Valutare la scuola, gli insegnanti, i presidi, gli alunni? Ognuno ha la chiave giusta…

Scuola migliore se si valutano anche i prof  è il titolo di un commento sul Corriere della sera di Martedì 17 marzo.20140320_154556

L’autore è Attilio Oliva, Presidente dell’Associazione TreeLLe “un vero e proprio “think tank” che, attraverso un’attività di ricerca, analisi e diffusione degli elaborati offre un servizio all’opinione pubblica, alle forze sociali, alle istituzioni educative e ai decisori pubblici, a livello nazionale e locale” (www.treelle.org).

Immediatamente registro il sito fra i preferiti, nella cartella scuola. Sostengono l’associazione diverse fondazioni fra cui la Compagnia di San Paolo, MPS, CarisBo, Monadori; il board è ricco di nomi illustri, del mondo accademico, di intellettuali, imprenditori, pedagogisti, perfino Mario Lodi.  Insomma, comodamente da casa navigando sulla rete mi vedo piccolo piccolo di fronte a questo movimento di cervelli, interessi, stakeholder, think thank, e mi chiedo: ma a noi, di appuntidilavoro-scuola, chi ci legge?

Dopo il disorientamento iniziale, torno all’articolo, che era ciò che aveva suscitato il mio interesse.

Si parte dell’approvazione del Dpr 80/2013, Regolamento sul sistema nazionale di valutazione in materia di istruzione e formazione, voluto dall’ex Ministro Carrozza. L’autore osserva che non basta valutare, come previsto dal decreto, “le singole scuole, i loro presidi-dirigenti e, attraverso i test nazionali dell’Invalsi, gli apprendimenti degli studenti”. Se si vuole una scuola migliore, continua l’autore, bisogna valutare anche i prof., per “lasciarci alle spalle” ciò che il nuovo ministro Giannini ha chiamato “l’allegra fattoria degli animali di orwelliana memoria che è la scuola italiana dove tutti sono uguali per definizione e di riconoscere e valorizzare quelli più “uguali” di altri”.

Le ipotesi a sostegno di questa tesi mi sembrano queste:

–       l’ambiente non pre-determina il successo degli studenti;  per cui “buoni insegnanti riescono almeno in parte a compensare i deficit che derivano da condizioni familiari difficili”;

–       i dirigenti scolastici non riescono a costruire un “ambiente di lavoro stimolante, collaborativo e con forte aspirazione al miglioramento continuo”, per cui “gli insegnanti sono lasciati soli, veri e propri autodidatti di fronte a una scuola di massa sempre più difficile da gestire”;

–       gli insegnanti “chiedono a gran voce di avere dei feedback sul loro operato sia da parte dei superiori che dei lori pari” e la responsabilità dell’assenza di valutazione è, ça va sans dire, dei sindacati;

–       i buoni insegnanti “in ogni scuola dovrebbero essere usati come modelli e leader pedagogici per aiutare gli altri a migliorare (specie i più inesperti)”.

Mentre leggo l’articolo, sento una sensazione di già visto. Non voglio entrare nei contenuti, che per altro saranno suffragati da ricerche, studi, comparazioni fra sistemi educativi e da altrettanti studi, ricerche, comparazioni che potranno sostenere il contrario. No. La sensazione di “già visto” sta nella semplificazione, forse necessaria per un articolo di giornale (così come di un post come questo) che presuppone:

–       un rapporto di causalità fra obiettivo (una scuola migliore) e soluzione (valutazione dei prof) che rischia di ipersemplificare “il problema” e di darlo un po’ per scontato;

–       uno scollegamento fra passato, presente e futuro.  Anzi per dirla meglio la cesura (o censura) della storia (“lasciarsi alle spalle” si scrive nell’articolo), la difficoltà di mettere a fuoco i problemi di un presente caotico e incerto, di  analizzarli e di rapportarci ad essi senza necessariamente fare massa intorno a una percezione che non ci è chiara ed illudendoci dell’esistenza di soluzione a portata di (o a chiavi in) mano per un futuro migliore;

–       la convinzione tutta occidentale che dato un obiettivo sia possibile raggiungerlo grazie alla definizione di una “road map” che indica la strada.

I processi educativi, ci insegnano gli insegnanti, sono incerti, complessi, non standardizzabili. Richiedono ascolto, la costante e continua ricerca di indizi, l’attenzione al processo, un procedere per ipotesi e approssimazioni, insieme ad altri. Penso che anche i cambiamenti organizzativi, essendo processi trasformativi, come quelli educativi, richiedano un equilibrio di questi elementi.

Informazioni su matteoloschiavo

Psicosociologo e cuoco, svolge attività di formazione, consulenza e ricerca con organizzazioni lavorative, pubbliche e private, impegnate nel campo della produzione di servizi territoriali (sociali, socio-sanitari, sanitari, educativi, della sicurezza).
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Una risposta a Valutare la scuola, gli insegnanti, i presidi, gli alunni? Ognuno ha la chiave giusta…

  1. davidevassallo ha detto:

    Valutare il lavoro educativo. Non è un tabù, anzi, come pensare di migliorare la qualità dell’istruzione senza una seria valutazione della stessa?
    Ma come impostare la questione?
    Bè, se le premesse di TreElle si richiamano agli INVALSI allora non c’è storia: in una visione dell’istruzione come pratica esclusivamente trasmissiva, con un insegnante “uomo solo al comando” che cerca di riempire quel vaso rappresentato dal discente, si stabiliscono standard di prodotto e…buonanotte!
    Abbiamo una visione della scuola differente: gli insegnanti, i professori, concorrono (corrono assieme) nella realizzazione del processo educativo.
    Perché si fa così fatica a pensarli come una équipe?
    Perché non impostare la valutazione, non del singolo insegnante, ma dell’efficacia del lavoro del consiglio di classe, su logiche di supervisione pedagogica basata sul processo?
    Peraltro, il processo educativo è irripetibile e personalizzato, il prodotto è standardizzato: vogliamo docenti soli ed omologati? Per riflettere sulla domanda suggerisco un post, del Dott. Paolo Mottana.
    Grazie per gli spunti, caro Matteo, e a presto risentirci.

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