno di aggrapparsi ad illusioni e false credenze. Quello che sta accadendo con il metodo Stamina ha riacceso i riflettori sulla vicenda, sullo scontro tra  universo consensuale (il senso comune)  e reificato (la scienza).

L’obiettivo che ha guidato la ricerca presentata era analizzare il ricordo del caso Di Bella a circa dieci anni di distanza dagli avvenimenti, in relazione ad alcune caratteristiche particolari di questa vicenda: ricerche precedenti (Osservatorio della comunicazione radiotelevisiva di Pavia, 1999; Colucci, Montali, 2004; Montali, Colucci, Pieri, 2005) hanno mostrato innanzitutto il ruolo determinante dei media, che, dando ampio spazio al caso, hanno contribuito alla costruzione dell’immagine del professor Di Bella; inoltre la vicenda del professor Di Bella è apparsa come emblematica del rapporto conflittuale tra il senso comune, l’universo consensuale, e la scienza, l’universo reificato (Colucci, Montali, 2004).

Dall’analisi del contenuto tematica condotta sulle interviste si sono osservati innanzitutto gli elementi costitutivi di una rappresentazione sociale.
La terapia proposta dal professor Di Bella è socialmente rilevante per le persone intervistate che condividono la speranza per una cura “naturale” e “buona”; questo si pone come premessa alla formazione di una teoria del senso comune (Moscovici, 2005) e giustifica la scelta di aver intervistato persone coinvolte direttamente o indirettamente nella malattia e nelle cure.
Inoltre, così come osservò Moscovici (1961) per la psicanalisi, accade che un problema scientifico si trasformi in una rappresentazione sociale i cui elementi definitori possono non corrispondere alla teoria come proposta nella sua formulazione originaria. E’ il caso della terapia proposta da Di Bella, i cui farmaci nelle parole degli intervistati diventano “non chimici” e “privi di effetti collaterali”, e delle modalità di somministrazione, semplificate e minimizzate, quando in realtà la cura era un metodo invasivo che prevedeva ripetute assunzioni di medicinali nell’arco delle ventiquattrore.
Secondo Moscovici (2005) ancoraggio e oggettivazione sono i due processi attraverso cui si costruiscono le rappresentazioni sociali.
Per quanto riguarda l’ancoraggio il metodo Di Bella diventa una cura “normale”, diventa possibile curare il cancro ricorrendo a iniezioni e pastiglie, è “come un’influenza”; il professore assume tratti familiari, un “nonno” in grado di accogliere e ascoltare il malato; gli scienziati che si oppongono alla sperimentazione nel timore che la medicina tradizionale perda al sua posizione di dominio, vengono ricordati come “uomini d’affari”, mossi unicamente da interessi economici; le divisioni all’interno della comunità scientifica sull’efficacia della terapia Di Bella rimandano allo scontro tra “atei e credenti”; i mezzi di comunicazione che hanno speculato sulla vicenda sono come “dei falchi ad aspettare la preda”.
Relativamente all’oggettivazione invece il professor Di Bella è “un agnello in mezzo ai lupi”, persona indifesa attorniata dagli interessi delle case farmaceutiche; le difficoltà di dialogo tra i medici, rappresentanti dell’universo reificato, e i pazienti, espressione dell’universo consensuale, vengono superate se i medici nel loro parlare “tolgono un po’ di numeri” e pongono attenzione agli aspetti psicologici della relazione; gli italiani sono un popolo che non si cura di tematiche serie, come ad esempio quelle legate alla salute, tutto sommato “in Italia si vive di calcio”.
Inoltre è possibile osservare come mediante la personificazione (Moscovici, 1984) la terapia proposta dal professor Di Bella venga fortemente associata alla sua persona, tanto da farlo diventare il simbolo della teoria stessa. In questo modo la teoria ha un’esistenza concreta dal momento che viene ricondotta ad una persona definita. A questo proposito è possibile osservare come le caratteristiche del professore ricordate dalle persone intervistate siano le stesse enfatizzate dai media: pochi tratti che hanno creato un’immagine stereotipata del personaggio.

La memoria collettiva è l’altro costrutto che ha guidato l’analisi del contenuto tematica delle interviste.
Così come evidenziato da Bartlett (1932) nei suoi studi sul ruolo della dimensione sociale nella formazione di ricordi condivisi, la narrazione del caso Di Bella da parte delle persone intervistate è diventata una storia convenzionale e razionale; gli aspetti culturalmente estranei e incomprensibili sono stati abbandonati e sostituiti con nuovi simbolismi facilmente comprensibili. Così attraverso la teoria del complotto il professor Di Bella viene ricordato come colui che ha osato sfidare i “poteri forti”, ottenendo il supporto dalle gente, ma che è stato inevitabilmente “sconfitto”.
Quello che si verifica è un processo di familiarizzazione dell’inconsueto e di riorganizzazione di quanto percepito; un’attività riorganizzativa, in parte inconsapevole, che diminuisce il disorientamento rispetto alla complessità e alla novità degli stimoli percettivi.
Dall’analisi dei ricordi delle persone intervistate non sono invece emerse differenze sostanziali nella qualità del ricordo in relazione all’appartenenza gruppale. Ex malati e famigliari ricordano gli eventi e i personaggi del caso Di Bella in modo equivalente, differentemente da quanto osservato da Brown e Kulik (1977) nello studio delle flashbulb memories: l’appartenenza ad un determinato gruppo maggiormente coinvolto in una vicenda poteva favorire il ricordo.

