14 risposte a L’indicibile del NON-lavoro

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  7. Liary ha detto:

    Ormai sono diventata una bugiarda.
    Nella vita di tutti i giorni – senza lavoro – mi sento pure dire che “Sono una sfaticata”.
    Sono donna, 40 anni, ritornata in Italia dopo anni di lavoro all’estero, per esigenze familiari.
    Ero parte della generazione mille euro, non sono mai andata molto oltre quelli e non sono mai arrivata a fine mese tranquilla.
    Sicuramente è colpa mia che non so vendermi, boh.
    Così, almeno coi conoscenti, sono diventata bugiarda: racconto loro di avere un lavoro perché non voglio – fortissimamente non voglio – che mi compatiscano o che pensino che sono una che non ha lavoro perché “in fondo in fondo, non ha voglia di lavorare”.
    Sì, così triste è la situazione.
    Gli amici, e quelli che un lavoro ce l’hanno, non hanno idea di cosa significhi, di quanto ci si possa sentire inutili, forse anche un po’ falliti e non capiscono bene perché non esci più per l’ape. Anche se lo sanno che sei al verde o che devi fare attenzione.
    Loro non capiscono, pensano che tu non li voglia incontrare.
    Grazie per questo post, mi ha risollevato il morale e mi ha fatta sentire meno sola.

  8. Caterina Bertelli ha detto:

    carissimo Matteo, ho letto il tuo messaggio-articolo grazie a un link che un amico ha postato su Fb. L’ho trovato semplicemente bellissimo, profondo, acuto, ricco di spunti di riflessine, quindi prima di tutto un grazie di cuore.
    Ebbene il lavoro è un diritto e forse non a caso, credo che uno dei problemi maggiori sia il fatto che senza lavoro non si è più parte della società, non siamo più utili, non forniamo più un contributo, Diventiamo degli outsiders che osservano gli altri che contribuiscono, scambiano, agiscono, anche, a volte, riescono a cambiare piccole o grandi situazioni e tu invece sempre lì solo e soltanto a guardare e piano piano ti sale la rabbia, la delusione, la frustrazione, l’incomprensione. Verissimo rimanere “occupati” nella disoccupazione è una lotta quotidiana che ti sfianca, come ti sfiancano l’infinità di rifiuti che pericolosamente minano la tua autostima. Ma purtroppo minano anche la tua identità, senza lavoro inizi a domandarti chi sono? perché nn puoi più presentarti come psicologo, pedagogista, insegnante, falegname, musicista……. però però la domanda che viene spontanea è perché qsta nostra società vincola così tanto la nostra identità con il nostro lavoro, lavoro che poi, se va bene, dura comunque un tempo limitato della nostra vita, perché prima siamo a lungo, e sempre più a lungo, studenti, ed ad un certo punto saremo pensionati, o meglio pensionati senza pensione e allora bisognerebbe che al di là del lavoro la nostra identità fosse plasmata e soprattutto riconosciuta da altro e che l’impegno sociale, nel senso proprio di contributo individuale alla società fosse in parte slegato dal lavoro, quindi tempo per chi lavoro per fare/dare anche altro e possibilità per chi non lavora di poter comunque fare, agire, cambiare. Consiglio un libro che io ho amato motlissimo e che mi ha aiutata moltissimo si chiama “L’epoca delle passioni tristi” ed è di un altro psicologo-sociologo-filosofo, Muguel Benasayag.
    Ancora un grazie di cuore e scuse per la lunghezza di questo messaggio

  9. Alberto ha detto:

    caro Matteo,
    anche se non ci conosciamo hai descritto una situazione assolutamente vera e non immaginata…è vero che il lavoro ci tiene su, anche quando non è il migliore del mondo…quest’anno mi sono spostato in un paese nuovo dove la mia ragazza aveva trovato lavoro e mi sono trovato in un appartamento, solo, per tre mesi, in cerca di (so di essere stato fortunato, c’è chi cerca per ben di più)
    di quei tre mesi ricordo la fatica a fare tutto, persino a tenere pulita la casa (che è molto più in ordine ora che io arrivo a casa alle 6 e la mia compagna alle 8) , a mandare in giro curriculum e proposte per lavorare, a sentire gli amici senza commiserazione
    la disoccupazione non dovrebbe essere qualcosa di cui vergognarsi, eppure…io mi vergognavo, pur sapendo che la mia vita è molto altro, molto più che il lavoro
    in quei giorni ho avuto come appiglio (oltre al supporto della mia compagna che mi ha incoraggiato ogni giorno) un festival del cinema americano e un documentario che ha lasciato il segno su di me…parlava del poeta Robert Frost, e della necessita’ di riempire le giornate in mancanza di un lavoro, del come non fosse semplice sapere cosa fare e non perdersi nel gorgo, e di come lui, a 80 anni ci stesse ancora lottando, giorno dopo giorno (Frost che pure era un privilegiato, perché pur tardi aveva conosciuto fama, gloria e un relativo benessere economico, quindi non un disoccupato senza una lira)
    sono uscito dal cinema imbarazzato, con la sensazione che quel documentario stesse parlando di me, mi stesse dicendo che non fossi solo e che non avessi ragione di vergognarmi
    rompere il muro del silenzio è una cosa fondamentale
    mi scuso per lo sproloquio ma ho sentito l’urgenza di condividere
    un abbraccio
    Alberto

