L’indicibile sul lavoro. Appunti per un progetto #1

Un gruppo di colleghi del Blog Appunti di lavoro si è trovato venerdì 24 pomeriggio presso la Cooperativa La Grande Casa a Sesto San Giovanni, nonostante lo sciopero dei mezzi. Abbiamo discusso su un’idea emersa prima dell’estate a partire dalle nostre esperienze professionali e sociali: lanciare un progetto sul tema de “L’indicibile sul lavoro“. All’incontro hanno partecipato Pierluca Borali, Marco Cau, Diletta Cicoletti (via Skype), Matteo Lo Schiavo, Graziano Maino,  Alberto Ponza, Davide Vassallo. Rossella Elisio ha dovuto rinunciare all’ultimo per un imprevisto sopraggiunto.

Abbiamo pensato di scrivere un progetto di ricerca attraverso la pubblicazione di una serie di post, a partire dagli scambi dell’incontro.

Scutura di sabbia, Ofelia Beach 2012, Copenaghen.

Scultura di sabbia, Ofelia Beach 2012, Copenaghen.

Perchè L’indicibile sul lavoro?

Stiamo attraversando periodi di grande trasformazioni sul lavoro. Noi stessi come professionisti siamo sollecitati da queste trasformazioni, un po’ le subiamo, un po’ cerchiamo di gestirle, ma solo qualche anno fa non pensavamo che saremo arrivati a questo punto. Le organizzazioni con cui lavoriamo e dentro le quali interveniamo, come consulenti e formatori, sono esse stesse attraversate da frammentazioni di vario tipo che ostacolano la realizzazione dei compiti, creano malesseri di vario tipo. C’è disorientamento dentro le organizzazioni e fra le persone. Le cornici di riferimento sono saltate e si annaspa. Il lavoro che nella teoria economica classica e marxista serve a creare ricchezza, oggi sembra che sia diventato esso stesso un “prodotto”.

La collaborazione al/sul lavoro che è un obiettivo auspicabile oggi non sembra, almeno in molti ambiti, garantita dalla presenza di un obiettivo comune (ammesso che esso sia stato presentato, discusso, condiviso, assunto…) ma per generare collaborazioni ci sembra sia sempre più vitale lavorare anche su altri piani.

Cosa succede quando le organizzazioni lavorano prevalentemente con “professionisti”? come evitare le dispersività, ricominciare ogni volta da capo, ingaggiare e motivare? E’ diverso per un’organizzazione che lavora prevalentemente con personale assunto e dipendente?

Quali ripercussioni ci sono nelle relazioni fra soggetti, gruppi e organizzazioni?

Come fanno oggi i soggetti a “tenere” nella situazione attuale, a fronte delle difficoltà che si incontrano sul e nel lavoro? Una delle risposte che raccogliamo e che sentiamo è: “io faccio il mio”. Che cosa nasconde? Che significato ha questa frase che sembra un po’… fatta, ma che affonda le radici in qualche realtà. Quale?

Dentro le organizzazioni ci sono eterogenietà (genere, anagrafiche, sociali, attese, investimenti, idee del lavoro, rappresnetazioni dei capi, collaboratorio, dei colleghi, …) come oggi si possono cercare non tanto di tenere insieme ma di farle dialogare per evitare che si inceppino. Chi lo fa?

Ci sono degli spazi di parola e di espressione, al di là della macchinetta del caffe o della sfera familiare, in cui poter parlare dentro le organizzazioni delle proprie preoccupazioni, paure, ansie?

Come rendere pubblico un discorso su ciò che non si può/riesce/vuole dire sul lavoro. L’indicibile, ci sembra, è tutto quello che sta fuori dai discorsi pubblici: sta fuori dalla normativa, sta fuori dalle politiche, sta fuori dal sindacato, sta fuori dal confronto fra colleghi, con i responsabili, sta fuori forse anche dalla nostra percezione perchè è qualche cosa che ancora non è maturo dentro ciascuno di noi per poter essere nominato attraverso un pensiero compiuto, di senso, confrontabile. Ma che quando lo diventa ci sembra di aver fatto un grande passo in avanti, quanto meno di comprensione di noi e di dove siamo collocati.

L’indicibile sul lavoro, il lavoro indicibile, ….

Ci piacerebbe partire da qui, approfondendo queste riflessioni in diversi contesti lavorativi: la scuola, le amministrazioni pubbliche, le cooperative, i servizi sociosanitari, … ed altri che eventualmente incontreremo nel corso di questo lavoro.

Il percorso prevede per ora una prima fase “ecologica” di ricognizione-progettazione-definizione del tema a partire dai post di Appuntidilavoro, da altri che scriveremo nei prossimi tre mesi con l’obiettivo di realizzare un e-book  che inquadri il tema e presenti una proposta di lavoro, anche facendo leva su altri linguaggi, a partire da quello dei video e dell’immagine.

L’e-book e la relativa proposta di lavoro costituiranno un’occasione per presentare il tema dell’indicibile sul lavoro in modo da trovare soggetti, organizzazioni, gruppi interessati a diventare potenziali clienti e sponsor dell’iniziativa.

Stiamo cercando persone interessate a partecipare e collaborare. Modi, forme, quantità e impegni, nostre e di chi è interessato si stabiliranno volta per volta, anche tenendo conto degli impegni, disponibilità e interessi di ciascuno. Proveremo noi stessi ad affrontare le difficoltà che oggi incontrano le organizzazioni nell’organizzare i processi di produzione, nel tenere insieme attese e aspettative differenti, momenti del percorso di vita eterogenei, caratteristiche e competenze peculiari e specifiche.