Nei loro studi sulla memoria collettiva Bellelli, Curci e Leone (2001) mostrano come la ripetizione e la ricontestualizzazione di una notizia ad opera di differenti mezzi di comunicazione tenda a convenzionalizzare la notizia riferendola alle attese culturali dominanti, avvicinandone la memoria ad uno schema precostituito e allontanando l’evento dal contesto iniziale di accadimento. In questo modo il contesto di ancoraggio della notizia tende a legarsi ulteriormente al momento di apprendimento della notizia piuttosto che al momento del verificarsi dell’evento stesso.
A questo proposito nelle interviste condotte si è osservato come nessuno ricordasse l’evento che determinò la nascita del caso mentre era vivida l’immagine del professor Di Bella rilanciata dai mezzi di comunicazione; allo stesso modo il ricordo della terapia è vago e indefinito sebbene venga ricordata come in grado di alleviare pesanti sofferenze, rispondendo in questo modo al bisogno socialmente condiviso di una medicina più umana e vicina alle necessità dei malati.
I mezzi di informazione hanno contribuito inoltre alla narrativizzazione della vicenda, oltre che alla genesi e all’evoluzione del caso, così come già osservato dalla ricerca condotta dall’ Osservatorio della comunicazione radiotelevisiva di Pavia (1999): il professor Luigi Di Bella è ricordato soprattutto in relazione ai suoi tratti umani e psicologici e viene sistematicamente contrapposto alla medicina ufficiale, personificata dagli scienziati.
Il ricorso a queste dinamiche antagoniste, conflittuali, penalizza la qualità dell’informazione e amplifica la componente emozionale.
I media quindi definiscono il passato pubblico e il passato per il pubblico, suggerendo cosa è degno di essere memorizzato e come; offrono quadri cognitivi e affettivi entro cui situare il ricordo e costruiscono i criteri di rilevanza mediante i quali i ricordi sono selezionati (Silverstone, 1999).

Complessivamente il ricordo del professor Luigi Di Bella e della sua terapia può essere ricondotto a uno schema che contrappone i potenti, rappresentanti della medicina ufficiale, i politici, le case farmaceutiche, agli impotenti, i malati, la gente comune,  il professor Di Bella che cerca inutilmente di promuovere la sua terapia.
Tuttavia, pur emergendo una posizione favorevole nei confronti del professor Luigi Di Bella e della sua terapia, questa non si associa ad un atteggiamento negativo nei confronti della scienza e dei suoi metodi; c’è infatti la consapevolezza che questa segua procedure e regole finalizzate al raggiungimento di risultati di valore.
All’interno di questa dinamica è possibile rintracciare il valore critico del senso comune.
Così come teorizzato da Colucci (1998) è evidente quindi come in questa vicenda, al di là dell’efficacia della terapia, il pensiero rappresentativo sia espressione di una richiesta di cambiamento che muove dal basso e si concretizza nelle pressioni da parte dell’opinione pubblica per l’inizio della sperimentazione. Nonostante questo, nella rappresentazione emersa dalle parole dei partecipanti alla ricerca, la scienza, l’universo reificato, controlla le leve del potere e nega ogni speranza di cambiamento.
In conclusione, sintetizzando le parole dei partecipanti, viene delineata l’immagine di una medicina incapace di ascoltare i reali bisogni dei malati.
Se da un lato le competenze dei medici e l’efficacia delle cure non vengono messe in discussione, dall’altro gli ex malati lamentano una scarsa attenzione alla relazione da parte dei medici.
Oltre al desiderio di una medicina buona, naturale, priva di effetti collaterali, emerge il bisogno di un supporto psicologico; una persona che possa aiutare il malato a relazionarsi con un’esperienza dolorosa come quella del cancro.

La cura proposta dal professor Luigi Di Bella e il suo metodo di cura muovevano in questa direzione; sebbene la sperimentazione abbia avuto esito negativo e l’efficacia non sia stata dimostrata, la terapia Di Bella agli occhi dei partecipanti era in grado di considerare la malattia come esperienza umana, dando spazio alla soggettività e riconoscendo importanza ai fattori inconsci e a quelle componenti simboliche in grado di influenzare la condizione fisica individuale.
Questo è riconducibile al passaggio da un modello biomedico, centrato sulla malattia e sulle competenze del medico, verso un modello biopsicosociale che considera il paziente esperto della propria malattia e lo coinvolge attivamente nella cura.
Il mutamento di prospettiva spiega l’incremento di visibilità e il maggior ricorso alle medicine non convenzionali che, se capaci da un lato di accogliere domande rimaste senza risposta, non sono ancora in grado di rispondere all’unico criterio portatore di un reale progresso: il metodo scientifico.