  10. Eleonora Cirant ha detto:

    Matteo grazie, è bellissimo, vero, onesto. Fa pensare. Qualche anno fa sono rimasta senza lavoro per alcuni mesi, non sapevo se mettermi a cercare perché il contratto era scaduto e forse ne avrebbero aperto un altro. Il tempo diventa una materia collosa, proprio come hai raccontato. Prima lo desideravo ardentemente, ma ora non sapevo più come maneggiarlo. Conosco un gruppo di mutuo-aiuto di persone senza lavoro, che si incontrano una volta al mese per confrontarsi. La parola scambiata è un balsamo.

  11. matteoloschiavo ha detto:

    Grazie Rossella,
    grazie Sergio
    per i commenti “pubblici”.
    Altri ne ho ricevuti “privatamente”, via mail, via fb o telefonicamente, e sto pensando a come ri-utilizzarli per non sprecarli, magari facendo un post che li raccolga.
    Ad oggi rilevo che dalla pubblicazione di due giorni fa, il post ha avuto 39 rilanci su fb (numeri per appunti di lavoro non usuali) ed il maggior numero di accessi giornaliero da quando siamo on line;
    L’ipotesi è che attraverso il post si sia attivato un movimento che ha superato i confini dei lettori abituali di appunti di lavoro, andando a lambire altri cerchi, reti, confini.
    Qualche cosa vorrà pur dire, o no?

    Altri commenti sono benvenuti ;-)

    • Antonio ha detto:

      Ciao Matteo,

      Sono un giornalista, ho letto il tuo post e sono molto interessato a riprenderlo per la mia testata. Potrei avere una tua mail privata per contattarti?

  12. slosrl ha detto:

    Sono assolutamente d’accordo con Rossella Elisio: Matteo hai fatto bene a rompere un tabu’ perche’ di questo si tratta. Si fatica a parlare di perdita di lavoro in generale. Ma ancor piu’ difficile e’ parlare di perdita di commesse, di ordini . . . E di fatturato. E invece e’ una dimensione di normalita’ che in tanti vivono, obbligati alla clandestinita’ dei vissuti e delle emozioni. Questo t ipo di pentolone hai scoperchiato in un colpo solo. E’ una questione di lucidita’ e di coraggio! Sergio Bevilacqua

  13. rossella elisio ha detto:

    Per un consulente il non lavoro è irto di indicibilità e disequilibri forse più che in altre situazioni.
    Per un consulente appare immediata la condizione di precariato: non ha “riparo”, nessun ammortizzatore, nessuna cassa integrazione. E’ addirittura difficile dire di averlo perso, il lavoro, perchè la temporaneità, il legame debole, è spesso caratteristica tipica della relazione consulenziale … non puoi perdere qualcosa che non ti è mai appartenuto.

    Parlare di non lavoro per un consulente è quasi un danno professionale, perchè insinua dei dubbi sulla qualità del tuo lavoro.
    Un amico cui ho accennato delle mie difficoltà mi ha risposto “quello che abbiamo, io e mia moglie, lo conquistiamo giorno per giorno spacandoci la schiena senza risparmio. Stiamo tutti bene e non ci manca niente e soprattuto, niente di quello che abbiamo (eccetto la salute) ci è stato regalato, questa non può essere una colpa”. Aggirando commenti sul tema della “colpa”, mi colpisce che in un paese in cui la meritocrazia sembra tardare ad arrivare … almeno sulla perdita del lavoro siamo a posto: chi lo perde se lo è, evidentemente, in qualche modo, meritato come pure chi riesce a tenerlo.
    Così, caro Matteo, penso proprio che il tuo post sia molto utile, necessario. Perchè bisogna USCIRE DAL SILENZIO … come dicevano alcune sagge!

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