Raccontare l’indicibile del lavoro

Accostare lavoro e malattia non è certo un azzardo.

In questo post però non si usa il filtro degli incidenti sul lavoro, tema purtroppo sempre di grande attualità. Né quello dello scontro fra tutela della salute, diritto al lavoro, salvaguardia dell’ambiente che accompagna la storia industriale del Paese. Dai casi storici dell’Acna di Cengio o l’eternit di Casale Monferrato, fino al recente ILVA di Taranto, si assiste a conflitti, crisi fra aziende, sindacati, enti locali e conseguenze di malattie e morte fra i lavoratori e la popolazione. Da qualche anno di malattie e lavoro se ne parla anche in altri termini: stress lavoro correlato, fattori psicosociali di stress, malessere lavorativo, ricerca di un benessere (un po’ illusorio) sul luogo di lavoro. Temi anche questi molto importanti, su cui il legislatore ha posto l’attenzione, così come le parti sociali, le organizzazioni, i soggetti e su cui si stanno sviluppando approcci ed esperienze differenziate.

In questo post, si accostano i termini morte, malattie e lavoro con un altro filtro: la scrittura per raccontare l’indicibile del lavoro.

Lo spunto è offerto dal post di Christian Raimo che si interroga a partire dalla “spettacolarizzazione” di malattie gravi di personaggi pubblici con cui si è aperto l’anno in corso: Pierluigi Bersani colpito da ictus, Michael Schumacher in coma dopo un incidente sugli sci, Ariel Sharon agonizzante.

Raimo racconta di un corso di scrittura dove ha affrontato il tema dello scrivere la malattia, attraverso la lettura di romanzi e testimonianze. E scopre come possa essere emozionante leggere chi racconta della propria esperienza di malattia (diretta come il giornalista Sannucci, o indiretta come Philippe Forest) mentre come si rimanga anestetizzati di fronte ai video e agli articoli che parlano di personaggi famosi in ospedale o alle prese con traumi e malattie varie. La tesi di Raimo è che esiste un indicibile nella malattia che quasi preserva questa esperienza come un’esperienza altamente soggettiva e intrapsichica dalla quale, per paura della morte, tendiamo a sfuggire.

Come parliamo del lavoro?

Possiamo dirci che c’è un modo “giornalistico” fatto di numeri, tendenze, prospettive, auspici, previsioni con cui quotidianamente entriamo in contatto con l’argomento lavoro. Oppure un modo  apparentemente “neutrale”, quando di fronte alla domanda di un interlocutore che ci chiede: “come va il lavoro”, rispondiamo con frasi fatte, come per esempio: “abbastanza bene…”, “così così…”, “non vedo l’ora di andare in vacanza…”.

Modi anche questi, parafrasando Raimo, di entrare in contatto con una parte “già conosciuta” dell’esperienza che ciascuno di noi, così come dei nostri interlocutori, fa e ha del lavoro. Un po’ per rispondere alle attese nostre e degli altri rispetto a questa domanda necessariamente generica. Anche a rischio di andar via insoddisfatti, sentire che è mancato qualcosa, che non era l’occasione, che il tempo era poco e forse non si era preparati a parlarne, si è colti di sorpresa, oppure non si voleva mettere in imbarazzo l’interlocutore.

E nei romanzi come si parla del lavoro? Il campo è sconfinato e  richiederebbe un post (anzi, una serie di post) dedicato. Mi vengono in mente romanzi come Martin Eden, La fabbrica del panico, La chiave a stella, Donnarumma all’assalto, Le mosche del capitale, alcuni dei quali già oggetto di  interessanti analisi psicosociologiche che varrebbe la pena di rivedere. Effettivamente ci si emoziona di fronte ai tentativi di Martin Eden di diventare scrittore, agli attacchi di panico del protagonista de “La fabbrica del panico”, lavoratore “a termine” che parla di “… solitudine, di una grande solitudine…” in una città che non è la sua e “… Nel vuoto, in assenza di un impiego, a margine di una condizione di costante mancanza di lavoro, costretto un giorno come telefonista,  e il giorno successivo come operaio…”. O ancora rimaniamo affascinati dalle avventure di Libertino Faussone che gira per il mondo con la passione per il suo lavoro e per la sua chiave a stella, o dallo sguardo indagatore di un selezionatore di personale (ancora non era in voga il termine risorse umane) che scopre che le sue decisioni avranno conseguenze sulle vite degli altri.

Ci emozioniamo, mi emoziono, forse perché, come dice Raimo, danno voce all’indicibile del lavoro.

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Informazioni su matteoloschiavo

Psicosociologo e cuoco, svolge attività di formazione, consulenza e ricerca con organizzazioni lavorative, pubbliche e private, impegnate nel campo della produzione di servizi territoriali (sociali, socio-sanitari, sanitari, educativi, della sicurezza).
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2 risposte a Raccontare l’indicibile del lavoro

  1. matteoloschiavo ha detto:

    grazie ovittorio, username vocativo!
    Penso che tu abbia proprio ragione.
    Ogni volta mi interrogo su come cercare di rendere comunicativi progetti, “report” di lavoro, sintesi e appunti di lavoro (ops…:-)). Strumenti che dovrebbero comunicare l’intensità di un’esperienza collettiva, le preoccupazioni e gli slanci che lo hanno accompagnato, le intuizioni, i blocchi e le associazioni che contraddistinguono il lavoro-con-gli-altri. Eppure già scrivendolo sento che manca qualcosa. Seguo i consigli di mainograz per carpire qualche indizio utile. Cercherò un attore che mi presti la voce per la prossima occasione! Salutami Pesaro.

  2. ovittorio ha detto:

    sì, è come se alcune scritture riuscissero a rendere percepibile (nella molteplicità dei canali attraverso cui riceviamo la parola scritta….) quello scarto, quella leggera discrepanza (o mancanza) che, non so perchè, produce l’emozione. Un esperimento fatto più volte, ma da cui non ho tratto conclusioni, è far leggere, ad esempio, la presentazione sintetica di un progetto di qualifica, preparata per una riunione tra addetti ai lavori (sic), da un attore, che la carichi di tutte le sfumature e intensità variabili della lettura ‘calda’. Il testo cambia: per una strana capriola, io lo capisco meglio, mi arriva con più forza. Quindi la voce riesce a raccogliere qualcosa che io non avrebbe dovuto esserci. Era latente? Nascosto perchè inutile? Inesistente, e messo dentro dall’attore?
    vittorio

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