Bibliografia

Bartlett, F. C. (1932). Remembering. A study in experimental and social psychology. Cambridge, England: The University Press.

Bellelli, G., Curci, A., Leone, G. (2001). Ricordi indimenticabili. Determinanti della memoria collettiva di eventi pubblici. Psycofenia, (3, pp. 82 – 110).

Brown, R., Kulik, J. (1977). Flashbulb  memories. Cognition, (5, pp. 73 – 99).

Colucci, F. P. (1998). Limiti e potenzialità della teoria di Moscovici sulle rappresentazioni sociali. Giornale italiano di psicologia, (25 (4), pp. 847–882).

Colucci, F. P., Montali, L. (2004). La terapia Di Bella come caso emblematico del conflitto tra consensuale e reificato: la sua rappresentazione nella stampa. Giornale italiano di psicologia, (1, pp.141-175).

Montali, L., Colucci, F.P., Pieri, M. (2005). Il conflitto tra consensuale e reificato:  il caso Di Bella a Porta a Porta. Ricerche di psicologia, (4, pp. 109-138).

Moscovici, S. (1961). La psychanalyse, son image et son public. Paris: Presses Universitaires de France.

Moscovici, S. (1984). Psychologie Sociale. Paris: Presses Universitaires de France.

Moscovici, S. (2005). Le rappresentazioni sociali. Bologna: Il Mulino.

Osservatorio della comunicazione radiotelevisiva di Pavia. (1999). Il caso Di Bella nella televisione e nella stampa italiana. Roma: RAI-ERI.

Silverstone, R. (1999). Why study the media?. London: Sage. (tr. it. Perché studiare i media?. Bologna: Il Mulino, 2002).

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Informazioni su Alberto Ponza

Lavoro in due cooperative sociali: presso la Cooperativa Luciano Donghi di Lissone coordino un servizio di “Residenzialità leggera” per persone con diagnosi psichiatrica, ad Arcore per La Piramide Servizi mi occupo di progettazione, sviluppo, supporto gestionale. A questo affianco attività di counseling e supporto psicologico oltre alla ricerca e consulenza nell’area della psicologia delle organizzazioni, del lavoro e della salute. Vivo in provincia di Monza e Brianza Telefono: 388 6072790 Mail: psicologodibase@gmail.com
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2 risposte a Caso Di Bella: uno sguardo d’insieme

  1. fabiobrunazzi ha detto:

    Caro Alberto,

    Grazie per questa ri-narrazione e lettura di un’importante caso di rappresentazione sociale della scienza.

    Ricordo il caso, seppur fossi molto piccolo, e visto il nostro percorso di studi comune conosco bene le ricerche che hai citato. Da parte mia mi schierai con quelli che consideravano la vicenda “una bufala” o “pseudoscienza”. Riscuotevo forse troppa fiducia in chi si occupa di garantire l’applicazione e il rispetto del metodo scientifico in Italia.

    Il caso sembra infatti un caso tutto italiano, perchè all’estero non c’è alcun dubbio nel riconoscere i meriti scientifici di Di Bella, e il sensazionalismo e le polemiche sono del tutto assenti. La somatostatina è impiegata in moltissime cure, e i paper di ricerca sono pieni di continue sperimentazioni e risultati. A riguardo posso citare un aneddoto.

    Il padre della mia ragazza, un medico membro della società oncologica americana con 40 anni di esperienza, elogiò caldamente il ricercatore italiano durante una conversazione con oggetto l’Italia. Mi disse quanto gli oncologi americani fossero debitori delle sue ricerche sulla somatostatina per l’attuale terapia contro il cancro. Nelle sue parole ho sentito quell’ammirazione che si prova verso un pioniere della ricerca scientifica che ha dato un significativo contributo alla terapia odierna. Tutto l’opposto della figura del “ciarlatano” o “imbonitore” cui ero abituato.

    Ora Di Bella non ha scoperto la cura contro il cancro, come può essere apparso troppo sensazionalisticamente sulla stampa nazionale. Così come gli scorpioni cubani o altre terapie miracolose non sono la panacea contro questa terribile malattia. Però il contributo del ricercatore italiano è ampiamente riconosciuto e celebrato tra gli esperti della cura contro il cancro. Almeno questo succede laddove il sensazionalismo e gli interessi accademici non inficiano la rappresentazione sociale di questa vicenda.

    Il “senso comune” del pubblico italiano sembra avere individuato meglio di quanto ci si possa aspettare dove sta il buono in questa vicenda. E questo è un segno, a mio modestissimo parere, che il pubblico italiano, dopo molti anni di esposizione ed adattamento all’industria mediatica, abbia sviluppato strategie per leggere le opinioni di stampa e televisione e di costruire appropriate rappresentazioni delle vicende. Almeno in questo singolo caso.

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