Le parole d’ordine del lavoro sociale: siamo uomini, caporali o manichei?

Noi lavoratori del sociale siamo strani.

Periodicamente ci innamoriamo di singoli concetti che, nascendo come aspirazioni assolutamente condivise e condivisibili, si trasformano presto in vere “parole d’ordine” che assumono caratteristiche di comando (diventano dei caporali) e ci portano a demonizzare le sfere semantiche non incluse in esse (vedi alla voce manicheismo).

Mi viene il dubbio che, costretti a lavorare in contesti complicati e complessi, siamo particolarmente soggetti al fascino di categorie che promettono di semplificare ciò che sempre più ci sfugge: una realtà infinitamente variegata e mutevole.

 

Ecco una rapida carrellata delle principali parole d’ordine incontrate nella mia storia di operatore sociale.

Siamo nei primi anni novanta: l’enfasi sulla “Tutela” del soggetto debole (il minore, il tossicodipendente, la persona con disabilità…) porta, in barba allo spirito autentico delle leggi di riferimento (come la legge 184/83), all’utopia di un intervento concentrato quasi esclusivamente sull’empowerment della persona in carico ai servizi, avulsa dal contesto di origine e, pertanto, spesso e volentieri collocata in strutture residenziali.

Alla fine degli anni novanta ecco il ribaltamento di prospettiva: sull’onda di importanti movimenti culturali e interventi legislativi (vedi legge 285/97) ecco che la parola d’ordine diviene “Prevenzione” e, da un giorno all’altro, i servizi riparatori (e residenziali) divengono fuori moda, un male necessario qualora non si possa esercitare la nobile arte preventiva.

Siamo ormai nel nuovo millennio quando l’attenzione del mondo sociale si sposta su un nuovo termine: la Sussidiarietà.

Anch’essa sancita dalle sue belle leggi (come la 328/00), la Sussidiarietà è declinata secondo principi spaziali differenti: sussidiarietà verticale, orizzontale, circolare…solo la proverbiale ignoranza matematica del lavoratore sociale impedisce di declinare la sussidiarietà utilizzando riferimenti tratti da geometrie non euclidee (avremmo magari una sussidiarietà iperbolica che definisce per legge le convergenze parallele).

Ovviamente ciò che non è sussidiario è sbagliato, ça va sans dire.

E oggi? Bè, è chiaro, ora è il momento dell’Innovazione sociale.

Cosa voglia dire precisamente non lo sa nessuno, altrimenti ci avrebbero scritto una legge…

Ancora una volta: concetto condiviso e condivisibile, ricetta eccessivamente semplicistica.

Ho recentemente incontrato un guru dell’innovazione che, rifiutando di intervenire in un’organizzazione in cui era stato chiamato, adduceva a propria  discolpa la limitata propensione al cambiamento dell’organizzazione in questione e la conseguente eccesiva fatica e scarsa gratificazione per il consulente stesso.

Ma forse, penso io, se un’organizzazione è sopravvissuta per qualche decennio, sarà naturale si preoccupi di “non buttare il bambino assieme all’acqua sporca”, almeno di non buttarlo a cuor leggero. O no?

 

Comunque sia, da buon lavoratore sociale non mi esimo dal lanciare le mie, di parole d’ordine per il prossimo decennio: “Gestione dialogica della complessità”.

Vi piacciono?

Vedrete che nei prossimi anni qualcuno le adotterà, si affermeranno, diverranno un “must” dell’intervento sociale.

E, naturalmente, io inizierò a non sopportarle…

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5 risposte a Le parole d’ordine del lavoro sociale: siamo uomini, caporali o manichei?

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  3. diletta76 ha detto:

    Che dire, ho rivisto la storia degli ultimi anni in un soffio…a me la gestione dialogica della complessità piace molto, come puoi immaginare, ma non è UNA parola!? Temo che apra troppe riflessioni contemporaneamente, per un’epoca dove imperversa il pensiero lineare, anche nel sociale. Anzi più che il pensiero lineare temo le politiche senza tempo del pragmatismo nascosto dietro a parole quali sostenibilità, efficacia, efficienza. pfui
    Grazie Davide! Rilancio ovunque!

  4. Mainograz ha detto:

    Ho rilanciato in più luoghi di ritrovo.
    Le parole d’ordine coagulano attenzioni e… escludono.
    Credo siano risposte che, sul piano funzionale, spingono a convergenze per far fronte a problemi diffusi.
    Ripensandoci, fanno capire cosa si stava afferrando e cosa rimane in ombra.
    Grazie Davide!
    :-)

  5. ovittorio ha detto:

    grazie Davide, una sottolineatura con pennarellone arancione che rivela come le situazioni complesse, dove luccicano e allucinano opportunità, mentre si stringono, alla caviglie ed al collo, vincoli contradditori, siano il luogo concettuale per piantare ‘parole senza idee’, rassicuranti ed indeterminate quel tanto che basta per essere usate qui e là, e per essere ‘gettate’ appena risultano troppo consumate.
    vittorio

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