Curriculum cantati per superare limiti e confini del dicibile?

romanzi lavoroIl post di Mainograz sui biglietti da visita mi ha fatto pensare a “60 giorni e finiscono i soldi” uno dei libri che ci sta accompagnando in questo progetto sull’indicibile del lavoro, dove la protagonista, senza più lavoro, un figlio adolescente e la paura di perdere tutto, è alle prese, fra le altre cose, con la scrittura di una “presentazione” professionale.

Seguendo la protagonista, capiamo che scrivere una presentazione di se stessi è un processo molto complicato. Bisogna trovare la chiave giusta, non scontata, non banale e che ci rappresenti. Se poi, come la protagonista del romanzo, si sta attraversando un periodo di difficoltà, “è una fatica improba scrivere bene di te quando ti senti un relitto. Ma è possibile che in 26 anni non abbia mai avuto necessità di presentarmi a qualcuno? Possibile. E’ stato un errore, ma ho sempre avuto troppo lavoro per dedicarmi a cercarne altro”.

Quando finalmente riesce a scrivere la presentazione, l’io narrante si rende conto che “non va bene. Mi rappresenta, certamente, ma è antica, superata, Neanche io parlo più così, in modo formale. E’ tutto da rifare”.

Per questo chiede aiuto ad amiche ed ex-colleghi, scelti ognuno per qualche motivo di fiducia, di vicinanza. A Danila perché “la sua disponibilità mi ha dato coraggio, il suo vero aiuto consiste nell’occuparsi di me, in modo “esortativo” e pratico”. Ad Andrea, “il pubblicitario con grande capacità di sintesi” che la “aiuta a reimpostare la presentazione, con idee pratiche che tengo in gran considerazione; non è uno che fa complimenti, ma ti dà sempre la sensazione che tutto si possa fare, che ci sia sempre una soluzione.”. A Silvio Pace, “guru del marketing, da poco in pensione” a cui la protagonista non chiede un consiglio tecnico ma “di riaccendere l’immaginario motorino che ho nel cuore”.  Le sue osservazioni le sembrano però un passo indietro perché non riguardano il cosa ed il come della presentazione, ma il perché delle scelte che ha fatto. Dopo un iniziale disorientamento, la protagonista trova le parole per spiegare il senso della sua scelta profesionale futura: “Ho scelto di occuparmi principalmente di cibo perché mi appassiona la sua capacità di favorire e arricchire la relazione fra le persone”. Scrivere la propria presentazione ha per la protagonista una valenza terapeutica: “Solo il fatto di riconoscermi in quello che scrivo, oggi mi legittima a resistere. Torno a casa un po’ meno angosciata, almeno la presentazione è avviata”. Eppure lungo tutto il libro, scrivere questa presentazione costituirà un vero e proprio tormento per la protagonista.

Mi chiedo allora se i biglietti da visita, le presentazioni, i CV,  devono essere necessariamente scritti? Si sa, sul lavoro è questa la forma convenzionale per presentarsi, anche se per quanto riguarda la scrittura dei CV c’è tanto da riflettere. Forse, però, visti anche i tempi che corrono e lo sviluppo delle tecnologie, possiamo seguire i consigli  della bella ed intelligente trasmissione radiofonica Il ruggito del coniglio che ha lanciato il “curriculum cantato”. Basta ascoltarne qualcuno per cogliere tutte le potenzialità di una forma espressiva non convenzionale per una presentazione di sé, che permette passaggi arditi e sconfinamenti interessanti, tra dicibile e indicibile.

Così, finalmente, la crisi irrompe in un curriculum; non è più qualche cosa da nascondere o fare finta che non ci sia. Fabio Barbera canta il suo curriculum perché “in rima la crisi va via prima”. O Silvia Braga, che sull’aria della bellissima Aguas de março, si presenta come “cassaintegrata nata negli anni Sessanta”, certo altrimenti manco quella… :-)

E’ possibile anche enfatizzare le proprie caratteristiche o gli studi. Fabio Barbera ironizza sul suo cognome “mi chiamo come il vino e lo stadio”.  Silvia Braga canta di “studi per l’Italia, la lode nella laurea, l’inglese perfetto ed un discreto francese, l’esperienza nel settore moda, i viaggi nei paesi orientali, mi piace cantare, sono automunita e pure sposata…”. Francesca Savorelli che, oltre a essere automunita, ha un inglese fluente ed un discreto tedesco, è cantante e commerciale, ma è anche una mamma felice.  Marco Bernardini, studente di architettura con la passione per il teatro, sull’aria di Don Raffaè, non esita a presentarsi come un bamboccione, un choosy che vive ancora con i genitori e con la paghetta di papà. Roberta Capizzi che pensando alla Garota de Ipanema di anni se ne sente 21 anche se ne ha 54 e vorrebbe passare dalla pubblicità a fare la cantante.

Ma ciò che una presentazione diversa come quella cantata forse permette è sopratttutto di esplicitare la propria offerta lavorativa, senza veli o lettere di presentazioni farlocche.

Fabio Barbera, conclude la sua canzone dicendo che “la richiesta è chiara e leggera: e adesso una buona intenzione, un lavoro nella comunicazione.” Silvia Braga, che aspira a “lavorare in un mondo globale nell’ambito del commercio internazionale, e che mi faccia guadagnare qualche soldino”. Francesca Savorelli che vorrebbe “trovare un lavoro pagante, ma per me appagante è anche far la badante, inserviente, cassiera, portinaia ma non di sera.” Roberta Capizzi invece spera che qualcuno la cerchi presto perchè “senza soldi nun se po’ campà”.

Informazioni su matteoloschiavo

Psicosociologo e cuoco, svolge attività di formazione, consulenza e ricerca con organizzazioni lavorative, pubbliche e private, impegnate nel campo della produzione di servizi territoriali (sociali, socio-sanitari, sanitari, educativi, della sicurezza).
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