Che Scuola era

A-GROSSETO-NON-CI-RESTA-CHE-PIANGERELeggendo il post Non ci resta che… piangere di Vassallo&LoSchiavo mi sono ritrovato a fare questa riflessione.

Che scuola era quella dove “lavoravano” Troisi e Benigni?

Sono passati trent’anni, 1984-2014. Non sono pochi. Anche perché di mezzo dovremmo essere passati dall’autonomia.

Le figure educative nella scuola e della scuola si sono in parte moltiplicate, “specificate”, alcune sono entrate e uscite (gli psicologi con i loro sportelli); altre sono sempre un po’ sulla soglia, i pedagogisti, per esempio.

Quelli che una volta, anche solo dieci anni fa, in modo generico, potevamo chiamare “collaboratori scolastici”, oggi hanno ancora una funzione così importante per la lateralizzazione dello sguardo sul lavoro educativo e d’insegnamento del corpo docente?

Tutte le figure della vita scolastica, oggi, mi sembrano così preoccupate da non potersi più permettere il senso di colpa o il pregiudizio; anche perché tutti, dal dirigente reggente all’ultimo dei supplenti di sostegno, hanno il problema sempre urgente di comprendere cosa stanno facendo, il perché delle scelte minime della quotidianità, le strategie di difesa dall’overdose burocratica mascherata da valutazione comparata e trasparente, le tattiche di riparo dai possibili attacchi dei genitori, che hanno rotto il patto di fiducia con gli insegnanti, figure adulte che sembrano stare a scuola “quasi al posto loro”.

Rispetto al frammento del film, quindi, mi sembra che il problema contemporaneo potrebbe essere l’opposto: quasi tutti vogliono mettersi al posto di chi la scuola la fa, non più con l’intento di Troisi, che vuole dire all’amico insegnante che gli effetti del suo modo di fare lo chiudono alla fine in un modo d’essere che lo manda “completamente” in crisi, sempre prossimo al pianto. L’intento piuttosto è quello di inondare il setting di un’emotività che va rispettata anziché elaborata. Tutti gli anni di retorica dell’empatia credo non abbiano giovato alla scuola e alle relazioni che la fanno funzionare, a volte anche molto bene.

I luoghi bui dove il bidello “coscientizza” l’insegnante non mi sembrano più attuali, piuttosto tutto viene “emotivamente” giocato alla luce del sole, meglio se coinvolgendo i ragazzi, che “devono sapere”.

Forse potrebbe essere interessante e utile provare a passare, proprio sulla base delle professionalità, anche altissime che circolano nella scuola, dall’emotività, anche consapevole, all’affettività.

Sì, gli affetti ovvero lo strato più magmatico e inconsapevole della nostra esperienza, qualunque essa sia. Gli affetti vengono solo attualizzati dalle emozioni e non possono e non devono essere sostituiti o scambiati per le emozioni.

Oggi, se…

Se la scuola e tutti i suoi attori riuscissero a rifrequentare il nesso tra affetti e didattica – ognuno dalla sua posizione, nel dialogo tra le differenti posizioni professionali ed esistenziali, che il setting scolastico consente e garantisce – non dovremmo tutti insieme aspettare come una manna la retorica politica, che crede davvero che l’urgenza della scuola siano “solo” le infrastrutture da mettere a posto.

Certo, quello delle “mura” rimane un aspetto importante, visto il degrado in cui versano gli edifici, ma “dentro le mura” – titolo originale di un film francese sulla scuola, più recente di quello di Troisi e Benigni; film sulla scuola che non funziona se non accade qualcosa di educativo dentro “la classe” – si capisce immediatamente se il discorso del bidello, dell’insegnante, dell’educatore, del dirigente, dello psicologo, del pedagogista, ecc. parla solo all’emotività di chi ascolta (e magari di chi voterà) oppure intreccia il destino della scuola a quello di chi dentro ci vive per migliorarla a partire da quanto riesce ad amarla o odiarla, ogni giorno.

La scuola rimarrà sempre, credo, lo testimonia il lavoro di formazione con gli insegnanti, un luogo di passione, nel senso della Pasqua, un’esperienza che è perennemente votata alla promessa di una rinascita e di un rinnovamento.

Rimarrà anche sempre un luogo di passioni, non solo tristi. Non solo tristi per i ragazzi, che cercano di continuo di attribuirle un senso, troppo spesso scambiato per il senso della vita. Non solo tristi per gli adulti che ci lavorano e che la frequentano, alcune volte (troppe) impegnati a cercare un senso della loro vita professionale lasciando così meno spazio alla costruzione di significati condivisi.

Tale dono, come viene spesso ribadito dagli insegnanti, non si dà, se non in rarissimi casi, all’interno del corpo docente. Ogni insegnante lamenta uno scarso confronto con i suoi colleghi e dichiara apertamente, anzi, che è più disposto a mettersi in discussione con gli studenti, paradossalmente

Il dono esula dalla logica ferina dello scambio. È un gesto che somiglia più alla fiducia che sta alla base dell’amicizia, nel senso più alto del termine, quello evocato, per esempio, dagli ultimi scritti di Jacques Derrida.

Può essere scandaloso oggi parlare del dono in riferimento alla scuola. Sicuramente il dono nella “scuola della performance” rimane indicibile.

Perché è così scandaloso? Forse perché questo dono riguarda il bene più prezioso, il tempo.

L’esperienza scolastica richiede tempo: tempo pratico, tempo assoluto – in termini di ore lavoro, si badi sia degli insegnanti sia degli studenti, tempo vissuto, tempo mentale, tempo affettivo, potremmo aggiungere.

Si tratterebbe quindi di “donare il tempo”. In fondo è questo il dono che ricevono Troisi e Benigni nel film: un dono rivolto al passato, visto che si ritrovano improvvisamente alla fine del XV secolo nella campagna toscana.

Per noi si tratterebbe di donare il tempo, orientati verso un futuro comune, un futuro che la scuola si ostina a costruire sotto la pelle dei cambiamenti sociali e culturali.

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Una risposta a Che Scuola era

  1. matteoloschiavo ha detto:

    Grazie Francesco,
    e per ora benvenuto in appunti di lavoro.
    Speriamo che le riflessioni intorno alla scuola possano proseguire con altri contributi.
    Come dire, il dibattito è aperto, anche agli insegnanti… :-)

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