Buona fortuna a noi!

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6 risposte a L’indicibile sul lavoro. Appunti per un progetto #1

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  5. ovittorio ha detto:

    Prima è arrivato lui. L’inganno. Tutto nella fretta, arrampicato allo schermo piccolo avanti indietro sali treno scendi treno, nuovo post di Appunti….L’INDECIDIBILE SUL LAVORO…urca…mi metto comodo sul sedile, più che posso, e penso. Eh certo…la complessità….il controllo delle variabili…i giorni passano e mentre queste diventano sempre più interdipendenti, aumenta anche la necessità di controllo e così la complessità non è poi quella cosa magari bella e fluida dove perderti un po’, gironzolare e raccogliere quel che puoi, lanciando lo sguardo più in là e poi sfiorare gli angoli e le muffe alle pareti…no no…la complessità è: occhio! Tutto sotto controllo! Niente sfugga niente si rivolti niente accada che non sia previsto e se succede occhio! non farlo vedere: nega nega nega e tira dritto…tira tende…copri….spostati…fissati le scarpe e urla parolacce.
    Invece poi no. Il post si intitola L’INDICIBILE SUL LAVORO. Devo ripensare tutto da capo. Intanto sono arrivato, scendo e piove.

    Anche il viandante dal pendio della cresta del monte,
    non porta a valle una manciata di terra,
    terra a tutti indicibile, ma porta una parola raggiunta,
    pura, la genziana
    gialla e blu. Forse noi siamo qui per dire: casa
    ponte, fontana, porta, brocca, albero da frutti, finestra,
    al più: colonna, torre. Ma per dire, comprendilo bene,
    per dire le cose così, che a quel modo, esse stesse,
    nell’intimo,
    mai intendevano d’essere. Non è forse l’astuzia tacita
    di questa terra segreta, quand’essa sollecita gli
    amanti cosi
    che ogni cosa, ogni cosa s’incanta nel loro sentire?
    Soglia: oh, pensa che è, per due che si amano
    logorare un po’ la propria soglia di casa già alquanto
    consunta,
    anche loro, dopo dei tanti di prima, e prima di quelli di dopo…
    lievi.

    Qui è il tempo del dicibile, qui la sua patria.
    Parla e confessa. Sempre più
    vengon meno le cose, quelle da viversi, perché
    ciò che le sostituisce è un fare senza immagine.
    Un fare sotto croste che docilmente saltano appena
    dentro cresce e matura l’agire, e diverso poi si delimita.
    Tra i magli resiste
    il nostro cuore, come resiste
    la lingua tra i denti
    che resta tuttavia colei che magnifica.

    All’Angelo lodagli il mondo, non quello indicibile, che con lui
    non puoi vantarti d’averlo splendidamente e superbamente sentito;
    nell’universo dove egli sente più sensibilmente, tu sei un dilettante. E allora
    mostragli quello che è semplice, quel che, plasmato di padre in
    figlio vive, cosa nostra, presso la mano e nello sguardo.
    Digli le cose. Resterà più stupito; stupito come
    rimanesti tu
    dinanzi al cordaio a Roma o al vasaio sulle rive del Nilo.
    Mostragli quanto una cosa può essere felice, quanto
    innocente e nostra,
    e come persino il dolore, il lamento, puro, si da in una
    forma,
    come una cosa serve, o in una cosa muore. – E beato,
    al di là sfugge al violino. E queste cose che vivon di
    morire,
    lo sanno che tu le magnifichi; fuggevoli
    credono che noi, i più fuggevoli, le possiamo salvare.
    Vogliono essere trasformate, entro il nostro invisibile
    cuore
    in noi – all’infinito!
    Qualsiasi cosa noi alla fin fine siamo.

    Questo è una parte della Nona Elegia Duinese di Rilke. Mi è capitata per caso in mano -cioè… mi sono dovuto allungare ed afferrare il libro là in alto, chissà perchè questo, era lì da tanto tempo, mai letto davvero, però un libro così compatto, con carta robusta e scritte sottili e l’immagine di questo castello e di un fannullone -oh no! – e i Thurn–Taxis che lo ospitavano e quell’altro che ci ha costruito sopra una storia che è un capogiro, tra francobolli e cavalieri neri e morti improvvise e rivolte sociali che poi sfumano nell’intimo di un’attesa o di una droga o di un amore.
    E qui l’indicibile è: non mistico, materiale, parola e profumo insieme, e colori. L’indicibile è tutto nel compito di portarlo ‘in figura’. Altrimenti non esiste. Non c’è se non nello sforzo di coglierlo. Il mondo è piano e disteso. Il lavoro è affanno e saltelli sopra le croste. La crosta terrestre, epidermide che sotto è a contatto con il fuoco; la crosta delle ferite, protezione paziente, che prude, si spacca, si infetta….ed allora devi coccolarla, strofinarla piano piano come mai piano hai fatto…e aspettare che cada da sola, per lasciare poi la sua memoria, chiara, sulla pelle, pelle nuova, sorridente e sottile, pronta a diventare di nuovo epidermide che sotto è a contatto con il fuoco.

    • matteoloschiavo ha detto:

      Sarà il treno della scultura di sabbia, che entra e esce da una montagna a forma di vulcano, con sopra una fabbrica, prima di un’eruzione.

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