Primo maggio, compleanno del lavoro. Esprimiamo un desiderio per i giovani.

di Rachele Grandinetti*

27ora_testatinaDefinitiva«Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell’impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro e alla protezione contro la disoccupazione. Ogni individuo che lavora ha diritto ad una remunerazione equa e soddisfacente che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia una esistenza conforme alla dignità umana ed integrata, se necessario, da altri mezzi di protezione sociale».

Recita così l’articolo 23 della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo, una “solenne deliberazione” delle Nazioni Unite che mette nero su bianco quello che in un Paese civile dovrebbe essere normale. E invece l’ordinario è diventato eccezionale. A scuola ci hanno insegnato che “lavorare” è un verbo sia transitivo che intransitivo, il suo valore cambia in base al rapporto che stabilisce con il soggetto. Ma capita che col soggetto non riesca ad incontrarsi perché la strada è punteggiata da buche. Se in matematica cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia, in italiano (e in Italia) che cosa più che cosa ha dato come risultato un’incognita invece che un diritto? Rileggo quell’articolo 23 e l’effetto è sempre uguale: un sorriso amaro.

“Scelta”, “giuste”, “dignità” risuonano come un motivo lontano di una canzone che abbiamo quasi dimenticato. Il primo maggio, forse ancor prima della festa dei lavoratori, fa venire in mente il concertone di Roma. Tutti in piazza a cantare perché da sempre la musica unisce, «non è mai un’isola, la musica è il mare» direbbe un cantautore di casa nostra. E ci tiene a galla e ci dà un tono anche in un giorno in cui da festeggiare c’è davvero poco. Apriamo i giornali e leggiamo di drammatici livelli di disoccupazione, stendendo rotoli di veli pietosi su quella giovanile. Se i giovani sono (siamo) l’ago della bilancia di un Paese, a chi stiamo riempiendo l’altro piatto? Ogni giorno battiamo un record, in negativo, s’intende. Oggi si registrano i peggiori dati dal 1977. Tanto per tirare le somme: il Sole 24 Ore informa che dal 2008, anno d’inizio della crisi, l’Italia conta 984mila occupati in meno. La crisi, questa nube nera che si è addensata sul Paese del sole e delle contraddizioni che viaggiano ad un ritmo difficile da inseguire.

Ci vogliono giovani ma con esperienza. Perché se l’esperienza ce l’abbiamo ma siamo già alla 30esima primavera, per la società siamo vecchi. E la preparazione cucita addosso con anni di studio potrebbe (potenzialmente) andare via come il pane ma scade come il latte fuori dal frigo delle strategie aziendali. Se devo pensare al primo maggio come ad una festa la voglio immaginare come un compleanno e soffiare sulle candeline esprimendo un desiderio. Perché così posso essere libera, nonostante tutto, di sperare. Perché “il lavoro rende liberi” (Primo Levi).

Pubblicato il 2 maggio 2014 sul Blog de La 27ORA

 

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Una risposta a Primo maggio, compleanno del lavoro. Esprimiamo un desiderio per i giovani.

  1. Misterkappa ha detto:

    Bel post, mi piace! :)

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